Ribellarsi è doveroso
13 Giugno 2026
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Ribellarsi è doveroso

Piccole e grandi ingiustizie inondano la vita di tutti i giorni. Il carovita che sale più dello stipendio. Una sanità che non cura più. Assunzioni senza concorsi. Diritto internazionale deriso dall’arroganza della forza. Pirateria nelle acque internazionali da parte di Israele. Attivisti della Global Sumud Flotilla sequestrati e ammanettati alla schiena e inginocchiati per terra. Un ministro Ben-Gvir che li insulta e li deride. Un popolo, quello palestinese che viene bombardato e cacciato dalla propria terra. Bambini uccisi sotto le bombe, ospedali rasi al suolo, intere famiglie cancellate dai registri anagrafici. I governi che si dicono “democratici” continuano a inviare armi, a mettere veti alle risoluzioni ONU, a parlare di “diritto di difendersi” mentre si cancella un popolo. Un embargo al popolo cubano che lo ha ridotto alla fame. Una aggressione militare all’Iran da parte degli USA e di Israele, perché portatori di democrazia.
Dicono che “è sempre stato così”, che “non si può cambiare”, che “se ti lamenti sei tu il problema”, che “il pesce grande mangia il pesce piccolo”. Ma, queste ingiustizie non sono la normalità, questa disumanità non è accettabile. Se vogliono renderle normali, sono scelte. E ogni scelta può essere cambiata da chi decide di non abbassare la testa, da chi è convinto che un mondo migliore sia possibile.
La democrazia non è andare a votare ogni cinque anni e poi il silenzio. È partecipazione continua, è il diritto di dire NO quando una legge protegge i forti e schiaccia i deboli. È il diritto di occupare una piazza, di bloccare una strada, di scendere in piazza al fianco del popolo palestinese, del popolo cubano, di boicottare la vendita di armi come fanno i portuali di Genova, di scrivere un articolo scomodo, di dire “basta” quando le istituzioni smettono di rappresentare le persone per rappresentare solo sé stesse o gli interessi di pochi. Per dirla con le parole di Giorgio Gaber: “La libertà non è star sopra un albero, non è neanche avere un’opinione, la libertà non è uno spazio libero, la libertà è partecipazione”.
Una democrazia senza ribellione diventa amministrazione del potere, non governo del popolo. La giustizia non cade dal cielo e non c’è pace se non c’è giustizia. Cosa succede quando nessuno si ribella? le leggi restano sulla carta, i diritti restano slogan, i responsabili non rispondono delle loro azioni.
La storia non la scrivono coloro che non prendono posizione, che non scelgono, che si definiscono neutrali. La scrivono quelli che rifiutano di normalizzare l’orrore. I partigiani erano “ribelli” agli occhi della legge del loro tempo. Tutti avevano torto per i tribunali. Don Lorenzo Milani scriveva: “Ma in questi cento anni di storia italiana c’è stata anche una guerra ‘giusta’ (se guerra giusta esiste). L’unica che non fosse offesa dalle altrui Patrie, ma difesa della nostra: la guerra partigiana. Da un lato c’erano dei civili, dall’altra dei militari. Da un lato soldati che avevano obbedito, dall’altra soldati che avevano obiettato. Quale dei due contendenti erano, secondo voi, i ‘ribelli’, quali ‘irre- golari’?”.
Ribellarsi è giusto. Ribellarsi non è caos. È ordine superiore. Chi ha interesse a mantenere le cose come stanno dirà che ribellarsi implica disordine, violenza, estremismo. Ma la vera violenza è lasciare che un anziano muoia in lista d’attesa. È permettere che un salario non basti a vivere. È guardare un popolo intero venire cancellato e chiamarla “geopoliti- ca”. È un governo che vota contro l’embargo delle armi ad Israele, è un PD che favorisce gemellaggi con lo stato omicida di Israele.
La ribellione giusta è organizzata, è mirata, è nonviolenta, quando può esserlo. È lo sciopero dei lavoratori che bloccano la produzione. È l’occupazione di una scuola che sta crollando. È il sit-in davanti a un ministero che ignora le richieste. È il boicottaggio di chi finanzia la guerra. È il rifiuto di obbedire a un ordine palesemente ingiusto. Sono le azioni concrete, come quelle della Global Sumud Flotilla che ci impediscono di dimenticare le barbarie di Israele.
La democrazia ha bisogno di questo attrito. Senza il conflitto con il potere, il potere diventa autoreferenziale. Senza partecipazione, la partecipazione diventa una finzione. Il motivo per cui la ribellione funziona è semplice: il mondo non è immutabile. Tutto ciò che oggi sembra “naturale” – il suffragio universale, le 8 ore lavorative, la sanità pubblica, la fine dell’apartheid – è stato ottenuto perché qualcuno era convinto che “così non andava bene”.
Un mondo migliore non arriva da solo. Arriva quando un numero sufficiente di persone decide che la paura vale meno della dignità. Ribellarsi è giusto perché è l’unico modo per tenere viva la promessa della democrazia. È giusto perché la giustizia non si delega. Si pretende. Non serve essere eroi. Serve smettere di essere spettatori. Perché la democrazia senza partecipazione muore e la giustizia senza ribellione resta carta straccia. E come disse Che Guevara: “Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso.”☺

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