Ci siamo soffermati nel numero di Aprile de la fonte sul tema delle “ecomafie”, relativamente al ciclo dei rifiuti, il segmento probabilmente più appetito dalle cosche malavitose in previsione di guadagni illeciti e molto vantaggiosi.
Un altro elemento di valutazione, nel quale avvertiamo interessi cospicuamente famelici delle cosche o di semplici imprenditori senza scrupoli, è quello del ciclo del cemento. Anche in questo caso, quando parliamo di criminalità operante nel settore del ciclo del cemento, siamo soliti non soltanto riferirci alla criminalità organizzata di stampo mafioso, ma anche a semplici associazioni criminali. L’ecomafia, come concetto, implica il fatto che fenomeni di criminalità ambientale avvengono, quando c’è un controllo di tipo rigoroso, politico, quasi amministrativo del territorio da parte delle cosche mafiose. In questo caso si parla di criminalità ecologica e ci si riferisce a semplici imprenditori e amministratori senza scrupoli, presenti su tutto il territorio nazionale, che svolgono attività economiche strutturate così da generare profitti vantaggiosissimi in aperta violazione della legge, senza necessari collegamenti con associazioni criminali, ma non per questo meno pericolosi. Vorremmo dare inizio a questa seconda parte del percorso su ecomafie, partendo dal terremoto aquilano di cinque anni fa, 2009, 6 aprile, ore 3.32 della notte, quando viene cancellata a L’Aquila la vita di 308 persone e distrutto uno dei centri storici più belli d’Italia.
Il primo edificio a crollare è la Casa dello Studente, dove vengono spezzate le vite di decine di giovani che avevano scelto l’università aquilana per studiare e laurearsi.
Il secondo palazzo a crollare è l’ospedale, costruito con la sabbia, per conto del più grande gruppo edilizio italiano, l’Impregilo, gruppo al quale il governo Berlusconi aveva affidato grandi costruzioni pubbliche, come il Ponte sullo Stretto, e alcune centrali nucleari. Poi crollano case nuove e abitazioni vecchie, anche le chiese che pure avevano resistito a terremoti più catastrofici, come quello del 1703, costruzioni vecchie e nuove che non hanno resistito agli oltraggi delle speculazioni edilizie. Ma ora, cioè oggi, che fa o che ha fatto allora, appena dopo il terremoto aquilano, l’italiano, che rimane, comunque, colui che ha inventato l’architettura antisismica? L’italiano, medio e non, ha smesso di pensare; è divenuto uno spettatore esangue e molle di trasmissioni televisive nelle quali ha assistito – complice degli abusi – agli elogi del grande comunicatore, dell’unto del signore, che esaltava se stesso – al tempo del dopo terremoto dell’aprile 2009 – e la tempistica della ricostruzione aquilana, la più oltraggiosa e miserevole speculazione politica ed economica dei nostri tempi. Lo shock del terremoto ha fatto da volano trasmettitore dell’abbandono di ogni regola e di ogni traccia di “piani regolatori”, pratica che il governo dell’unto ha utilizzato con la motivazione di una “veloce ricostruzione” delle abitazioni per gli aquilani. Inoltre, a questo punto, non possiamo esimerci dall’obbligo morale, oltre che civile, di ricordare il terremoto molisano che ha visto la morte delle scolaresche di San Giuliano di Puglia, paese dove la ricostruzione “berlu- sconiana” è stata veloce e massmediaticamente rumorosa, lasciando, però, al palo altri paesi e altre dolorose sofferenze alle quali il governo regionale ancora non riesce a porre la parola “fine” (su questi temi Domenico D’Adamo e lo stesso direttore de la fonte sono, e lo sono sempre stati, la voce del disagio delle comunità molisane abbandonate dopo il terremoto).
Qual è il risultato di tutto ciò? Secondo noi, è la non utilizzazione del “sistema Friuli”, che ha consentito a questa regione, attraverso la “pratica antica” del legame proficuo fra le popolazioni e le amministrazioni locali che governano e tutelano il territorio, di uscire presto dal dolore e dalle recriminazioni, avviando in questo modo con gli amministratori la fase della ricostruzione, che c’è stata veramente!
