antigone
22 Aprile 2010 Share

antigone

 

Sovversiva,  audace, coraggiosa, ribelle: sono gli aggettivi che meglio ritraggono Antigone, la protagonista della tragedia sofoclea che non si è sottomessa ad una legge che riteneva ingiusta. Ha volto la schiena alla volgare innocenza che consiste nel punire e si è chinata sul corpo esanime del fratello Polinice per seppellirne le spoglie e sottrarle agli avvoltoi. Creonte la vede dall’alto dei bastioni della città di Tebe e, incurante delle leggi scritte nel cielo, ordina alle guardie di arrestarla e gettarla nelle catacombe.

Qual è la colpa di Antigone? Quella di aver considerato degni di sepoltura entrambi i suoi fratelli, Eteocle e Polinice, e non soltanto Eteocle, come vorrebbe il tiranno Creonte, poiché il primo aveva difeso la città di Tebe, mentre il secondo aveva militato in campo avverso. Antigone si ribella alla decisione del re che ha predisposto i massimi onori per Eteocle, negandoli a Polinice e minacciando di morte chiunque tenti di infrangere il divieto. Dinanzi ad una simile ingiustizia la giovane donna non si rassegna, anzi rischia la sua stessa vita pur di agire secondo il proprio codice etico e compiere il dovere di onorare il defunto. Incarna, Antigone, l'idea del diritto naturale, che gli antichi chiamavano legge non scritta, una legge eterna, che nessuno aveva mai letto in un codice, ma che tuttavia si poneva come inviolabile. Obbedisce a quella che ancora non può chiamare la sua coscienza, ma che ad essa assomiglia molto.

 Il mito suscita alcuni interrogativi: la legge è sempre giusta? Quali sono i rapporti tra legge formale – la legge scritta – e la giustizia? Nel caso in cui la legge imponga qualche cosa che va assolutamente contro i nostri principi, dobbiamo osservarla oppure no? E quando la ribellione può essere giustificabile?

 Ogni legge nasce in un determinato contesto storico e ne riflette i valori. Ma la società, i singoli, le persone si modificano mentre la legge rimane sostanzialmente ferma. Spesso la civiltà impone delle rinunce ingiustificate, dettate da pregiudizi morali, dalla volontà di reprimere ogni originalità, dalla paura della diversità. Siamo così costretti ad adattarci a criteri che ci sono estranei, a priorità che non ci appartengono. E quando la distanza tra i bisogni individuali e le esigenze collettive diventa insanabile, si pongono le basi per il disagio sociale e le premesse  per alimentare la ribellione.               Può accadere quindi che il singolo si ribelli e vìoli la legge quando non ha altre possibilità. Come Antigone, che ha affrontato la morte per non tradire la pietà dovuta ai propri cari scomparsi; il rispetto per i morti non è soltanto, per lei, un impulso della sua coscienza, ma soprattutto un dovere sancito da leggi non scritte, da leggi di origine divina, e la sua drammatica scelta testimonia il coraggio di chi, non volendo calpestare i propri ideali né abdicare al proprio codice interiore, si dichiara pronto a sfidare la legge e ad accettarne le conseguenze.                           Nonostante siano trascorsi millenni, viene da chiedersi, oggi, se il diritto e la pietà possano essere compatibili. La cronaca dei mesi scorsi ha dato voce all’accorato appello di una persona costretta a mostrarsi nel suo agonizzare e morire, prossima a quell’abisso imperscrutabile in cui si confondono il niente e l’assoluto. Piergiorgio Welby ha implorato ripetutamente che venisse posta fine alla propria indicibile sofferenza; la legge, che vieta di uccidere perché tutela universalmente l’esistenza e i diritti di ognuno, ha respinto la sua richiesta, ignorando il dramma personale di un individuo, ribadendo che il diritto e la pietà non sono conciliabili. Non è questo che ci aspettiamo dalle leggi. Dalle leggi ci aspetteremmo non solo limitazioni e impedimenti affinché i cittadini  non si rechino vicendevolmente danno. Dal sistema ordinamentale ci aspetteremmo che si avvicinasse  sempre di più all’idea di giustizia, sapendo che quest’ultima comunque non è di questa terra e che però molto si può fare perché le regole assomiglino il più possibile all’idea di giustizia.

La società ha bisogno di “andare oltre”, di sognare ciò che non è ancora compiuto. La stasi, l’immobilità crea disagio e quando un sistema normativo è incapace di cogliere i segni di questo malessere, quando le leggi dello Stato diventano troppo distanti dalle leggi del cuore, non rimane altra strada che quella della trasgressione. Una strada impervia, imboccata la quale si avverte l’isolamento, il rifiuto, l’incomprensione rispetto a ciò che, forse, un domani sarà condiviso e accettato dai più. Una scelta difficile dinanzi alla quale almeno la pietà religiosa non sarebbe dovuta arretrare, memore che “ la bontà infinita ha sì gran braccia, che prende ciò che si rivolge a lei” (Purgatorio, III). ☺

 

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