Una caratteristica dei tempi che viviamo è senza dubbio la fretta: la giornata è tutta scandita dal ritmo di rigidi orari e dagli impegni che ci attendono; la velocità purtroppo riguarda anche il modo con cui comunichiamo (o non comunichiamo) l’ indispensabile, e ciò si riflette anche nell’uso dei prestiti linguistici accolti nella lingua italiana.
E’ certamente ben inserito in questa corsa che ci affligge il vocabolo inglese gap [pron. ghèp], rapido sostantivo monosillabico, che ci viene in aiuto e ci fa risparmiare sia tempo che sforzo di coniugare espressioni linguistiche più complesse, come invece richiederebbe la nostra lingua italiana.
Quante volte abbiamo sentito utilizzare l’espressione “si tratta di un gap culturale” per alludere garbatamente alla mancanza di informazione (se non addirittura ignoranza) dell’interlocutore? Oppure fare riferimento ad un “gap da superare” quando qualche ostacolo si frappone provocando l’interruzione di una attività che si sta svolgendo?
Per gli inglesi gap è innanzitutto il divario, la separazione, la frattura tra due elementi; in secondo luogo con gap viene ad indicarsi l’abisso, il precipizio, sia in senso fisico che figurato, che divide due realtà.
Il mondo anglosassone usa inoltre il vocabolo quando vuole indicare il vuoto che si produce in un sistema o in una situazione a seguito di eventi noti o imprevisti: di qui i gap nella conoscenza di una particolare materia quando non si è avuta la possibilità di studiare o di informarsi. La differenza tra gruppi di persone o di cose è anche opportunamente veicolata da gap: il termine sottolinea la distanza e a volte la inconciliabilità di situazioni esistenziali o estrazione sociale delle persone, come pure la divergenza di opinioni o posizioni ideologiche. Per cui gap è qui l’elemento che si frappone, la terra di nessuno, l’approdo cui sostano gli elementi contrapposti, in attesa che venga attivato un ponte o che la frattura si ampli sempre di più.
Relativamente alla dimensione temporale, gap sta ad indicare il periodo di tempo che intercorre tra un accadimento ed un altro, e ben si addice all’espressione ormai in voga, “gap generazionale”, che nell’uso che oggi se ne fa non si riferisce alla distanza temporale (ovviamente necessaria) tra una generazione ed un’altra, quanto piuttosto alla differenza di mentalità tra giovani e meno giovani.
Gap: tre lettere dell’alfabeto dai molteplici significati, tre suoni cui facciamo ricorso quando per fretta o per pigrizia non vogliamo dilungarci in parole.
Altro è il caso dell’ introduzione nella lingua italiana di parole inglesi cui non si attribuisce lo stesso significato che esse hanno nella loro lingua, come ad esempio avviene per ticket [pron. tichèt], che in inglese non significa e non ha mai significato “contributo sanitario”. In Gran Bretagna e in America si adoperano i ticket per salire sui mezzi di trasporto, per visitare un museo, per assistere ad uno spettacolo: sono in questi casi “biglietti”; con lo stesso termine si può indicare anche l’etichetta di un prodotto in vendita o di un plico da spedire, come pure la notifica di una infrazione al codice della strada.
La diffusione del termine ticket è stata favorita dalla scarsa attenzione che nel nostro paese si ha per la lingua nazionale ed inoltre anche dall’incauta azione dei responsabili di governo, in questo caso l’allora ministro delle finanze Filippo Maria Pandolfi, (siamo negli anni 80) tanto preoccupato del risanamento dei bilanci statali da porre in secondo piano la questione semantica. Appare allora grave la responsabilità di certi organi statali in merito all’introduzione di forestierismi inutili; grazie alla loro “ufficialità”questi termini diventano di uso generale e tutti si sentono autorizzati ad usarli, senza tuttavia chiedersene il significato. A chi allora fece notare al ministro che la gente non avrebbe compreso la parola ticket, egli bonariamente rispose che esso è un tagliando diviso in due pezzi, eludendo il problema.