A L’Aquila (e a San Giuliano di Puglia, prima) c’è stata soltanto la sceneggiata del “comunicatore”, che ha fatto prevalere, grazie anche ai suoi servili ministri-collaboratori, una logica ricostruttiva tutta calata dall’alto. Le cosiddette C.A.S.E., infatti, si sono rivelate pressoché unicamente come la gran cassa della propaganda della presunta efficienza governativa. In effetti, tale impostazione è figlia “adottiva” delle teorie neoliberiste della cosiddetta “shock economy”, il cui obiettivo principale è non solo garantire ad alcuni “commensali” prescelti i guadagni di un lauto bottino di danaro pubblico, ma anche di ridurre gli spazi della democrazia partecipata, che sollecita e spinge a “pensare”, “partecipare”, “organizzare” le lotte di protesta. Tutto quello che riguarda L’Aquila e la ricostruzione del suo hinterland è scritto nelle varie Procure della Repubblica che stanno indagando sulle molteplici e ricorrenti illegalità o abusi, che hanno spesso ulteriormente contribuito a distruggere il territorio abruzzese…
Queste “note” aquilane ci sono servite per far comprendere, ai giovani lettori soprattutto, il percorso che porta dritto agli affari illeciti delle ecomafie: devastazione del territorio e dell’habitat paesaggistico (per esempio, gli scarichi fognanti a cielo aperto o incanalati spudoratamente lungo i greti dei fiumi), fiumi di cemento, euro a palate, norme eccezionali che impediscono l’applicazione delle leggi ordinarie). Tutti i gruppi camorristici (pensiamo solo per un momento a quello dei casalesi e a quanto affermato da Carmine Schiavone sia sui rifiuti che sulle intraprese relative al settore dell’edilizia) e i grandi sodalizi mafiosi gestiscono l’abusivismo che è per la criminalità organizzata un interesse cogente di tipo strategico e lo strumento per imporre estorsioni e tangenti. Già dalla metà degli anni Novanta del secolo scorso il racket del cemento è stato denunciato, quando sono stati accesi i riflettori delle Procure, relativamente a molti cantieri che, se non pagavano il pizzo, restavano privi di cemento o venivano messi in condizione di non procedere con i lavori attraverso o il furto dei mezzi (camion, scavatori, gru, impalcature, quotidiani strumenti di lavoro cantieristico) o il condizionamento psicologico, fatto di minacce anche ai familiari. Qui, in questo ambito, è evidente la collusione di apparati corrotti delle amministrazioni pubbliche con singoli imprenditori o cordate delinquenziali. Alcuni esempi di malaffare criminale interessano anche le contrade dell’intero Molise.
Infine, non possiamo tacere di un altro elemento complice del malaffare camorristico che è la politica del condono. Quando a livello parlamentar/governativo si parla di condono edilizio, allo scopo di salvaguardare i compari di merenda (ossia, gli imprenditori amici), si è soliti assistere ad una impennata in progress delle costruzioni illegali: così si distruggono parti consistenti del territorio e si devasta il paesaggio.
Tale logica del neoliberismo sfrenato e slegato da ogni regola, quando prevediamo che venga superata? ☺
Ci siamo soffermati nel numero di Aprile de la fonte sul tema delle “ecomafie”, relativamente al ciclo dei rifiuti, il segmento probabilmente più appetito dalle cosche malavitose in previsione di guadagni illeciti e molto vantaggiosi.
Un altro elemento di valutazione, nel quale avvertiamo interessi cospicuamente famelici delle cosche o di semplici imprenditori senza scrupoli, è quello del ciclo del cemento. Anche in questo caso, quando parliamo di criminalità operante nel settore del ciclo del cemento, siamo soliti non soltanto riferirci alla criminalità organizzata di stampo mafioso, ma anche a semplici associazioni criminali. L’ecomafia, come concetto, implica il fatto che fenomeni di criminalità ambientale avvengono, quando c’è un controllo di tipo rigoroso, politico, quasi amministrativo del territorio da parte delle cosche mafiose. In questo caso si parla di criminalità ecologica e ci si riferisce a semplici imprenditori e amministratori senza scrupoli, presenti su tutto il territorio nazionale, che svolgono attività economiche strutturate così da generare profitti vantaggiosissimi in aperta violazione della legge, senza necessari collegamenti con associazioni criminali, ma non per questo meno pericolosi. Vorremmo dare inizio a questa seconda parte del percorso su ecomafie, partendo dal terremoto aquilano di cinque anni fa, 2009, 6 aprile, ore 3.32 della notte, quando viene cancellata a L’Aquila la vita di 308 persone e distrutto uno dei centri storici più belli d’Italia.
