chiesa e politica   di Adielle
31 Gennaio 2012 Share

chiesa e politica di Adielle

 

Benché tutti sanno che col termine politica si intende l’attività di quanti prendono parte alla vita pubblica, l’arte di governare uno stato, bisogna riconoscere che la frustrazione che sta provocando la politica crea un atteggiamento di sfiducia, di disprezzo. Nell’immaginario collettivo la politica è considerata una cosa sporca, sinonimo di  falsità delle promesse elettorali, tangenti, ruberie, giochi di potere.

Come cittadini e come credenti non possiamo prenderci il lusso di assumere un atteggiamento schifato o di sufficienza quando si parla di impegno politico. “la Chiesa stima degna di lode e di considerazione l’opera di coloro che per servire gli uomini si dedicano al bene della cosa pubblica e assumono il peso delle relative responsabilità” (n. 75). Dichiararsi estranei alla politica equivale ad essere a favore del potere stabilito.

Per la prima volta, con il Vaticano II, un concilio affronta i problemi della società civile trattandone nella costituzione sulla Chiesa nel Mondo Contemporaneo (Gaudium et Spes n. 73-76). Certo gli ultimi papi hanno ripreso il tema dell’impegno politico in diverse circostanze perché religione e politica costituiscono un binomio pericoloso ma inseparabile: pericoloso perché con facilità si ha lo sconfinamento dell’una o dell’altra (dal collateralismo all’uso strumentale della fede; dall’integralismo all’assolutizzazione della politica) e tuttavia guai a scinderli perché la fede è autentica nella misura in cui si incarna e si fa storia, anche se nel rispetto della laicità della politica. “Non so che Bibbia leggono – annota Desmond Tutu – coloro che dicono che la religione non ha niente a che vedere con la politica”.

Il documento suddetto con chiarezza afferma che la Chiesa “in nessuna maniera si confonde con la comunità politica e non è legata ad alcun sistema politico” (n. 76) e tuttavia sappiamo come in Italia impegno in politica per molti lustri fu sinonimo di impegno nella Democrazia Cristiana. Ma quelli sono tempi, ci auguriamo, definitivamente passati, nonostante le nostalgie che serpeggiano. La magna carta dell’impegno politico dei cristiani viene formalizzata da Paolo VI nella Octogesima Adveniens (1971). Richiama fermamente all’azione in genere e all’azione politica in particolare, ad una azione decisa a cambiare le strutture e i cuori nel senso della giustizia e della libertà. Il cristiano, singolo o in gruppo, non può rimanere spettatore inerte e passivo in ordine alla costruzione di una società terrena più giusta e degna dell’uomo.

La costituzione non si pronuncia su quali siano i governi migliori, ma condanna quelle forme di regime politico che impediscono la libertà civile o religiosa (n. 73), ritenendo “inumano che l’autorità politica assuma forme totalitarie” (n. 75).

Oggi a livello internazionale, per portare avanti le istanze del concilio, bisognerebbe impegnarsi a ridare valore e vigore all’ONU non solo perché scontri e conflitti trovino una soluzione ragionata, ma anche perché necessita una autorità mondiale riconosciuta dagli stati.

La Chiesa, si dice al n. 76, “non pone la sua speranza nei privilegi offertigli dall’autorità civile”; forse la chiesa italiana non dà proprio un’immagine limpida e trasparente e non sarebbe male se ci si liberasse dello Stato Vaticano in modo che l’autorità papale tornasse ad essere esclusivamente profetica senza possibili connivenze politiche.

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