Apocalisse e nonviolenza
A conclusione del nostro percorso sulla violenza e la bibbia non poteva mancare un accenno al libro più complicato e più spesso usato da quelli tra i cristiani che pensano a un Dio violento e vendicativo: l’Apocalisse. L’ultimo libro della bibbia cristiana, infatti, parla degli ultimi tempi e della fine della storia umana con il trionfo finale di Dio e del suo plenipotenziario, che si presenta come un Agnello ma ha la forza e la potenza di un leone, cavalca in battaglia su un cavallo bianco e sconfigge satana (presentato come un enorme drago rosso) e i suoi alleati (le due bestie, la grande prostituta e tutti i suoi alleati legati al mondo della politica, dell’apparato militare e del commercio, anzi, della finanza), gettandoli in un grande mare di fuoco e imprigionati per mille anni, fino alla battaglia e alla distruzione finale del male.
Questo libro, che lungo la storia cristiana è stato letto soprattutto in tempi di crisi e stravolgimenti degli assetti di potere, oggi è usato praticamente come road map e scansione temporale per l’attesa degli ultimi tempi da molti cristiani fondamentalisti che colgono negli sconvolgimenti climatici, nelle guerre e nel potere distruttivo delle armi, ma anche in alcuni segni specifici come la rinascita dello Stato ebraico con la speranza che possa addirittura risorgere il tempio di Gerusalemme, la prova che siamo ormai alla fine del mondo così come è descritta nell’Apocalisse. Tale convinzione spinge molti cristiani americani, ad esempio, a sostenere attivamente le politiche filoisraeliane del loro governo nella certezza che, una volta che tutta la cosiddetta terra santa ritorna ad essere di fede ebraica, Dio porrà fine a questo mondo peccaminoso per instaurare il regno millenario di Cristo come è descritto in questo libro. Se per realizzare tutto questo si usano le armi, la distruzione e il genocidio (guai a chiamarlo così per i puristi del linguaggio giuridico filoebraico), poco importa, visto che il dio d’Israele da sempre è abituato a far fuori i possibili nemici in questo modo, dai tempi di Mosè in poi. E se lo dice la bibbia chi siamo noi per dire che è immorale?
In questo contesto così scoraggiante per chi vede nel vangelo un messaggio di amore e di speranza per i poveri e gli oppressi, è necessario chiedersi se ha senso considerare l’Apocalisse parte dello stesso messaggio. La risposta è ovviamente sì, perché il problema non è il libro in sé ma l’uso che se ne fa, cosa che vale per tutti i libri del Nuovo Testamento che, come abbiamo più volte detto, possono essere stravolti. L’Apocalisse non fa eccezione nel dare un messaggio di bene perché non è un libro che incita alla violenza e alla lotta armata ma, al contrario, esorta i cristiani, cioè coloro che credono in Gesù Cristo, crocifisso da chi persegue progetti di male e violenza, a vivere la nonviolenza, la pazienza e la perseveranza nel seguire lo stile di Gesù. Il messaggio di questo libro, pur se travestito da immagini violente (perché nel tempo in cui è stata scritta l’ Apocalisse gli oppressi subivano la violenza del potere), è che il bene ha già vinto con la risurrezione di Gesù che ha distrutto la morte, frutto del peccato degli uomini. La storia, dopo la venuta di Cristo, non è altro che il campo su cui si affrontano due gruppi umani: coloro che hanno scelto l’Agnello e il suo Dio e che quindi saranno vittoriosi e coloro che hanno scelto il drago e le bestie, amoreggiando con la prostituta (che simboleggia la Roma imperiale) e che sono già sconfitti perché non c’è nessuna partita da giocare o un risultato ancora indeciso. La storia ha già un tracciato preciso e si svolge attraverso la scansione di tre settenari: sigilli, trombe e coppe che fanno emergere sempre di più la decadenza del mondo che segue il male e la manifestazione sempre più evidente del bene che, ripeto, ha già vinto.
Ma perché la storia è continuamente attraversata dal male? Non è Dio che ha immesso il male nella storia ma è innanzitutto quel mondo sovrumano dove c’è satana che si è ribellato a Dio ad aver innescato un processo di disordine, all’interno del quale si inserisce la storia degli uomini descritta nei primi quattro sigilli: il cavallo bianco indica l’umanità buona come Dio l’ha creata (Adamo) e che ritornerà alla fine nel Messia che cavalca di nuovo il cavallo bianco (Cap. 19). Il cavallo rosso, che indica violenza e guerra, sorge innanzitutto con Caino che uccide Abele; il cavallo nero indica l’ingiustizia sociale e il potere oppressivo dei despoti; il cavallo verde indica la morte scatenata dai precedenti cavalieri. Per capire tutto questo è necessario leggere il libro dai sette sigilli che solo l’Agnello immolato può aprire e spiegare; come a dire: è Gesù che interpreta e dà significato alla storia umana. I suoi seguaci, che subiscono l’oppressione del potere e del male (che si identifica con l’impero romano e i suoi accoliti, ma che ritorna in ogni tempo sotto forma di altri poteri violenti, come ad esempio il nazismo), non sono incitati alla rivolta armata, a usare cioè la violenza contro la violenza; se facessero così non farebbero altro che contribuire all’espansione del male. Sono invece chiamati alla resistenza nonviolenta, come viene detto in modo esplicito in questo libro: “Colui che deve andare in prigionia vada in prigionia; colui che deve essere ucciso di spada, di spada sia ucciso. In questo sta la perseveranza e la fede dei santi” (13,10). Alla fine, quindi, il male sarà sconfitto dal bene che si manifesterà come una nuova città, la Gerusalemme celeste, aperta su tutti i lati per accogliere tutte le vittime del male e da dove sparirà il lutto e il pianto e la cui luce emanerà da Dio e dall’Agnello, che dimoreranno con gli abitanti della città.
Il messaggio del libro, una volta decifrati i simboli, è chiaro: nessuna violenza può esser giustificata per servire Dio perché, nel momento in cui uso la violenza, ho fatto già la scelta di stare dalla parte del male che, non dimentichiamolo, è stato già annientato da Cristo con la sua morte. L’unico modo per stare dalla parte di Dio è la pazienza, la perseveranza, la coerenza con il vangelo e la scelta di compiere il bene sempre e verso chiunque, senza distinzioni di etnia, religione o quant’altro. Chiudo con la visione di coloro che seguono l’Agnello e che indicano l’umanità redenta: non un piccolo resto perché i 144.000 sono solo una piccola parte, sono quelli che appartengono al popolo d’Israele; il resto dei salvati è così descritto: “Vidi una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti all’agnello avvolti in vesti candide” (7,9). Davanti ad una prospettiva del genere come si può parlare di reimmigrazione e difesa della razza e dirsi ancora cristiani? Il cristiano o è fratello universale di ogni essere umano o semplicemente non è cristiano. Questo, forse, è il messaggio più concreto che ci dà l’Apocalisse.☺