Il primo edificio a crollare è la Casa dello Studente, dove vengono spezzate le vite di decine di giovani che avevano scelto l’università aquilana per studiare e laurearsi.
Il secondo palazzo a crollare è l’ospedale, costruito con la sabbia, per conto del più grande gruppo edilizio italiano, l’Impregilo, gruppo al quale il governo Berlusconi aveva affidato grandi costruzioni pubbliche, come il Ponte sullo Stretto, e alcune centrali nucleari. Poi crollano case nuove e abitazioni vecchie, anche le chiese che pure avevano resistito a terremoti più catastrofici, come quello del 1703, costruzioni vecchie e nuove che non hanno resistito agli oltraggi delle speculazioni edilizie. Ma ora, cioè oggi, che fa o che ha fatto allora, appena dopo il terremoto aquilano, l’italiano, che rimane, comunque, colui che ha inventato l’architettura antisismica? L’italiano, medio e non, ha smesso di pensare; è divenuto uno spettatore esangue e molle di trasmissioni televisive nelle quali ha assistito – complice degli abusi – agli elogi del grande comunicatore, dell’unto del signore, che esaltava se stesso – al tempo del dopo terremoto dell’aprile 2009 – e la tempistica della ricostruzione aquilana, la più oltraggiosa e miserevole speculazione politica ed economica dei nostri tempi. Lo shock del terremoto ha fatto da volano trasmettitore dell’abbandono di ogni regola e di ogni traccia di “piani regolatori”, pratica che il governo dell’unto ha utilizzato con la motivazione di una “veloce ricostruzione” delle abitazioni per gli aquilani. Inoltre, a questo punto, non possiamo esimerci dall’obbligo morale, oltre che civile, di ricordare il terremoto molisano che ha visto la morte delle scolaresche di San Giuliano di Puglia, paese dove la ricostruzione “berlu- sconiana” è stata veloce e massmediaticamente rumorosa, lasciando, però, al palo altri paesi e altre dolorose sofferenze alle quali il governo regionale ancora non riesce a porre la parola “fine” (su questi temi Domenico D’Adamo e lo stesso direttore de la fonte sono, e lo sono sempre stati, la voce del disagio delle comunità molisane abbandonate dopo il terremoto).
Qual è il risultato di tutto ciò? Secondo noi, è la non utilizzazione del “sistema Friuli”, che ha consentito a questa regione, attraverso la “pratica antica” del legame proficuo fra le popolazioni e le amministrazioni locali che governano e tutelano il territorio, di uscire presto dal dolore e dalle recriminazioni, avviando in questo modo con gli amministratori la fase della ricostruzione, che c’è stata veramente!
A L’Aquila (e a San Giuliano di Puglia, prima) c’è stata soltanto la sceneggiata del “comunicatore”, che ha fatto prevalere, grazie anche ai suoi servili ministri-collaboratori, una logica ricostruttiva tutta calata dall’alto. Le cosiddette C.A.S.E., infatti, si sono rivelate pressoché unicamente come la gran cassa della propaganda della presunta efficienza governativa. In effetti, tale impostazione è figlia “adottiva” delle teorie neoliberiste della cosiddetta “shock economy”, il cui obiettivo principale è non solo garantire ad alcuni “commensali” prescelti i guadagni di un lauto bottino di danaro pubblico, ma anche di ridurre gli spazi della democrazia partecipata, che sollecita e spinge a “pensare”, “partecipare”, “organizzare” le lotte di protesta. Tutto quello che riguarda L’Aquila e la ricostruzione del suo hinterland è scritto nelle varie Procure della Repubblica che stanno indagando sulle molteplici e ricorrenti illegalità o abusi, che hanno spesso ulteriormente contribuito a distruggere il territorio abruzzese…
Queste “note” aquilane ci sono servite per far comprendere, ai giovani lettori soprattutto, il percorso che porta dritto agli affari illeciti delle ecomafie: devastazione del territorio e dell’habitat paesaggistico (per esempio, gli scarichi fognanti a cielo aperto o incanalati spudoratamente lungo i greti dei fiumi), fiumi di cemento, euro a palate, norme eccezionali che impediscono l’applicazione delle leggi ordinarie). Tutti i gruppi camorristici (pensiamo solo per un momento a quello dei casalesi e a quanto affermato da Carmine Schiavone sia sui rifiuti che sulle intraprese relative al settore dell’edilizia) e i grandi sodalizi mafiosi gestiscono l’abusivismo che è per la criminalità organizzata un interesse cogente di tipo strategico e lo strumento per imporre estorsioni e tangenti. Già dalla metà degli anni Novanta del secolo scorso il racket del cemento è stato denunciato, quando sono stati accesi i riflettori delle Procure, relativamente a molti cantieri che, se non pagavano il pizzo, restavano privi di cemento o venivano messi in condizione di non procedere con i lavori attraverso o il furto dei mezzi (camion, scavatori, gru, impalcature, quotidiani strumenti di lavoro cantieristico) o il condizionamento psicologico, fatto di minacce anche ai familiari. Qui, in questo ambito, è evidente la collusione di apparati corrotti delle amministrazioni pubbliche con singoli imprenditori o cordate delinquenziali. Alcuni esempi di malaffare criminale interessano anche le contrade dell’intero Molise.
