Il pressappochismo
Che il contemporaneo sia il tempo del digitale, del dominio incontrastato della Rete, delle connessioni rapide e della circolazione incessante delle informazioni, è ormai universalmente riconosciuto. Inoltre che il fenomeno dei social network sia ampiamente diffuso – anche se non abbastanza utilizzato – colora la nostra epoca di originalità e ultramodernità. Ma è proprio tutto così limpido, corretto, giusto?
Come tutti i fenomeni sociali, anche la trasformazione della nostra civiltà supertecnologica è caratterizzata da luci ed ombre. Se da un lato possiamo vantare la comunicazione in tempo reale, la reperibilità perenne – grazie ai cellulari – e l’accesso veloce a qualsiasi fonte di informazione, dall’altro quanta accuratezza, precisione e soprattutto aderenza alla realtà vengono tralasciate, anzi neglette e messe da parte?
In un’intervista del 7 settembre, Erri De Luca sostiene che “oggi con la grande abbondanza di fonti d’informazione alla portata di tutti l’ignoranza è esibita e volontaria, dunque irreparabile”. Ed io aggiungo che il mio non vuole essere un discorso ‘pas- satista’, né una critica a strumenti di cui anch’io mi servo, seppure in maniera ridotta, e le cui effettive capacità – lo confesso – mi sono ancora ignote.
La mia osservazione prende le mosse da quanto ho sentito recentemente, veicolato dai media, circa la drammatica vicenda della bambina morta di difterite perché non vaccinata! Ciò che mi ha sconvolto, nell’ascoltare la notizia ed i particolari via via emersi, è che probabilmente la decisione di non ricorrere al vaccino – quello esavalente, per i neonati, a voler essere precisi – sia stata presa a seguito di convincimenti generati da opinioni, dibattiti e affermazioni reperite sui social; sembrerebbe che ci si è fidati ciecamente di pareri e consigli non verificati e quindi non sia stato consultato alcun esperto del settore medico-sanitario. Non intendo entrare nel merito degli sviluppi del caso e delle responsabilità che devono essere accertate.
Mi voglio limitare a qualche considerazione a margine, per nulla lieto riguardo a quanto avvenuto. Mi sembra di poter individuare in questo tragico evento quello che gli esperti denominano come social snacking [pronuncia: social sneching]: “un’attività molto frequente seppur socialmente poco ‘nutriente’ che consiste ad esempio nella navigazione dei profili social di altri, o nella lettura dei commenti senza contribuire in alcun modo al dialogo, o nella connessione con le altre persone solo tramite e-mail, sms e Whattsapp, piattaforme social, ecc.” (M. Aime, F. Faloppa – I morti degli altri, Einaudi 2025).
A voler essere più precisi, snacking è un vocabolo che deriva da un altro, credo più conosciuto, snack che utilizziamo anche noi italiani – in versione originale – per tradurre ‘spuntino’, il piccolo pasto di mezza mattina o pomeriggio che dovrebbe ‘spezzare’ la fame e farci arrivare con tranquillità a quelli principali (pranzo o cena). Uscendo dalla metafora nutrizionista, ‘spuntino’ è qualcosa di passeggero, volatile, senza conseguenze. Nel mondo dei social, quindi, equivale ad un assaggio, una veloce conoscenza, il ‘sentito dire’ che non modifica in alcun modo le nostre convinzioni, oppure – e questo è il pericolo! – ci può condizionare a tal punto da non lasciarci verificare, controllare, approfondire quanto letto o ascoltato.
Le piattaforme social sono uno strumento nuovo, straordinario e meraviglioso in sé, ma credo abbiano bisogno di una sorta di addestramento sia per quanto concerne l’uso, sia soprattutto per quel che riguarda i soggetti coinvolti. “Oggi molte delle nostre relazioni sono mediate da uno strumento digitale”, scrivono ancora Aime e Faloppa, e proseguono mettendo in evidenza come le relazioni tra le persone che utilizzano questi mezzi si siano modificate. “Nella comunicazione l’altro è sempre meno presente […] Mediante lo smartphone ci ritiriamo in una bolla che ci protegge dall’altro. In tal modo scompare l’altro in forma di voci perché preferiamo scrivere messaggi invece che chiamare”.
L’assenza di reale contatto tra persone si unisce alla frenesia della nostra era sempre più condizionata dalla velocità: nel vortice che ci costringe ad assolvere i nostri compiti, che non ci dà tregua e non perdona i ritardi, non troviamo più il tempo di una pausa, non riusciamo più a riservarci momenti di riflessione e di condivisione con i nostri simili. Preferiamo spuntini – in senso metaforico – al pasto completo, divoriamo informazioni e/o suggerimenti senza verificare se siano fondati, precisi, rispondenti a ciò che stiamo cercando o semplicemente ritraggano un quadro fedele della realtà.
Il social snacking assomiglia tanto a quell’abitudine – purtroppo consolidata – di porre spesso la domanda “Come stai?” alle persone che ci troviamo davanti e poi, un istante dopo, non attendere la risposta perché non abbiamo voglia di farci coinvolgere in dinamiche che non ci appartengono. E lo stesso dicasi per la risposta: ci limitiamo di frequente a dire “Tutto bene” perché ci vorrebbe del tempo per comunicare il nostro reale stato d’animo.
“Ogni forma di empatia e di solidarietà richiede una vicinanza”, ed io aggiungerei anche tempo, quello che sembra mancarci, e che ci ha reso schiavi tanto da condizionare totalmente le nostre vite. E quindi facciamo snacking e ci illudiamo che questa sia la strada giusta…☺
