Come sta la democrazia?
La risposta arriva spontanea, credo, in ognuno di noi: male, malissimo, quasi morta. Lo sgombero del Leoncavallo avvenuto nel silenzio, senza le istintive forme di difesa collettiva che lo avevano impedito negli anni ‘90, senza l’indignazione autentica che aveva portato in strada centinaia di persone a difesa di quello spazio di libertà, suona come una campana a morto che annuncia forse la fine di un mondo, e la vittoria di un altro cui avremmo tanto preferito non assistere.
Che ci siamo ostinati a non veder nascere, che eravamo scioccamente certi non avrebbe trionfato, che ora osserviamo per lo più impotenti e pieni di amarezza; è lo stesso mondo che sta a guardare il genocidio di Gaza senza batter ciglio, che rielegge impunemente l’autore di un colpo di stato a Presidente del Paese più potente del mondo, che ritiene il dissenso un crimine e considera irrinunciabile il Taser come mezzo di dissuasione, anche se uccide.
Cosa è cambiato dentro e fuori di noi, fino a renderci incapaci di leggere i segni della realtà che ci circonda? I linguaggi del nuovo autoritarismo, dell’eterno fascismo in tutte le sue declinazioni ci lasciano attoniti: noi che credevamo possibile un mondo altro ci ritroviamo senza strumenti di lettura in questo che vede la supremazia di un capitalismo amorale.
Non c’è più bisogno di lotta di classe, anche se le tragiche condizioni perché essa rinasca ci sono tutte: povertà, disoccupazione, precarietà, mancanza di diritti, disuguaglianze enormi. Ma il capitale, viscido e proteiforme, usa altre strategie, cambia i paradigmi stessi dell’esistenza: essere precario significa essere flessibile e libero, il sindacato è solo una gabbia, la pensione un retaggio di tempi preistorici.
E così ci stanno addomesticando, stanno convincendo i nostri giovani che sul lavoro non conviene contraddire i capi, che il profitto è legge ineluttabile e incontrastabile, che il bene comune è roba da medioevo, da sfigati. D’altronde la mercificazione della natura, dell’arte e della storia in tutte le sue forme visibili (palazzi e giardini storici, luoghi simbolici, piazze e teatri) è ormai la norma in tutte le grandi capitali europee. E Milano ne è l’epitome, con il suo volto inumano e palazzinaro.
E da noi, nella periferia dell’ impero? Anche qui la democrazia, che vive nel confronto e nell’apertura alle altre forme di pensiero, muore lentamente: muore nelle non dimissioni del nostro Presidente di Regione, indagato e noncurante, muore nella distruzione della sanità e nella rinuncia alle cure di tanti suoi abitanti, muore nella lenta agonia dei piccoli centri dell’interno, per i quali non si prova nemmeno a immaginare un intervento, muore nella non volontà di costruire una visione di città e di regione condivisa e trasparente.
E muore soprattutto nell’incapacità (che è però la stessa a livello nazionale) dei tanti movimenti sociali, pur vitali e appassionati di trovare la forza della coesione, la scintilla di una strategia comune che dia loro forza e riporti in vita il conflitto sociale nelle forme nuove che questo tempo esige.
Tuttavia, non possiamo accettare che davvero un tempo sia finito, anche se la tentazione è forte: c’è ancora tanta rabbia positiva, tanto desiderio di uguaglianza, tanta avversione per questo Stato di polizia che ci stanno costruendo intorno, tanto disgusto per gli infiniti “affari” locali poco puliti che percepiamo essere stati sdoganati come leciti, come è logico che sia se chi amministra e governa trova normale promettere protezioni, vantaggi, scorciatoie.
Non ci rassegniamo ad una politica piccola piccola, capace solo di intercettare quando capita fondi per progetti improvvisati, senza logica né visione ampia, senza un disegno globale da realizzare che sia di tutti e di ciascuno, che colga necessità e criticità, che sia capace anche di osare per il bene di ognuno e di tutti e del pianeta.
Ma non è detto, negli eterni corsi e ricorsi storici, che non possa tornare il tempo dell’antagonismo, quello sano di chi vuole nella vita qualcosa di più dei soldi e del potere; il tempo dell’utopia di credere che ciò che è di tutti vale di più di ciò che è solo di pochi, e va difeso con le unghie e con i denti; il tempo della bellezza come diritto e come difesa dalla sopraffazione.
Per far tornare questo tempo, però, bisogna dismettere protagonismo e individualismo, bisogna che ci cerchiamo: testardamente costruiamo un incontro, ci sediamo in cerchio, come nelle assemblee di una volta, e ascoltiamo l’altro. Bisogna non essere più individui isolati pieni di buoni pensieri e di rabbia sterile: bisogna che diventiamo comunità.
E subito. Perché il capitale non ha anima, e sta vincendo.☺
La civiltà capitalistica ci ha indotto a pensare esclusivamente ai “fatti nostri”: l’altro non è più né fratello, né amico e neppure prossimo simile a me, piuttosto è un estraneo da evitare e, possibilmente, da schiacciare e sfruttare (Don Andrea Gallo).
