Il rifiuto come errore di progettazione
di Andrea Barsotti
C’è un momento in cui un oggetto diventa un rifiuto: quando decidiamo che non ci serve più e lo abbandoniamo. Ma a quel punto è ormai troppo tardi per intervenire sulla parte più importante del problema. La quantità di risorse necessarie per produrlo è già stata consumata, così come l’energia, l’acqua, il lavoro e i materiali impiegati per realizzarlo e trasportarlo.
La vera sfida comincia dal modo in cui progettiamo, produciamo e acquistiamo gli oggetti. È una prospettiva particolarmente attuale in occasione della Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti, – dal 21 al 29 novembre – che nel 2026 pone l’accento sulla Material Sufficiency: utilizzare le risorse in modo più efficiente e ridurre il consumo di materiali. Del resto, nell’Unione Europea ogni cittadino ha prodotto nel 2024 una media di 517kg. di rifiuti urbani. Nel 2024 l’UE ha riciclato il 48,1% dei rifiuti urbani e nello stesso anno soltanto il 12,2% dei materiali utilizzati nell’economia europea proveniva da materiali secondari. I numeri indicano che ricicliamo una parte crescente dei nostri rifiuti, ma continuiamo a consumare enormi quantità di materie prime nuove ed il riciclo, per quanto indispensabile, arriva alla fine del percorso.
Per decenni abbiamo costruito la nostra idea di progresso attorno alla possibilità di produrre e consumare sempre di più. Dagli anni Sessanta in poi la società dei consumi ha trasformato l’abbondanza di beni in uno dei simboli del benessere: acquistare il nuovo è diventato spesso più naturale che conservare, riparare o adattare ciò che già possediamo. Quella filosofia ha avuto conseguenze anche sul modo di progettare gli oggetti. Un prodotto economico, facilmente sostituibile e destinato a essere rapidamente superato può risultare conveniente nel breve periodo, ma trasferisce i suoi costi ambientali alla fase successiva: più materie prime estratte, più produzione, più trasporti e, infine, più rifiuti.
È necessario cambiare paradigma. Non dobbiamo progettare soltanto oggetti che funzionano: dobbiamo progettare oggetti che possano continuare a funzionare il più a lungo possibile. Questo significa pensare, già nella fase di progettazione, a prodotti smontabili, riparabili, aggiornabili e riciclabili. Un elettrodomestico dovrebbe poter essere aperto senza distruggerlo, avere componenti sostituibili e pezzi di ricambio disponibili. Un dispositivo elettronico dovrebbe consentire la sostituzione della batteria o di un componente guasto invece di rendere necessario l’acquisto dell’intero prodotto. Un mobile dovrebbe poter essere smontato, riparato e rimontato. Un oggetto arrivato alla fine della propria vita dovrebbe poter essere separato nei suoi diversi materiali con il minor spreco possibile.
L’Unione Europea punta a tradurre questi princìpi in regole concrete con il Regolamento sull’ecodesign dei prodotti sostenibili: riguarda prodotti con un valore complessivo superiore a 1.000 miliardi di euro. Dal luglio 2026 si dovrà progettare una lavatrice che potrà essere riparata nei suoi componenti, le grandi imprese non potranno più distruggere abbigliamento, accessori e calzature invenduti – 7% del prodotto attuale -. Due esempi di un unico principio: valorizzare le risorse e prolungare la vita dei prodotti, prima che diventino rifiuti.
Questo cambia anche il ruolo del consumatore. Acquistare non significherà soltanto confrontare prezzo, prestazioni e design, ma poter valutare anche quanto durerà un prodotto, se potrà essere riparato, se esistono pezzi di ricambio, se potrà essere aggiornato e cosa accadrà ai suoi materiali alla fine della sua vita utile. In questo senso la riduzione dei rifiuti non può essere affidata esclusivamente alla responsabilità individuale. Possiamo chiedere ai cittadini di differenziare correttamente, ma se un prodotto è progettato per essere difficilmente riparato o separato nei suoi materiali, il margine di intervento del consumatore rimane limitato. La progettazione diventa quindi uno degli strumenti più importanti dell’economia circolare: rifiuto come errore di progettazione.
Riciclare significa recuperare una parte del valore dopo che un prodotto è già stato utilizzato e scartato. Prolungarne la vita, ripararlo o riutilizzarlo significa invece evitare di perdere quel valore in partenza: un oggetto riparato non è un rifiuto, previene la formazione del rifiuto. Per questo il superamento della cultura dell’usa e getta non significa necessariamente rinunciare al progresso o tornare al passato; significa ridefinire il concetto stesso di progresso. La Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti può essere un’occasione per introdurre questa innovazione culturale: passare dalla sostituzione, alla durata, a quella della trasformazione.
In un mondo nel quale le risorse non sono infinite, imparare a riconoscerne il valore potrebbe essere il primo e concreto passo verso un modo diverso di consumare. Se tutta l’umanità consumasse come il cittadino medio europeo, servirebbero quasi tre pianeti Terra e se tutti vivessero come gli italiani, nel 2025 l’Overshoot Day – data simbolica, calcolata da Global Footprint Network, che indica quando la domanda di risorse supera ciò che la Terra è in grado di rigenerare nell’arco dell’anno – per il nostro Paese sarebbe caduto il 6 maggio.
Si tratta di imparare a utilizzare meglio ciò che abbiamo, perché la vera economia circolare comincia quando smettiamo di considerare “da buttare” tutto ciò che ha ancora qualcosa da offrire.☺
