Bullismo tra insegnanti
Nella scuola italiana c’è un’ombra di cui si parla poco. O, forse, per nulla. Un’ombra che non riguarda i ragazzi – che pure sono spesso al centro di dibattiti, protocolli, campagne e team contro il bullismo – ma riguarda noi adulti. I docenti. Coloro che dovrebbero incarnare la cultura del rispetto, della collaborazione, della cura. E invece, talvolta, proprio lì dove si predica la gentilezza, si consumano dinamiche relazionali che di educativo hanno ben poco.
È un tema scomodo, quasi un tabù, quello delle relazioni tossiche tra insegnanti. Non servono urla né scenate per creare un clima ostile. Bastano esclusioni mirate, riunioni in cui certe voci vengono sistematicamente ignorate, gruppi informali che decidono chi è “dentro” e chi è “fuori”, commenti sibillini che scivolano nei corridoi. A volte è un attacco diretto, altre volte un logoramento lento, fatto di piccole punture quotidiane. Il risultato è sempre lo stesso: un malessere che si sedimenta, che corrode la motivazione, che lascia segni profondi.
Di tutto questo si parla poco perché ammetterlo significa riconoscere che anche gli adulti possono fare male. Che i consigli di classe non funzionano. Che la collegialità non è un dato acquisito, ma un esercizio quotidiano. E che la scuola, luogo di formazione per eccellenza, può diventare – quando le relazioni si ammalano – un ambiente faticoso, persino ostile, laddove è troppo impegnativo prendere decisioni “impopolari” che portano a sanzionare i “carnefici” e a proteggere le “vittime”.
A chi subisce questo tipo di “bullismo tra adulti”, l’ultima coltellata che può essere inferta è l’atteggiamento dei tanti spettatori, di chi minimizza, di chi “blandisce” chi agisce in modo scorretto (per convenienza, per paura, per indifferenza al sopruso, per complicità), di chi sceglie la via della pacificazione apparente invece di affrontare il conflitto, e manda così un messaggio chiaro: chi ferisce può continuare a farlo, nel silenzio generale. Tutto continua: le riunioni, le pause caffè, i pranzi di Natale, le battute, gli scrutini, le gite, i PON. E chi subisce deve arrangiarsi. È un tradimento silenzioso, ma potentissimo. Perché la tutela del benessere lavorativo non è un optional: è un dovere istituzionale, collettivo, che dovrebbe essere in cima ad ogni priorità.
Eppure, mentre gli adulti inciampano nelle loro fragilità, i ragazzi restano la parte più luminosa della scuola. Loro sì che sanno riconoscere la verità: percepiscono quando un insegnante è stanco, quando è ferito, quando continua a dare nonostante tutto. Sono loro a ricordarci perché restiamo. Perché resistiamo. Perché, nonostante le ostilità, continuiamo a credere che educare sia un atto di fiducia nel futuro.
Eppure, ricordiamocelo, non possiamo affidarci solo alla resilienza individuale. La scuola ha bisogno di strumenti concreti: formazione sulle dinamiche relazionali tra adulti, sportelli di ascolto anche per i docenti, dirigenti preparati a riconoscere e gestire i conflitti, non a nasconderli sotto il tappeto. Ha bisogno di una cultura che non premi la furbizia, ma la lealtà; non la competizione sterile, ma la collaborazione autentica.
Perché la qualità delle relazioni tra insegnanti non è un affare interno alla categoria: è un pezzo fondamentale della qualità educativa che offriamo ai ragazzi. Non possiamo chiedere loro di essere rispettosi, coraggiosi, empatici, se noi per primi non siamo messi nelle condizioni di esserlo.
Raccontare queste dinamiche, per chi oggi firma quest’articolo, non è un atto di risentimento, ma un atto di responsabilità civile. Solo ciò che si nomina può essere trasformato. E la scuola – quella vera, quella che ogni giorno prova a costruire futuro – merita adulti capaci di guardarsi negli occhi senza paura, senza maschere, senza giochi di potere. Merita relazioni sane, limpide, generative. Merita che la parola “collegialità” torni a significare ciò che dovrebbe: camminare insieme, nonostante tutto.☺
