Ancora tante barriere
8 Giugno 2021
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Ancora tante barriere

Le barriere, reali e metaforiche, intese come ostacoli insormontabili, ci preoccupano veramente tanto. Il Covid 19 è uno di questi. Rappresenta la prima pandemia mondiale con miliardi di persone tappate in casa, costrette a non uscire; con un numero abnorme di uffici, di scuole, di aziende, che, nei casi fortunati, si sono dovuti organizzare con lo smart working; con attività commerciali, anche di modeste proporzioni, che hanno dovuto interrompere per mesi le loro attività produttive con conseguenze negative; con ospedali al collasso, che hanno evidenziato come sia stata insana la politica del risparmio degli ultimi 30-40 anni in Italia e nei paesi dove maggiormente è tenace ed oppressiva la logica del neocapitalismo vorace.

Avvertiamo con dolore che sul nostro futuro, specialmente su quello delle giovani generazioni, ci sono nuvole minacciose. Sulle nostre teste, di adulti e giovani, e sulle nostre storie, che di storia sociale ancora viviamo e tempriamo la nostra quotidianità, sta calando un cielo plumbeo, spaventoso. Emerge la nostra incapacità ad essere diversi, se non migliori, di quanto siamo stati finora. Lo constatiamo da tante manifestazioni di sofferenza e di prevaricazione: la sofferenza è quella penosa ed infausta delle diseguaglianze sociali tra abbienti e non, che stanno enormemente crescendo. Le prevaricazioni sono visibili sia nei respingimenti di migranti lungo la rotta balcanica e nel Mare Mediterraneo – nel Mar Nostrum vige la criminale regola libica degli affondamenti e dei campi di prigionia, ai quali sono costretti migliaia e migliaia di migranti provenienti principalmente dall’area sub sahariana del continente africano; e sia nel mai scomparso conflitto israelo/palestinese, in cui in questi giorni si misurano, tra i due popoli, le armi, le bombe, con un enorme divario delle forze in campo, che vede fronteggiarsi uno degli eserciti più possenti del mondo, quello israeliano, ed un altro, palestinese, infinitamente più debole, la cui bocca da fuoco è costituita quasi unicamente da Hamas, l’ala oltranzista. Il motivo della ripresa del conflitto armato è antico ed affonda la sua ragion d’ essere nella dissoluzione, costante negli anni, della Risoluzione 181 dell’Assemblea Generale dell’Onu, 26 novembre 1947, che stabiliva la divisione in due della Palestina, araba ed ebraica, con la creazione dello Stato di Israele (cui andò la parte più cospicua del territorio, pur in presenza di un numero minore di abitanti negli anni successivi al secondo conflitto mondiale e alla Shoa).

Una seconda ragione è legata alla prepotente sopraffazione del governo israelita che a Gerusalemme (ma anche in altre località) sta impossessandosi di abitazioni di proprietà di nuclei familiari arabo/palestinesi da assegnare a famiglie israelite (i coloni), manifestando in tal modo un profondo ed ostile disprezzo nei confronti delle famiglie arabe, proprietarie di quegli stabili. Dietro tale, solo in apparenza, cieca politica di distruzione della presenza araba a Gerusalemme c’è la logica della sopraffazione neocoloniale, espressa dall’onnivoro capitalismo di questi ultimi decenni, che oltre alle guerre, fatte passare per missioni di pace, ci sta trascinando alla distruzione totale del nostro Pianeta. Di qui, stiamo verificando che, nonostante il Covid 19 abbia causato alla data del 17 maggio ’21 più di 162 milioni di contagi e quasi 3 milioni e mezzo di decessi, non siamo ancora capaci di superare i muri che ci dividono, anzi cerchiamo addirittura di crearne nuovi, come il doloroso ed amaro conflitto fra Israele e il popolo palestinese ci sta facendo vedere in questi ultimi giorni.

Allora cosa dobbiamo apprendere dalla esperienza pandemica del Covid 19? Probabilmente dobbiamo abbandonare i nostri modi di vivere e cercare anche di modificare le chiavi di lettura della nostra quotidianità personale e della storia collettiva. La pandemia rappresenta sicuramente una rottura dei parametri culturali/scientifici/politici nonché di quelli legati al concetto di produttività in infinitum, che hanno caratterizzato, purtroppo in negativo, le nostre storie sociali e collettive (la distruzione progressiva e costante del Pianeta; la schiavizzazione del lavoro dipendente dopo l’eliminazione di quasi tutte le tutele sindacali; la subordinazione della cultura, del sapere, dell’arte, della stessa scienza ai canoni restrittivi della finanza transnazionale; la continua sordità dei nostri governi ad accrescere il volume della sanità pubblica e di quella territoriale in particolar modo, come elemento primario di tutela della salute dei cittadini ed anche come strumento necessario per attribuire agli ospedali ruoli e compiti ben diversi rispetto a quelli che ne hanno messo in risalto, nel corso soprattutto del 2020, l’inefficienza, nonostante il grande impegno del personale medico e paramedico in questo anno di sofferenza causata dalla Sars Co.V-2).

La pandemia ci ha fatto capire che dinanzi al suo devastante sconvolgimento le nostre fragilità, individuali e collettive, erano comuni, appartenenti a tutti i ceti sociali, e che nel contempo le barriere (la ricchezza, i privilegi, la stessa carriera politica come mestiere involgaritosi, però) frapposte in seno alle società di tutto il pianeta non sono servite a frenare la sconvolgente realtà dei decessi e dei contagi.

La tracotanza delle multinazionali del farmaco e della ricerca, la presunzione sfrontata dell’industria digitale; il balbettio dell’attuale ceto politico, europeo e nostrano, l’assenza di qualsiasi vera opposizione culturale/etica/politi- ca in Parlamento costituiscono ancora degli ostacoli, delle chiusure che sono di un peso, direi insostenibile, ma che debbono, comunque, spingerci a dire “mai come prima”.☺

 

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