Auguri alle donne, ma non a tutte
di Christiane Barckhausen-Canale
Nelle tre, quattro settimane passate sono successe tante cose strane, pazze, incredibili che non saprei quale di tutte queste potrei commentare. Il panorama politico assomiglia a quello che vedo quando guardo dalla finestra: una nebbia tanto fitta da fare paura, e neanche in lontananza un po’ di luce. Fra cinque giorni, nel mio Paese di nascita, ci saranno le elezioni politiche, e non so se la mia pronipote che lo stesso giorno compirà tre anni, e per adesso vive a Barcellona, vorrà vivere nel futuro in un Paese dove gli elettori hanno portato un partito neonazista vicino, vicinissimo al potere.
Di fronte a questo panorama trovo consolazione nel fatto che siamo vicini/e a marzo, e posso prendere questo fatto come pretesto per parlare delle donne che, l’8 del mese, riceveranno delle belle mimose e saranno celebrate dalla stampa, dalla TV e dai politici. Per me, questa ‘Giornata Internazionale della donna’ è stata, per tutta la vita, una giornata fissa, così come il mio compleanno. Ricordo che nella DDR, più o meno fino agli anni ‘70, quel giorno si parlava delle donne che, in molte parti del mondo, ancora non avevano gli stessi diritti degli uomini, guadagnavano per lo stesso lavoro meno soldi, non avevano il diritto di votare o essere elette. E si parlava delle donne che in Paesi come il Vietnam, il Sudafrica, il Cile, il Salvador e tanti altri lottavano per la sopravvivenza minacciata da una guerra o da un regime razzista o dittatoriale. Ma anche nella DDR la Giornata delle donne perdeva a poco a poco il contenuto di giornata di lotta, diventando solo un giorno nel quale in tutte le fabbriche ed in tutti i posti di lavoro le donne venivano riunite, nel pomeriggio, in una sala dove normalmente un uomo, rappresentante del partito o della direzione dell’istituzione pronunziava poche parole di congratulazioni, invitandole a un pezzo di torta, una tazza di caffè e, forse, un bicchiere di spumante.
Oggi, cercando su Google la storia ed il significato dell’8 marzo, trovo molte volte il titolo “Festa delle donne”, e gli autori dei testi sono divisi fra quelli che, parlando della storia di questa giornata, menzionano le donne nordamericane che richiamarono il diritto al voto, e gli altri, che parlano della decisione delle donne comuniste che, nel 1917, presero la decisione di organizzare ogni anno, in tutto il mondo, una giornata dedicata alle lotte delle donne per i loro diritti. Caffè, torta, spumante e fiori non si menzionano.
Naturalmente anche quest’anno, con l’aiuto de la fonte, voglio esprimere a tutte le donne gli auguri per questa giornata. Spero che le donne che leggono queste righe riceveranno un bel mazzo di fiori, un regalo dal marito, dai figli, dai compagni di lavoro o, perché no, da parte di una buona amica. E spero che, guardando questi fiori, trovino il tempo di pensare un po’ a quelle donne che, ancora oggi, devono passare questa giornata, la loro giornata, lottando per qualche diritto che viene ancora negato nel loro Paese.
Oggi voglio parlarvi di una donna che vive lontanissima dall’Italia. Si chiama Moira Millán e vive nel Sud-Ovest dell’Argentina, nella provincia di Chubut. Moira fa parte dell’etnia dei Mapuches, un popolo ancestrale che vive fra il Sud argentino ed il Cile. Nata nel 1970, ha dovuto lavorare come domestica in una famiglia dove era stata vittima di aggressione sessuale da parte del datore di lavoro. Per qualche tempo la giovane ha vissuto in Brasile, avvicinandosi al movimento di Luiz Ignazio Lula da Silva, l’attuale presidente del Brasile. Nel 1988 è ritornata in Argentina, decisa a scoprire le sue radici ancestrali. Con il tempo è diventata una degli attivisti del movimento mapuche che lottava e lotta ancora per il diritto di vivere nelle terre che sono sempre state le terre degli “indios”. Ed è qui che entra nella sua vita l’Italia, rappresentata dalla famiglia Benetton che aveva comprato migliaia di ettari di terra nel Sud argentino per l’allevamento di pecore. Dal 1991 fino ad oggi si registrano in quelle terre conflitti fra l’azienda Benetton e i Mapuches, e ci sono stati anche casi di mapuche desaparecidos o ritenuti morti.
Moira, incarcerata parecchie volte, ma sempre attivissima nel movimento dei Mapuches, è diventata anche scrittrice ed ha creato la parola “terricidio”. Un suo libro sì chiama proprio così: Terricidio: saggezza ancestrale per un mondo alternativo. Tre giorni fa, in una chat fra donne attiviste dell’America Latina, Moira ha raccontato di un nuovo tentativo della polizia di farle abbandonare la sua casa e, nel corso di questa azione, i poliziotti hanno portato via tutti i libri di Moira, quelli che aveva scritto e quelli che aveva letto. Fra questi ultimi anche un libro di Rosa Luxemburg.
Allora, care lettrici e cari lettori, vi invito a pensare l’8 marzo a questa donna coraggiosa, mandandole, invece di “auguri”, un solidale “forza Moira!”.☺
