Burqa e carta igienica
6 Novembre 2026
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Burqa e carta igienica

Caro ministro Valditara,
è da tempo che volevo scriverle ma, come si dice, attendevo forse la goccia che facesse traboccare un vaso già bello colmo: dopo essere capitata per sbaglio, ieri sera, su Quarta Repubblica (e, nel momento in cui scrivo, le dico che è il 20 ottobre 2026) mi sono decisa.
Di fronte alle sue altisonanti dichiarazioni sulla pioggia di investimenti fatti da lei e dal suo governo nella scuola pubblica (per tralasciare tutto ciò che si è farneticato sui disordini di Milano, in trasmissione), mi è venuta voglia di invitarla, sa, a mettere piede – dopo non so quanti anni, evidentemente – in un’aula scolastica, un’aula vera, viva, quelle da ridipingere e a cui togliere la muffa, non quelle di cui parla nei talkshow ai quali viene chiamato a partecipare da conduttori sfacciatamente schierati come Nicola Porro.
È il primo che mi viene in mente perché è l’ultimo che ho visto all’opera, ieri sera, quando ha perso le staffe nel momento in cui lei veniva contraddetto e le si faceva notare che la scuola fa acqua da tutte le parti. E lei, come tutti quelli che non hanno argomenti, ha iniziato a coprire la voce del suo interlocutore ininterrottamente, svuotando ogni possibilità di dialogo e di contraddittorio. È una tecnica ben nota, mi creda, la riconosciamo. È logora ma sempre dannosa, non sarà stato di grande esempio per i nostri giovani (quelli dei quali lei dovrebbe occuparsi) se qualcuno stesse mai seguendo il dibattito. Ecco, torniamo a loro.
Giù le mani dalla scuola, signor ministro. Già aver a che fare con le Nuove Indicazioni Nazionali (ispirate a valori assai discutibili come le superiorità della civiltà europea sulle altre) è abbastanza complicato, ci risparmi altro, almeno per un po’. Intanto venga pure ad arrestarmi, a proposito delle NIN, anzi mi sospenda, mi colpisca con un provvedimento disciplinare, ma sappia che io – in una di quelle aule da ridipingere – continuerò a parlare della bellezza della diversità, e delle atrocità che noi europei – tante volte – abbiamo commesso in nome di quella presunta e fasulla superiorità che ci ha spinti a cancellare civiltà millenarie. E che oggi porta tanti di noi ad identificarsi e a sentirsi rassicurato da chi chiude porti e blinda frontiere, e disprezza chi muore in mare cercando la vita, e intralcia chi porta soccorsi.
Continuerò, signor ministro, ad arricchirmi della varietà di colori e culture che sciamano tra i banchi, fiera della straordinaria capacità della scuola di includere e di integrare. Altro che tetti. Non c’è posto migliore di un’aula scolastica, per uno “straniero”, per imparare la lingua, per sentirsi parte di una comunità.
Mi dispiace che i suoi insegnanti, all’epoca, non le abbiano lasciato fare questa bella esperienza di entrare in classe… e avere la sensazione di salire su una mongolfiera che può volare in alto, o su una nave che può solcare mari sconosciuti, seminando tanta più ricchezza nei cuori e nelle menti quanto più vari e cangianti sono i colori dei passeggeri. Mi dispiace per lei, signor ministro, davvero. E anche per la premier. Il burqa poi, lasciamo stare: insegno da 25 anni tondi tondi. Al massimo qualche cappellino con la visiera da far togliere allo spiritosetto che vuole fare il gradasso, ma di burqa neanche l’ombra. Se viene a scuola – le ripeto, lo faccia – e chiede un po’ in giro se il problema è la presenza del burqa o la mancanza della carta igienica, le rispondono senz’altro la carta igienica. Anche le risme, giacché ci siamo: quest’anno, ancora una volta, ne sto portando da casa alcune. Tetti e burqa fanno presa, sono bei paroloni mediatici: difendiamoci dagli stranieri! Fan paura eh! Però c’è un però: guardi, signor ministro, tra noi italiani c’è pure chi non abbocca a questa propaganda becera, che cerca disperatamente di stare più a destra di Vannacci. C’è chi si fa una risata, sentendovi parlare così. Quelli che ridono di più sono quelli che stanno nelle aule, sempre quelle da ridipingere, quelle dove dovrebbe entrare lei.
Quelli che ridono, poi, si arrabbiano pure, sa? Proprio come me, perché lei sta nascondendo i problemi veri della scuola, dà addosso allo straniero in burqa e promulga testi di sapore imperialista, al posto di comprare la carta igienica e di ascoltare con coraggio i manifestanti, e non è onesto. I problemi della scuola sono altri, come fa a non conoscerli? Lei è il ministro! E sono quelli per cui i nostri giovani – insieme ai giovani francesi – sono scesi in piazza, pacificamente. Malevolmente confusi con chi vandalizza negozi e piazze e incendia cassonetti per creare un po’ di quel sano caos che tanto piace al suo governo, perché giustifica il pugno duro, perché offusca le menti di certi elettori con qualche “misura restrittiva”, perché sposta soprattutto, sapientemente, l’attenzione sulle vetrine sfasciate, togliendola alle richieste sacrosante degli studenti. Degli autotrasportatori. Di chiunque riempia una piazza o blocchi una strada, civilmente, in nome del diritto ad avere condizioni di lavoro e di vita migliori.
Non faccia finta di non sapere, signor ministro, che gli scontri di piazza non c’entrano nulla con le richieste della scuola. Io sono con chi sta manifestando, signor ministro, e non credo che il problema sia il burqa. Non ci credo neanche un po’. Io chiedo altre cose.
Reclutateci in una maniera dignitosa, anzitutto. Valutateci nel corso della carriera (perché dobbiamo fare il tagliando di tanto in tanto, almeno sull’aggiornamento disciplinare, sul nostro stato psicofisico e sulle life skills… sì, proprio quelle che dovremmo insegnare!). Ha paura di essere valutato solo chi non è abituato a rimettersi in discussione e a crescere. Dateci materiali, spazi, strumenti. Libri. Strutture antisismiche. Dateci tempo, ore, mense, palestre, biblioteche. Dateci figure che possano affiancare i nostri ragazzi in percorsi che non possiamo gestire noi efficacemente, perché non siamo sociologi, psicologi, assistenti sociali, anche se lo diventiamo ogni giorno, a costo zero, per il bene di un alunno. Dateci uno stipendio adeguato alla media europea. È tempo di ridare dignità anche così ad una professione che, unica al mondo, può portare sullo stesso pianerottolo chi è nato in cantina e chi è nato in mansarda. E farli partire, insieme, per il futuro che scelgono.
Ah, e poi… ridate dignità anche al bonus, questa elemosina tardiva che adesso arriva nel secondo quadrimestre perché dovete prima contare quanti siamo e poi dividere gli spiccioletti, accuratamente vincolati. Alcune mamme, sulle caramelle e i dolcetti, saranno sicuramente più liberali e generose con i propri golosi figli. Non siamo compatti, noi docenti. Dovremmo prendere esempio dagli autotrasportatori e bloccare un Paese intero. E non lo facciamo.
Voi che dai vostri tiepidi divani pontificate sui disordini di Milano, alzatevi e venite a trovarci. Spero che le troviate vuote, le nostre aule. Perché saremo tutti in piazza a protestare.☺

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