Infine, non possiamo tacere di un altro elemento complice del malaffare camorristico che è la politica del condono. Quando a livello parlamentar/governativo si parla di condono edilizio, allo scopo di salvaguardare i compari di merenda (ossia, gli imprenditori amici), si è soliti assistere ad una impennata in progress delle costruzioni illegali: così si distruggono parti consistenti del territorio e si devasta il paesaggio.
Tale logica del neoliberismo sfrenato e slegato da ogni regola, quando prevediamo che venga superata? ☺
Ci siamo soffermati nel numero di Aprile de la fonte sul tema delle “ecomafie”, relativamente al ciclo dei rifiuti, il segmento probabilmente più appetito dalle cosche malavitose in previsione di guadagni illeciti e molto vantaggiosi.
Ci siamo soffermati nel numero di Aprile de la fonte sul tema delle “ecomafie”, relativamente al ciclo dei rifiuti, il segmento probabilmente più appetito dalle cosche malavitose in previsione di guadagni illeciti e molto vantaggiosi.
Un altro elemento di valutazione, nel quale avvertiamo interessi cospicuamente famelici delle cosche o di semplici imprenditori senza scrupoli, è quello del ciclo del cemento. Anche in questo caso, quando parliamo di criminalità operante nel settore del ciclo del cemento, siamo soliti non soltanto riferirci alla criminalità organizzata di stampo mafioso, ma anche a semplici associazioni criminali. L’ecomafia, come concetto, implica il fatto che fenomeni di criminalità ambientale avvengono, quando c’è un controllo di tipo rigoroso, politico, quasi amministrativo del territorio da parte delle cosche mafiose. In questo caso si parla di criminalità ecologica e ci si riferisce a semplici imprenditori e amministratori senza scrupoli, presenti su tutto il territorio nazionale, che svolgono attività economiche strutturate così da generare profitti vantaggiosissimi in aperta violazione della legge, senza necessari collegamenti con associazioni criminali, ma non per questo meno pericolosi. Vorremmo dare inizio a questa seconda parte del percorso su ecomafie, partendo dal terremoto aquilano di cinque anni fa, 2009, 6 aprile, ore 3.32 della notte, quando viene cancellata a L’Aquila la vita di 308 persone e distrutto uno dei centri storici più belli d’Italia.
Il primo edificio a crollare è la Casa dello Studente, dove vengono spezzate le vite di decine di giovani che avevano scelto l’università aquilana per studiare e laurearsi.
Il secondo palazzo a crollare è l’ospedale, costruito con la sabbia, per conto del più grande gruppo edilizio italiano, l’Impregilo, gruppo al quale il governo Berlusconi aveva affidato grandi costruzioni pubbliche, come il Ponte sullo Stretto, e alcune centrali nucleari. Poi crollano case nuove e abitazioni vecchie, anche le chiese che pure avevano resistito a terremoti più catastrofici, come quello del 1703, costruzioni vecchie e nuove che non hanno resistito agli oltraggi delle speculazioni edilizie. Ma ora, cioè oggi, che fa o che ha fatto allora, appena dopo il terremoto aquilano, l’italiano, che rimane, comunque, colui che ha inventato l’architettura antisismica? L’italiano, medio e non, ha smesso di pensare; è divenuto uno spettatore esangue e molle di trasmissioni televisive nelle quali ha assistito – complice degli abusi – agli elogi del grande comunicatore, dell’unto del signore, che esaltava se stesso – al tempo del dopo terremoto dell’aprile 2009 – e la tempistica della ricostruzione aquilana, la più oltraggiosa e miserevole speculazione politica ed economica dei nostri tempi. Lo shock del terremoto ha fatto da volano trasmettitore dell’abbandono di ogni regola e di ogni traccia di “piani regolatori”, pratica che il governo dell’unto ha utilizzato con la motivazione di una “veloce ricostruzione” delle abitazioni per gli aquilani. Inoltre, a questo punto, non possiamo esimerci dall’obbligo morale, oltre che civile, di ricordare il terremoto molisano che ha visto la morte delle scolaresche di San Giuliano di Puglia, paese dove la ricostruzione “berlu- sconiana” è stata veloce e massmediaticamente rumorosa, lasciando, però, al palo altri paesi e altre dolorose sofferenze alle quali il governo regionale ancora non riesce a porre la parola “fine” (su questi temi Domenico D’Adamo e lo stesso direttore de la fonte sono, e lo sono sempre stati, la voce del disagio delle comunità molisane abbandonate dopo il terremoto).
