Rivoluzione appenninica
9 Settembre 2026
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Rivoluzione appenninica

Anche il cambiamento climatico sembra spingere verso l’alto una società che nel tempo si è progressivamente abbassata, ridotta quaggiù, nelle poche pianure, nelle città e sulle coste, mentre l’Italia è piena di lassù. Lassù non c’è il vuoto, il niente, ma un insieme di risorse – aria, acqua, vegetazione, natura, paesaggio (…) – che consentono la vita per tutta la popolazione. Dalla montagna perduta alla montagna ritrovata, per una nuova centralità dell’Appennino, spina dorsale del Paese: può essere sintetizzato così il senso di Rivoluzione appenninica, una iniziativa nata dal basso e raccolta da un gruppo di studiosi e operatori territoriali, una rete che aspira a diventare laboratorio e movimento per tutto l’Appennino.
Partito da ‘Terra Selvaggia’ e ‘Amo la Montagna’, associazioni dell’Appennino tosco-emiliano, sostenuto dal sindaco di Sambuca Pistoiese, Marco Breschi, un demografo di mestiere che conosce bene la storia e le prospettive delle popolazioni montane, il progetto riguarda i problemi dell’ abbandono e della possibile rinascita delle terre alte: dalla drammatica perdita di patrimonio umano, storico e ambientale al danno irreparabile che questo comporta anche per le zone a valle e per le realtà metropolitane.
Gli Appennini sono plurali. Anche al singolare, l’Appennino è un luogo diffuso e ramificato, un insieme di montagne che formano la catena montuosa più lunga d’Italia, “un mondo in movimento”, come ama ripetere Augusto Ciuffetti, tra i massimi studiosi della montagna appenninica. È sempre stato così: si andava e si tornava, transumanze più che migrazioni; ma ad un certo punto il movimento è diventato unidirezionale, si è partiti e basta, un moto verso il basso, senza ritorno.
Rivoluzione appenninica è un progetto che si rivolge alla lunga dorsale montuosa che dalla Liguria arriva in Calabria, toccando tutte le regioni, e che tra Abruzzo e Molise trova promettenti punti di contatto con alcune iniziative formative attive, come la Scuola dei piccoli Comuni di Castiglione Messer Marino o il master sulla sostenibilità delle montagne italiane portato avanti dall’Università del Molise. Sambuca Pistoiese è un comune policentrico delle montagne che uniscono la Toscana all’Emilia, sulla vecchia strada di Bologna; ha una ventina di frazioni sparse sui versanti declivi della Valle delle Limentre: nidiate di case aggrappate alle rocce e circondate dal verde dei boschi, per un totale di circa 1.400 residenti. A chi chiede al sindaco quante frazioni ha il suo comune, lui risponde che ci sono undici cimiteri. Come a dire che undici sono i paesi, cioè vere e proprie comunità; le altre consistono in gruppi di case lungo strada, mulini o altri piccoli nuclei. La Sambuca – come la chiamano gli abitanti – condivide con tanti altri comuni dell’Appennino l’assenza o l’estrema scarsità di servizi (medico, scuole, negozi, trasporti, tempo libero…), la rarefazione delle attività produttive e delle opportunità lavorative, lo spopolamento e l’invecchiamento della popolazione. Eppure, l’una e gli altri hanno un alto grado di naturalità, sono depositari di storie e risorse, paesi e paesaggi, beni culturali e prodotti, tempo, spazio e silenzio.
Da qui è nata la spinta, un proclama di rivoluzione che inviti i politici a rimettere i territori montani al centro delle strategie e delle azioni. Cosa che ancora non avviene, malgrado la nuova legge sulla montagna (L. 131/2025), che già sul nascere si sta perdendo nelle farraginose e incomprensibili dinamiche attuative. Il programma di Rivoluzione Appenninica è quello di indicare le possibilità di riabitare la montagna, a partire dall’analisi di quello che è successo, da una marginalità voluta che non è colpa del destino, da quello che si potrebbe fare e non si fa. Ma per riabitare o, per chi è rimasto, di continuare a farlo ci vogliono i servizi e i diritti essenziali alla vita.
Oltre al sindaco-demografo, che alterna la sua residenza a Sambuca Castello e l’ufficio di sindaco (la sede del comune di Sambuca è a Taviano, uno dei tanti paesi che lo compongono) con il ruolo di professore all’Università di Sassari, fanno parte del gruppo di Rivoluzione Appenninica, Maurizio Ferrari insegnante agricoltore e presidente dell’associazione “Amo la montagna”, Maria Molinari fondatrice del piccolo festival dell’antropologia di montagna a Berceto (Parma), lo storico Rossano Pazzagli, direttore della Scuola dei Piccoli Comuni di Castiglione Messer Marino, l’economista Massimo Rovai (Università di Pisa), l’antropologo Pietro Clemente (già Università di Firenze), il sociologo Marco Giovagnoli (Università di Camerino) e l’urbanista Ilaria Agostini (Università di Bologna). Come prima azione hanno lanciato una piccola collana editoriale fuori dagli schemi, i quaderni di Rivoluzione appenninica (Forum Ed.): piccoli libri che offrono analisi e proposte, integrando l’approccio culturale con pratiche di resistenza e di rigenerazione, in modo che la voce della montagna arrivi fino alla ‘grande politica’, oggi lontana dalla vita di vecchi e nuovi montanari. Una collana per smuovere l’apatia dei politici e le incertezze delle istituzioni regionali e nazionali. Il primo volume, Resistere per il futuro degli Appennini (2025) di Marco Breschi e Giovanna Gonano, è un quadro disincantato della demografia montana; il secondo, curato da Maurizio Ferrari riguarderà il castagno, risorsa dai molti usi e centrale per le zone montane; poi sarà la volta della Montagna che conta, una contabilità dei servizi ecosistemici proposta da Massimo Rovai; quindi, un approfondimento sulle condizioni dei vecchi e sull’economia della cura.
Le rivoluzioni non si fanno con le parole, ma con le azioni. I libri possono essere al tempo stesso parola e azione. Le rivoluzioni hanno soprattutto bisogno della partecipazione popolare, di muovere dal basso per interpretare effettivamente i bisogni dei cittadini e dei territori. Oggi, purtroppo, per le popolazioni dell’Appennino i nemici sembrano essere le istituzioni e la politica che le sorregge, viste come responsabili di una privazione dei diritti fondamentali, accusate di disinteresse e di lontananza, buone a far parole ma incapaci di lenire le condizioni di disagio territoriale e sociale. Occorre recuperare un rapporto, una rappresentanza, una consapevolezza che si è progressivamente perduta, spenta dalla logica consumistica e commerciale secondo la quale mantenere o ripristinare i servizi per le comunità di montagna e delle aree interne in genere, sarebbe una spesa. Invece dovremmo considerarlo un investimento per produrre uguaglianza, che resta il valore centrale, seppure ancora disatteso, della Costituzione Italiana.☺

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