Chiamare il ticket “contributo sanitario”significava rendere immediatamente comprensibile che di tassa si sarebbe trattato, mentre mascherare il balzello con il termine inglese contribuì a farlo supinamente ed “esoticamente” accettare. E visti i bilanci della sanità italiana dovremo rassegnarci a parlare ancora per molto di ticket.☺
Una caratteristica dei tempi che viviamo è senza dubbio la fretta: la giornata è tutta scandita dal ritmo di rigidi orari e dagli impegni che ci attendono; la velocità purtroppo riguarda anche il modo con cui comunichiamo (o non comunichiamo) l’ indispensabile, e ciò si riflette anche nell’uso dei prestiti linguistici accolti nella lingua italiana.
E’ certamente ben inserito in questa corsa che ci affligge il vocabolo inglese gap [pron. ghèp], rapido sostantivo monosillabico, che ci viene in aiuto e ci fa risparmiare sia tempo che sforzo di coniugare espressioni linguistiche più complesse, come invece richiederebbe la nostra lingua italiana.
Quante volte abbiamo sentito utilizzare l’espressione “si tratta di un gap culturale” per alludere garbatamente alla mancanza di informazione (se non addirittura ignoranza) dell’interlocutore? Oppure fare riferimento ad un “gap da superare” quando qualche ostacolo si frappone provocando l’interruzione di una attività che si sta svolgendo?
Per gli inglesi gap è innanzitutto il divario, la separazione, la frattura tra due elementi; in secondo luogo con gap viene ad indicarsi l’abisso, il precipizio, sia in senso fisico che figurato, che divide due realtà.
Il mondo anglosassone usa inoltre il vocabolo quando vuole indicare il vuoto che si produce in un sistema o in una situazione a seguito di eventi noti o imprevisti: di qui i gap nella conoscenza di una particolare materia quando non si è avuta la possibilità di studiare o di informarsi. La differenza tra gruppi di persone o di cose è anche opportunamente veicolata da gap: il termine sottolinea la distanza e a volte la inconciliabilità di situazioni esistenziali o estrazione sociale delle persone, come pure la divergenza di opinioni o posizioni ideologiche. Per cui gap è qui l’elemento che si frappone, la terra di nessuno, l’approdo cui sostano gli elementi contrapposti, in attesa che venga attivato un ponte o che la frattura si ampli sempre di più.
Relativamente alla dimensione temporale, gap sta ad indicare il periodo di tempo che intercorre tra un accadimento ed un altro, e ben si addice all’espressione ormai in voga, “gap generazionale”, che nell’uso che oggi se ne fa non si riferisce alla distanza temporale (ovviamente necessaria) tra una generazione ed un’altra, quanto piuttosto alla differenza di mentalità tra giovani e meno giovani.
Gap: tre lettere dell’alfabeto dai molteplici significati, tre suoni cui facciamo ricorso quando per fretta o per pigrizia non vogliamo dilungarci in parole.
Altro è il caso dell’ introduzione nella lingua italiana di parole inglesi cui non si attribuisce lo stesso significato che esse hanno nella loro lingua, come ad esempio avviene per ticket [pron. tichèt], che in inglese non significa e non ha mai significato “contributo sanitario”. In Gran Bretagna e in America si adoperano i ticket per salire sui mezzi di trasporto, per visitare un museo, per assistere ad uno spettacolo: sono in questi casi “biglietti”; con lo stesso termine si può indicare anche l’etichetta di un prodotto in vendita o di un plico da spedire, come pure la notifica di una infrazione al codice della strada.
La diffusione del termine ticket è stata favorita dalla scarsa attenzione che nel nostro paese si ha per la lingua nazionale ed inoltre anche dall’incauta azione dei responsabili di governo, in questo caso l’allora ministro delle finanze Filippo Maria Pandolfi, (siamo negli anni 80) tanto preoccupato del risanamento dei bilanci statali da porre in secondo piano la questione semantica. Appare allora grave la responsabilità di certi organi statali in merito all’introduzione di forestierismi inutili; grazie alla loro “ufficialità”questi termini diventano di uso generale e tutti si sentono autorizzati ad usarli, senza tuttavia chiedersene il significato. A chi allora fece notare al ministro che la gente non avrebbe compreso la parola ticket, egli bonariamente rispose che esso è un tagliando diviso in due pezzi, eludendo il problema.
