Arroganza degli stati uniti
Da più di un mese il presidente statunitense, Trump, con la complicità servile di una parte consistente della stampa, contigua all’entourage di questo altezzoso personaggio, che da anni fa capire all’opinione nazionale e internazionale, con le sue spavalde e teatrali affermazioni, che la realtà, alla quale tiene maggiormente, è quella econo- mico/finanziaria, dove ciascuno può recitare a soggetto e, di conseguenza, riempire la scena non solo di sciocchezze, ma anche di pericolose prospettive di dominio inarrestabile sul mondo (ci riferiamo anche al problema dei dazi imposti a quasi tutte le nazioni al mondo!), ha dichiarato guerra ai cartelli del narcotraffico, che snodano i loro affari nel Mar dei Caraibi, accusando il Venezuela, di far commercio con la droga, sotto l’ombrello protettivo e correo del presidente di questa nazione, Nicolas Maduro. Quindi, costui – sostiene il presidente degli USA – è il principale responsabile della morte, a causa della droga, di americani, privati, peraltro, nel loro Paese di qualsiasi prospettiva socialmente dignitosa, negatagli da politiche escludenti le fasce popolari più fragili e povere.
Il presidente della nazione venezuelana, Maduro, sarebbe il principale fornitore nel mercato americano della droga. La conseguenza è che deve essere eliminato dalla scena politica e sostituito da una coalizione politica di destra, la cui leader, detto per inciso, ha ottenuto quest’anno – 2025 – il premio Nobel per la pace su presumibile sollecitazione degli apparati socio/finanziari statunitensi. La candidata a sostituire Maduro secondo i progetti, alimentati anche dell’ intelligence americana, è la principale esponente, oggi, della destra venezuelana, anticomunista, e cioè Maria Corina Machado. Sappiamo nello stesso momento che da molti decenni il Venezuela, già dalle stagioni rivoluzionarie di Chavez, è sotto il “fuoco statunitense”, alimentato dalle grandi lobby finanziarie americane; quindi, sull’orlo di passare definitivamente sotto l’orbita nordamericana e perdere, di conseguenza, la propria autonomia, la propria libertà.
Il Paese, ricco di fonti energetiche, petrolio, gas, legname, oro ed altro, sarebbe letteralmente ghermito dal colosso statunitense. Ma la storia non può essere narrata, interpretandola arbitrariamente, ignorando studi e approfondimenti di ogni tipo; come pure, tenendo presenti, soltanto, le proprie fissazioni, o obbedendo irrazionalmente alle pulsioni espansionistiche del Paese – USA – che si ritiene l’unico depositario dei valori occidentali, Quali? Eccoli, tra gli altri, i princìpi di libertà, di democrazia, di tolleranza, etc. che si sono affermati sostanzialmente in Occidente non certamente ad opera della rivolta delle colonie americane contro il loro Paese di origine, la Gran Bretagna, ma essenzialmente grazie alla Rivoluzione francese del 1789, quella che ha esultato per la caduta della Bastiglia parigina, simbolo della dittatura monarchica dei reali di Francia. Ogni popolo, sulla base di un concetto inequivocabilmente accolto da qualsiasi Paese, deve perseguire autonomamente la propria storia, intessendo rapporti economici, culturali, condivisi con altri popoli, di cui vanno rispettate le tradizioni che gli sono proprie. Lo abbiamo ripetuto, quasi ossessivamente in tutti gli articoli di questi ultimi due anni, noi testimoni tristi dell’assurdo e incongruente conflitto russo/ucraino e dello straziante genocidio a danno dei palestinesi gazawi per opera dello Stato sionista israeliano.
L’operazione militare che gli Usa intendono intraprendere contro il Venezuela si chiama “Lancia del sud” (Southern spear). Appaiono, dunque, chiari il concetto ed il significato che tale sintagma intende esprimere e cioè porre fine all’autonomia di questo Paese, attraverso un processo che è chiaramente quello colonialistico, come possiamo vedere in tante altre regioni del mondo, laddove gli USA fanno la guerra a Stati che non si assoggettano alla sua economia, alla sua visione del mondo, assolutamente dominato dal danaro e dalle armi e oggi dalla aspra prepotenza del loro incoerente presidente.
È capitato nell’Estremo Oriente nei primissimi anni Sessanta del secolo scorso con il conflitto che gli USA hanno perso in Vietnam e un po’ prima in Indonesia. Qui, in questo Paese, lontano da noi, con il consenso degli USA sono stati massacrati più di tre milioni di comunisti indonesiani, che, pur non partecipi del governo nazionale, il cui leader era in quegli anni Sukarno, rappresentavano l’ossatura e il nerbo della democrazia in quel vastissimo arcipelago.
Lo abbiamo, inoltre, constatato in Iraq, distrutto dalle falsità fatte circolare dai media di tutto l’Occidente; in Libia con la tragica morte di Gheddafi; in Afghanistan, dove per vent’anni gli USA e i loro alleati, tra i quali ci siamo stati anche noi italiani, hanno distrutto un paese, rendendolo enormemente più povero e, comunque, sempre nelle mani dei talebani, contro i quali era stato inventato il conflitto, ma costretti, gli occidentali guerrafondai, a lasciare quel PAESE a gambe levate, o meglio su aerei che frettolosamente hanno dovuto prendere il volo solcando quei cieli, un tempo tersi, azzurri. Ricordiamo, infatti, molto bene la fuga farsesca degli americani da Kabul, qualche anno fa; con la coda tra le gambe e coperti dal disdoro per aver provocato migliaia di morti innocenti e distrutto un Paese, già di per sé alle prese con mille contraddizioni, come la povertà, l’ emarginazione dell’universo femminile, ed una economia ridotta dalle guerre, anche quelle contro i sovietici di anni prima, in condizioni davvero molto precarie e preoccupanti.
A questo punto si apre uno scenario, non inatteso, ma del quale conosciamo gli elementi che lo rendono chiaro in quello che vuole rappresentare e cioè che lo Stato più forte militarmente e tecnologicamente detta le leggi, condizionando quanti appaiono sostanzialmente più deboli e fragili. Tale trama si articola perfettamente in quella narrazione conosciuta come il “metodo Giacarta”.
Di questo scriveremo in una prossima occasione…☺
