A colloquio con papa francesco
16 Dicembre 2019
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A colloquio con papa francesco

Essere protagonisti, oltretutto senza alcun merito, di un incontro, di un’ esperienza, di qualcosa che supera ogni desiderio, rende sempre difficile il raccontarsi. Una certa pudicizia recrimina e suggerisce discrezione, riservatezza. Considerando poi che può essere una testimonianza stimolante, riconoscere che gli incontri si vivono in due e può capitare che uno porta solo se stesso e l’altro ti riempie, ti gratifica, allora si scongela quella parte di se stessi che si è naturalmente chiusa. E si può osare.

Proprio questo è capitato al sottoscritto il 30 ottobre 2019 dalle ore 16,20 alle 17,45. Papa Francesco, per sua amabile benevolenza, ha voluto incontrarmi in un lungo colloquio personale. Già aver ricevuto due sue telefonate è stato sconvolgente, inatteso e inedito: la prima, di ben otto minuti, per sentirsi dire, tra le altre cose, “La tua lettera mi ha colpito il cuore”e già questo basterebbe per accelerare il ritmo cardiaco e portare sazietà, gioia e consolazione. Difatti così è stato. Ma poi, a distanza di nemmeno dieci giorni, riceverne un’altra, di circa tre minuti, con la domanda: “Hai ricevuto i miei libri?” fa percepire come ci si trovi dinanzi a qualcuno che non ha perso l’umano che è in lui, o seppellito, anzi lo ha amplificato. Non ha smarrito il desiderio di cercare l’altro solo perché è diventato Papa e basterebbe a se stesso. Comunque è cercato, desiderato, avvicinato, interpellato. No, a Papa Francesco tutto questo non lo soddisfa affatto. Si mette lui in cerca di relazioni inedite, di telefonate inattese, di gesti profetici. Ma il tutto, continuando il racconto, diventa ancora più destabilizzante quando ci si sente chiedere la disponibilità di tre date affinché lui ne possa scegliere una per incontrarsi, in udienza privata presso la sua abitazione a Santa Marta in Città del Vaticano. “Santità quando lei vuole. Lei è molto impegnata. Mi adatto alle sue esigenze”. E lui: “Ma anche voi parroci avete molto da fare”. Che premura, che riconoscimento, che delicatezza. Tutto questo narra di un uomo umile, semplice, dedito, rispettoso, attento e premuroso. E quando poi ci si trova al suo cospetto, da soli, in una stanza per un’ora e mezza di colloquio pacato, dedito, senza fretta, disponibile, si tocca la dimensione apicale di un dialogo che nella modalità e nell’intensità emotiva fa toccare il cielo con un dito.

Io, comune prete di provincia, dinanzi a Papa Francesco. Soli. Si percepisce che il disagio impastato di gioia e soddisfazione è solo personale, lui vive la sua quotidianità. E questo è l’ingrediente più gustoso di questo “magistero gestuale” che Francesco offre. Difatti si alza dalla sedia per recarsi dalla centralinista a chiedere una corona da portare ad una persona particolare. Si premura di procurare la carta necessaria, alzandosi ancora dalla sua sedia, per scrivere la mail che vuole dettare. Dinanzi alla porta si ferma per dare precedenza e dinanzi alla scontata insistenza che passi prima lui, ci si sente dire con una battuta: “Prima i ministranti, poi il celebrante”. Oppure al termine dell’incontro vedere, girandosi indietro per uscire, che lui è lì, sull’uscio della porta, ad attendere per un ultimo saluto gestuale.

Il cuore si è saziato. Lo avverti colmo, perché hai incontrato un padre, un amico, un confidente che ha fatto straripare nella tua vita, beneficandola, tutta la sua premura, attenzione e dedizione. Non si è mai meravigliato per le cose che gli sono state chieste. Da una foto con l’angelo portato in dono, ad un autografo sul fumetto di san Timoteo da poco edito, alla disponibilità di accettare il dono della preghiera per lui da parte di tutti i detenuti delle carceri italiane in occasione della celebrazione mondiale dei poveri, ad accogliere in San Pietro il corpo di san Timoteo di cui la chiesa locale di Termoli-Larino ha ricevuto, dalla provvidenza, l’onere e l’onore di custodire a partire dal 1239, come attesta il primo documento lapideo in nostro possesso.

Di proposito non si è voluto chiedere un selfie, unico modo per documentare, fotograficamente, quell’incontro. Non si è voluto fare violenza ai sentimenti e alle emozioni che rimarranno per sempre e in modo indelebile scritte e tatuate sul cuore. Sono incontri che si documentano in modo diverso. Personale, riservato, fanno parte di quell’album fotografico ideale ed emozionale di cui si vuole rimanere possessori unici. Perché tanto è stato scritto, tanto è stato vissuto, condiviso, e nulla di più e nulla di meglio può custodire tale ricchezza se non lo scrigno del cuore e della propria vita.

 

Questo vissuto con Papa Francesco è uno di quegl’incontri di cui non si vuole perdere e sciupare nulla, neppure una goccia, neppure una briciola, neppure una scintilla. Proprio come la limatura del laboratorio di un orafo. La limatura dell’oro è sempre preziosa, unica e rara, nonostante la dimensione minuscola del frammento.

Ma è pur vero che un dono ricevuto deve a sua volta essere donato per poterlo valorizzare e sperimentare nei suoi effetti benefici. Questo è l’unico motivo di questo spiraglio aperto dal proprio vissuto perché l’intensità della luce che proviene non accechi chi la possiede ma illumini anche coloro che la intercettano e verso cui la si indirizza. Ma il cuore necessita anche di sdebitarsi per essere stato protagonista, senza alcun merito, di un “evento” così unico, raro e per questo straordinario. E il modo migliore è quello di esprimere grata riconoscenza e profonda gratitudine a chi ne è stato il vero protagonista: Papa Francesco. Anche per un ultimo e non meno gratificante e innovativo gesto: la sua mail ricevuta nella propria posta elettronica! Anche se a suo dire e per diretta affermazione non sa usare il pc ma scrive tutto a mano in spagnolo. Come da lui affermato, su richiesta avanzatagli, ha scritto tutto e da solo, di suo pugno la bellissima lettera indirizzata a tutti i sacerdoti in occasione del centosessantesimo anniversario della morte del santo curato d’Ars, il 4 agosto 2019, intitolata: “Ai miei fratelli presbiteri” “perché così mi è uscita dal cuore”. Un cuore grande, un cuore generoso, un cuore premuroso, un cuore generativo. Sì perché la gioia di questo felice incontro è stata generata dalla risposta che avevo indirizzato al santo Padre. ☺

 

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