Chiamare il ticket “contributo sanitario”significava rendere immediatamente comprensibile che di tassa si sarebbe trattato, mentre mascherare il balzello con il termine inglese contribuì a farlo supinamente ed “esoticamente” accettare. E visti i bilanci della sanità italiana dovremo rassegnarci a parlare ancora per molto di ticket.☺
Una caratteristica dei tempi che viviamo è senza dubbio la fretta: la giornata è tutta scandita dal ritmo di rigidi orari e dagli impegni che ci attendono; la velocità purtroppo riguarda anche il modo con cui comunichiamo (o non comunichiamo) l’ indispensabile, e ciò si riflette anche nell’uso dei prestiti linguistici accolti nella lingua italiana.
E’ certamente ben inserito in questa corsa che ci affligge il vocabolo inglese gap [pron. ghèp], rapido sostantivo monosillabico, che ci viene in aiuto e ci fa risparmiare sia tempo che sforzo di coniugare espressioni linguistiche più complesse, come invece richiederebbe la nostra lingua italiana.
Quante volte abbiamo sentito utilizzare l’espressione “si tratta di un gap culturale” per alludere garbatamente alla mancanza di informazione (se non addirittura ignoranza) dell’interlocutore? Oppure fare riferimento ad un “gap da superare” quando qualche ostacolo si frappone provocando l’interruzione di una attività che si sta svolgendo?
Per gli inglesi gap è innanzitutto il divario, la separazione, la frattura tra due elementi; in secondo luogo con gap viene ad indicarsi l’abisso, il precipizio, sia in senso fisico che figurato, che divide due realtà.
Il mondo anglosassone usa inoltre il vocabolo quando vuole indicare il vuoto che si produce in un sistema o in una situazione a seguito di eventi noti o imprevisti: di qui i gap nella conoscenza di una particolare materia quando non si è avuta la possibilità di studiare o di informarsi. La differenza tra gruppi di persone o di cose è anche opportunamente veicolata da gap: il termine sottolinea la distanza e a volte la inconciliabilità di situazioni esistenziali o estrazione sociale delle persone, come pure la divergenza di opinioni o posizioni ideologiche. Per cui gap è qui l’elemento che si frappone, la terra di nessuno, l’approdo cui sostano gli elementi contrapposti, in attesa che venga attivato un ponte o che la frattura si ampli sempre di più.
Relativamente alla dimensione temporale, gap sta ad indicare il periodo di tempo che intercorre tra un accadimento ed un altro, e ben si addice all’espressione ormai in voga, “gap generazionale”, che nell’uso che oggi se ne fa non si riferisce alla distanza temporale (ovviamente necessaria) tra una generazione ed un’altra, quanto piuttosto alla differenza di mentalità tra giovani e meno giovani.
Gap: tre lettere dell’alfabeto dai molteplici significati, tre suoni cui facciamo ricorso quando per fretta o per pigrizia non vogliamo dilungarci in parole.
Altro è il caso dell’ introduzione nella lingua italiana di parole inglesi cui non si attribuisce lo stesso significato che esse hanno nella loro lingua, come ad esempio avviene per ticket [pron. tichèt], che in inglese non significa e non ha mai significato “contributo sanitario”. In Gran Bretagna e in America si adoperano i ticket per salire sui mezzi di trasporto, per visitare un museo, per assistere ad uno spettacolo: sono in questi casi “biglietti”; con lo stesso termine si può indicare anche l’etichetta di un prodotto in vendita o di un plico da spedire, come pure la notifica di una infrazione al codice della strada.
La diffusione del termine ticket è stata favorita dalla scarsa attenzione che nel nostro paese si ha per la lingua nazionale ed inoltre anche dall’incauta azione dei responsabili di governo, in questo caso l’allora ministro delle finanze Filippo Maria Pandolfi, (siamo negli anni 80) tanto preoccupato del risanamento dei bilanci statali da porre in secondo piano la questione semantica. Appare allora grave la responsabilità di certi organi statali in merito all’introduzione di forestierismi inutili; grazie alla loro “ufficialità”questi termini diventano di uso generale e tutti si sentono autorizzati ad usarli, senza tuttavia chiedersene il significato. A chi allora fece notare al ministro che la gente non avrebbe compreso la parola ticket, egli bonariamente rispose che esso è un tagliando diviso in due pezzi, eludendo il problema.
Chiamare il ticket “contributo sanitario”significava rendere immediatamente comprensibile che di tassa si sarebbe trattato, mentre mascherare il balzello con il termine inglese contribuì a farlo supinamente ed “esoticamente” accettare. E visti i bilanci della sanità italiana dovremo rassegnarci a parlare ancora per molto di ticket.☺
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