Codardia degli intellettuali
Siamo davvero messi male oggi, età della codardia degli intellettuali, tramutatisi in chierici della finanza speculativa e complici dei colossi dell’informazione telematica. L’ intellettualità, in gran parte, è schierata o a favore delle destre che governano oggi il nostro Paese, o sono al servizio delle opposizioni, quelle parlamentari, i cui programmi, fatta qualche modesta eccezione, poco discostano dalla maggioranza che sostiene l’attuale governo. Ma a ben vedere questi intellettuali sono in massima parte “sagome” dei partiti che sono in Parlamento, e, di conseguenza, raffigurazione delle élite del Paese. che rappresentano solo se stesse. È sufficiente ascoltare i servizi giornalistici della Tv pubblica su qualsiasi tema per avvertire un senso di ripulsa e, perché non, anche di incredulità a costatare quanto servilismo cresca alimentandosi a contatto con quell’universo che viene definito “la politica”, ossia il ceto politico oggi operante nel nostro Paese.
I servizi giornalistici che ascoltiamo hanno quasi tutti la stessa vulgata: per esempio, “à la guerre comme la guerre”, ossia tifare per la guerra (Palestina; Ucraina; Russia; Siria; Iran) e non per la “pace”; rifiuto aprioristico di incontrarsi tra diversi per dirimere contrasti e contrapposizioni ideologiche o mercantilistiche, anche profondamente divisive; considerare i migranti dei pericolosi soggetti, che vanno rispediti ai paesi corrotti o guerrafondai da dove provengono. Qualsiasi tentativo di intavolare un discorso critico su Israele e sulla guerra catastrofica e genocidaria a danno dei Palestinesi viene troncato immediatamente con l’accusa o di collusione con il terrorismo palestinese, oppure di antisemitismo, che significa “guai a parlare male di Israele!”. Per non parlare anche della guerra ucraina nella quale il vero pericolo sarebbe rappresentato dal leader russo Putin, laddove invece, secondo il mio modesto parere, andrebbero bene analizzate le cause che hanno scatenato questo acre conflitto a ridosso dell’Europa e che tanti dolorosi danni sta provocando alle popolazioni ucraina e russa.
Inoltre, la scuola, la sanità, il lavoro, le problematiche giovanili, che fanno emergere la distanza che sta crescendo tra i giovani nei confronti della polis; come anche il territorio, le aree interne che decrescono, rimanendo prevalentemente disabitate ed in silenzio, di tutte queste problematiche si discute molto poco, non riuscendo a trovare risposta alcuna, che soddisfi e che apra un orizzonte nuovo che sia condiviso e fatto proprio dalle giovani generazioni. Cosa direbbero quegli intellettuali che sono vissuti tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta del secolo scorso? Decenni pieni di lotte, di antagonismo, di idee e progetti hanno alimentato la speranza di una società più giusta, che, però, non si è concretata nella realtà; come pure è apparsa drammaticamente evidente l’irrequietezza culturale di una parte considerevole della società civile e dell’universo giovanile, in special modo.
Mi viene in mente il Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere nel quale Giacomo Leopardi “mostra la struggente vanità di attendere, alla fine di ogni anno, un anno più felice di quelli passati, anch’essi attesi ogni volta nella fiducia che avrebbero arrecato una felicità che invece non hanno mai portato” (Claudio Magris, Utopia e disincanto). Eppure il dialogo leopardiano è attraversato da un pur timido trasporto per la vita e da una non modesta attesa di felicità. Abbiamo, comunque, sempre bisogno di “utopia” per non arrenderci e di lottare per un mondo migliore.
Tra gli scrittori ed artisti della metà del Novecento ce n’è uno, Pier Paolo Pasolini, che è stato capace di parlare costantemente con i giovani della sua età, quasi sempre scontrandosi dolorosamente con loro e rischiando di non essere pienamente capito. Quest’anno, peraltro, ricorre il cinquantesimo della sua morte allo scalo di Ostia la notte tra il 1 e il 2 di novembre del 1975, massacrato da fascisti. Pur facendo riferimento al valore inequivocabile della sua produzione letteraria e a quanto ha scritto o ha prodotto nei più svariati segmenti della cultura (cinema; teatro; saggi e molto altro), non mi soffermerei ad illustrare la figura carismatica del Pasolini “corsaro”, del “luterano”, del critico feroce del processo di industrializzazione dell’ Italia degli anni Cinquanta/Settanta del Novecento; del genocidio del mondo contadino; dell’ invasione della televisione nella vita degli italiani. Presterei in questa sede una particolare attenzione all’esperienza scolastica ed educatrice di Pasolini nel periodo 1943/49, quando infuriava la seconda guerra mondiale e nell’Italia centrosettentrionale era già in atto la Resistenza contro i nazifascisti.
Pasolini, a differenza del fratello Guido, che scelse la resistenza armata sui monti del Friuli, dove, peraltro trovò la morte ad opera dei partigiani della Garibaldi, che erano dell’avviso che la regione friulana e la Carsia dovessero essere parte della Jugoslavia titina, Pasolini, dicevamo, decide di rimanere a Casarsa e di organizzare una scuola privata (visto che quella pubblica non funzionava in quella regione a causa della Resistenza contro i nazifascisti). La sua prima esperienza è stata quella della libera scuola di Versuta (che era una frazione di Casarsa della Delizia) organizzata insieme alla mamma, Susanna Colussi. Molti studenti, non potendo raggiungere Udine a causa dei bombardamenti, Pasolini li raccoglieva attorno a sé, facendo scuola perché loro non perdessero l’anno scolastico 1943/44. Nonostante che l’autorizzazione del Provveditore gli fosse stata negata, Pasolini persegue nella sua iniziativa, insegnando le materie curriculari.
Una seconda esperienza è stata quella dell’Accademiuta, una scuola di poesia in friulano, nella quale un gruppo di giovani poeti recitava le loro opere sotto un grande albero, riuscendo a pubblicarle sotto il titolo di Stroligùt. Una terza esperienza fu nella scuola pubblica di Valvasone, 1947/9, un paesino vicino Casarsa. Questo fu un anno molto intenso durante il quale Pier Paolo insegnava la drammatizzazione nello studio, specialmente di quello della storia. I copioni, preparati da Pasolini per gli studenti, venivano arricchiti dagli stessi studenti con i loro contributi testuali, ritagliandosi così, grazie ai dialoghi scritti da loro, i loro ruoli. Ne derivavano veri e propri spettacoli partecipati intensamente dagli alunni. Questo modo di organizzare il lavoro scolastico lasciava molti spazi di libertà creativa agli studenti, che così erano davvero contenti di rappresentare tali recite (in genere alla fine dell’anno scolastico). Questo lavoro scolastico fu molto apprezzato dal Provveditore agli studi di Pordenone.
Dunque, Pasolini già da presto cominciava a dare senso e corpo a quella che viene definita la paideia pasoliniana, ossia la coniugazione dell’amore – l’eros – dell’educatore con la conoscenza – la sophia – proposta agli allievi, che, apprezzandola, ne caratterizzeranno la fecondità e l’irrequietezza. Ed è questa l’eresia pasoliniana: maestro eretico, paziente nell’impegno e iconoclastico dissacratore nel pensiero. In questa veste Pasolini si presenterà in Lettere luterane – 1976 – al suo fantomatico allievo, Gennariello, al quale raffigurerà la sua paideia a partire dalla proposta di abolire la scuola media e di bandire la televisione di Stato.
Questo e altro potrà essere oggetto di attenta rilettura.☺