Qual è il risultato di tutto ciò? Secondo noi, è la non utilizzazione del “sistema Friuli”, che ha consentito a questa regione, attraverso la “pratica antica” del legame proficuo fra le popolazioni e le amministrazioni locali che governano e tutelano il territorio, di uscire presto dal dolore e dalle recriminazioni, avviando in questo modo con gli amministratori la fase della ricostruzione, che c’è stata veramente!
A L’Aquila (e a San Giuliano di Puglia, prima) c’è stata soltanto la sceneggiata del “comunicatore”, che ha fatto prevalere, grazie anche ai suoi servili ministri-collaboratori, una logica ricostruttiva tutta calata dall’alto. Le cosiddette C.A.S.E., infatti, si sono rivelate pressoché unicamente come la gran cassa della propaganda della presunta efficienza governativa. In effetti, tale impostazione è figlia “adottiva” delle teorie neoliberiste della cosiddetta “shock economy”, il cui obiettivo principale è non solo garantire ad alcuni “commensali” prescelti i guadagni di un lauto bottino di danaro pubblico, ma anche di ridurre gli spazi della democrazia partecipata, che sollecita e spinge a “pensare”, “partecipare”, “organizzare” le lotte di protesta. Tutto quello che riguarda L’Aquila e la ricostruzione del suo hinterland è scritto nelle varie Procure della Repubblica che stanno indagando sulle molteplici e ricorrenti illegalità o abusi, che hanno spesso ulteriormente contribuito a distruggere il territorio abruzzese…
Queste “note” aquilane ci sono servite per far comprendere, ai giovani lettori soprattutto, il percorso che porta dritto agli affari illeciti delle ecomafie: devastazione del territorio e dell’habitat paesaggistico (per esempio, gli scarichi fognanti a cielo aperto o incanalati spudoratamente lungo i greti dei fiumi), fiumi di cemento, euro a palate, norme eccezionali che impediscono l’applicazione delle leggi ordinarie). Tutti i gruppi camorristici (pensiamo solo per un momento a quello dei casalesi e a quanto affermato da Carmine Schiavone sia sui rifiuti che sulle intraprese relative al settore dell’edilizia) e i grandi sodalizi mafiosi gestiscono l’abusivismo che è per la criminalità organizzata un interesse cogente di tipo strategico e lo strumento per imporre estorsioni e tangenti. Già dalla metà degli anni Novanta del secolo scorso il racket del cemento è stato denunciato, quando sono stati accesi i riflettori delle Procure, relativamente a molti cantieri che, se non pagavano il pizzo, restavano privi di cemento o venivano messi in condizione di non procedere con i lavori attraverso o il furto dei mezzi (camion, scavatori, gru, impalcature, quotidiani strumenti di lavoro cantieristico) o il condizionamento psicologico, fatto di minacce anche ai familiari. Qui, in questo ambito, è evidente la collusione di apparati corrotti delle amministrazioni pubbliche con singoli imprenditori o cordate delinquenziali. Alcuni esempi di malaffare criminale interessano anche le contrade dell’intero Molise.
Infine, non possiamo tacere di un altro elemento complice del malaffare camorristico che è la politica del condono. Quando a livello parlamentar/governativo si parla di condono edilizio, allo scopo di salvaguardare i compari di merenda (ossia, gli imprenditori amici), si è soliti assistere ad una impennata in progress delle costruzioni illegali: così si distruggono parti consistenti del territorio e si devasta il paesaggio.
Tale logica del neoliberismo sfrenato e slegato da ogni regola, quando prevediamo che venga superata? ☺
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