A michele – vecchio barricadero
Tra il burlesco e il noir, Invito a pranzo con pistola è il titolo dell’ultimo libro di Leopoldo Santovincenzo, esperto di cinema, autore e sceneggiatore televisivo, narratore molisano da tempo residente a Roma; presentato da Santovincenzo stesso in dialogo col giornalista Filippo Massari lo scorso 11 giugno presso la Sala Alphaville di Campobasso, Invito a pranzo con pistola è dedicato – come ha detto Santovincenzo in apertura dell’incontro e come pure scrive nella postfazione – “a un amico e libraio che non c’è più… Michele, vecchio barricadero, gran lettore e dispensatore di libri… sognatore di stampo ‘sudamericano’ come non se ne fanno più”, e per questo a me è piaciuto ancor prima di leggerlo.
Oltre al titolo, il libro è sui generis fin nel contenuto, che segue lo sviluppo e le conseguenze di un accaduto dell’Italia dei primi anni Sessanta, ovvero il rapimento avvenuto a Milano il 28 settembre 1962 del viceconsole spagnolo Isu Elias per parte di un gruppo di giovanissimi anarchici e socialisti rivoluzionari, con l’obiettivo di impedire l’ esecuzione dell’anarchico e antifranchista Jeorge Conill Valls, condannato a morte dal regime di Francisco Franco; il viceconsole, dopo una prigionia di appena tre giorni contrassegnata – a suo stesso dire – dall’assoluta mancanza di violenza dei rapitori, anzi da certa loro pacata benevolenza nei confronti del rapito, fu riconsegnato alle forze dell’ordine; il processo, che si tenne a Varese ad appena un mese dal rapimento, nel novembre del 1962, si concluse in breve e con condanne molto miti per i giovani rapitori: il loro obiettivo poté dirsi raggiunto, in quanto, grazie alla mobilitazione suscitata dal caso, la condanna di Jeorge Conill fu commutata in carcere a vita, mentre la vicenda nel suo intero, compresa delle sedute del processo, si era trasformata in un atto pubblico di accusa contro il regime franchista e le sue crudeltà.
In una sorta di dichiarazione di poetica che illustra motivazioni, intenti e modi della sua narrazione, Santovincenzo racconta del fortuito incontro con la notizia del “ratto” del viceconsole che definisce “se- questro politico di rilievo internazionale in anni apparentemente tiepidi, ancora lontani dal caldo dell’autunno del 1969 e dal gelo del 12 dicembre e da tutto quello che seguì” e, complice il tratto schietto e a momenti rocambolesco della vicenda, spiega di esserne stato ossessionato, tanto da aver deciso di fissare nella scrittura la storia del gruppetto di beffardi studenti ventenni, rapitori improvvisati e senza patente che, sequestrando un diplomatico, decide di sfidare una feroce dittatura straniera, per salvare la vita di un ventitreenne; “un serissimo gioco da ragazzi” che “per un seguito di circostanze accidentali” riesce nell’intento “senza spargere una goccia di sangue”, mentre per causa di quei ragazzi e dietro di loro si mettono in moto forze dell’ordine e servizi segreti e giornalisti affamati di cronaca e cortei antifranchisti.
Fondato su un ricchissimo repertorio di documenti, il libro vanta un accorto impianto narrativo: senza voler essere “storia di ordinaria finzione” né saggio storico, esso prende forma piuttosto dalla dissepoltura di una tela di memorie impolverate pian piano restituite al colore originario a mezzo di un’aderenza assoluta ai fatti come essi sono accaduti e di una scrittura asciutta, associate all’attenzione continua al contesto e allo sfondo su cui si muovono personaggi protagonisti e comprimari; del resto, a scansare un abito cronachistico o una fredda univoca pretesa di oggettività, concorrono da una parte le suggestioni di odori, voci, suoni, di chi non c’è più o c’è ancora e ricorda a modo proprio, dall’ altra la voce dell’autore stesso, che ogni tanto fa capolino per raccontare della sua ricerca, dei suoi dubbi, dei crocevia e dei vicoli ciechi in cui si è imbattuto nel corso della sua ricostruzione. Un vero e proprio docufilm letterario, insomma.
Il sequestro di Elias è descritto da Santovincenzo come una “storia semplice in un Paese complicato” una simbolica “soglia” oltre la quale si spalanca un “nero precipizio”; gli anarchici giovanissimi e sprovveduti, che per sostenere la causa lontana e vicina di un compagno spagnolo riescono a fingere l’ invito a pranzo ad un “oscuro viceconsole”, lo rapiscono, lo puntellano appena con una pistola perché stia quieto, in tre giorni lo liberano e tutto lì: saranno presto studiatamente dimenticati perché inutilizzabili dalla narrazione successiva, quando, tra il 1964 e il 1970, con il montare della tensione sociale, tra interventi a piede libero di CIA e Servizi segreti dietro le quinte della politica italiana e il rinnovato fascismo che assumeva una fattispecie pulviscolare capace di penetrare per ogni dove, saranno più funzionali quali capri espiatori del disagio collettivo i pericolosi bombaroli dell’anarchia di tradizione, gli sregolati alla Pietro Valpreda, i sovversivi frequentatori della Ghisolfa, come Pino Pinelli, con quel che ne venne.
Sempre attento alla piccola folla di personaggi noti e notissimi che si muovono dietro primari e comprimari del rapimento, dal maggiore Carlo Alberto Dalla Chiesa a Rossana Rossanda al vescovo di Milano Giovanni Battista Montini al “principe nero” Junio Valerio Borghese, sui quali tutti si stende l’ombra nera del Caudillo e dei suoi torturatori, Santovincenzo riconosce nell’episodio una realtà “pura” e alternativa, perciò subito sotterrata nell’Italia che si muove tra Portella della Ginestra e piazza Fontana; è quanto in qualche modo evidenzia l’avvocato della difesa, Boneschi: “Quale monito, l’atto di questi giovani, per la nostra sterile saggezza!”, egli esclama nell’arringa finale – ed è la motivazione di fondo con cui il Presidente del tribunale di Varese spiega l’indulgenza dei provvedimenti presi contro i giovani rapitori, che “con giovanile slancio di solidarietà hanno trascurato ogni calcolo di tornaconto personale ed hanno affrontato l’inevitabilità di una condanna penale a loro carico, pur di giovare al loro amico e compagno di fede Conill”.
L’Italia, che così non è più stata.☺
