Ti ricordo io
4 Ottobre 2026
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Ti ricordo io

Non ho mai lavorato né avuto esperienze dirette da caregiver con persone che vivono una forma di demenza. Proprio per questo la lettura del libro del dottor Mino Dentizzi, Ti ricordo io. Storie di Alzheimer, di cura e di amore quotidiano (edizioni La Gru, 2026) mi ha permesso l’ingresso in un mondo pressoché sconosciuto, eppure così presente nella vita di tantissime persone: “In Italia oltre un milione di persone vive con una forma di demenza. La maggior parte di loro è affetta dalla malattia di Alzheimer. Ma dietro ogni diagnosi, c’è una costellazione di volti, nomi, legami: figli, coniugi, fratelli, amici. Nessuno attraversa questa malattia da solo. Più che una malattia individuale, l’Alzheimer è una malattia familiare” (Dentizzi).
In Molise, una delle regioni più anziane d’Italia, si calcola che sono circa “7.000 le persone che oggi, sul territorio regionale, convivono con l’Alzheimer o altre forme di demenza correlata. I dati più recenti accendono un faro d’allarme: secondo i monitoraggi epidemiologici della sorveglianza PASSI d’Argento dell’Istituto Superiore di Sanità, in Molise circa 17 anziani su 100 si trovano in una condizione di fragilità medica o sociale. Quando lo sguardo si sposta sulla fascia degli over 85, la più esposta al rischio di deterioramento cognitivo, la percentuale schizza drammaticamente al 42%” ( Corroppoli, Primonumero, 6 luglio 2026).
Ti ricordo io è un racconto a più voci, emotivamente coinvolgente – toccante – corredato da note cliniche e da utili strumenti pratici, con al centro le storie delle persone affette da Alzheimer o da un’altra forma di demenza: c’è la voce di Carlo – la persona con la malattia -, di suo figlio Marco e di altri familiari, della OSS e di altri caregiver, del medico, della psicologa. Il libro apre domande e riflessioni profonde: che succede, ad esempio, nella vita di una famiglia che riceve la diagnosi di Alzheimer e che vuol dire comunicare la diagnosi? “Comunicare la diagnosi di demenza è uno dei momenti più delicati dell’intero percorso di cura. Non è un atto tecnico, ma umano, profondamente relazionale. Non si tratta solo di informare, ma di riconoscere, accogliere, proteggere”.
Un posto fondamentale in questa storia (in queste storie), forse il più centrale, lo svolgono i e le caregiver, persone – spesso familiari, spesso figlie e figli – che danno vicinanza e ogni tipo di supporto alla persona malata, sperimentando un senso di impotenza radicale, vedendo la persona cara come sfumarsi gradualmente, un tipo di perdita senza confini chiari (“lutto ambiguo”). I ruoli familiari si ribaltano, il dolore è in molti casi profondissimo, le emozioni si fanno ambivalenti: «Mi fa male. Non solo il disagio pratico, ma quel senso di impotenza che cresce giorno dopo giorno. Il senso di essere spettatore di una perdita lenta e costante. Di perdere mio padre pezzo dopo pezzo»; o ancora: «E a volte mi chiedo se, mentre proteggo la memoria di mio padre, non stia lasciando andare un pezzo della mia».
La questione dei e delle caregiver in Molise meriterebbe ulteriori approfondimenti e una maggiore centralità nel dibattito pubblico. Secondo le proiezioni basate sulle indagini nazionali ISTAT (purtroppo dalle nostre parti non è così semplice reperire dati su certi fenomeni sociosanitari), “in Molise si stimano oltre 12.000 caregiver familiari complessivi, di cui circa 3.500 concentrati nella provincia di Isernia. All’interno di questo esercito invisibile si nascondono le situazioni più critiche: i programmi attuativi regionali legati ai fondi per la non autosufficienza contano circa 40 minori con disabilità gravissima e circa 220 pazienti in condizioni di totale dipendenza vitale, assistiti giorno e notte tra le mura di casa» (Corroppoli, Primonumero, 7 settembre 2026).
I numeri attuali e le tendenze (il Molise si spopola e la popolazione residente invecchia inesorabilmente) imporrebbero di costruire sistemi e reti fittissime di protezione in favore delle persone con Alzheimer e dei loro familiari: reti istituzionali a regìa pubblica, con il coinvolgimento diretto degli Enti di Terzo Settore (e, ove necessario, dei privati) già attivi e presenti nel territorio, e con la partecipazione delle associazioni e dei gruppi dei familiari. Fare sistema territoriale, organizzare reti di fronteggiamento, costruire comunità è la dimensione politica di ogni questione sociale e sanitaria. Tanto più attuale per aiutare le persone con Alzheimer e le loro famiglie, impegnate ogni giorno con una malattia dove sembra, in alcuni momenti, che le vite delle persone vadano frammentandosi, come pure le loro storie.
Sarebbe un po’ come assumersi la responsabilità collettiva di dire, a fronte di un male che attacca la memoria e manda in crisi il senso del sé: “Non sei solo, non sei sola, ti ricordo io!”. ☺

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