Comunione sacramentale
25 Maggio 2017
laFonteTV (4253 articles)
Share

Comunione sacramentale

Pare molto significativo che l’attenzione generale si sia puntata, a Sinodo concluso, sulla relazione tra “comunione ecclesiale” e “comunione sacramentale”. AL (Amoris Laetitia) ha avuto il merito – sulla scia di Evangelii Gaudium – non solo di mettere a nudo la inadeguatezza e la crisi ecclesiale esistente, ma di aver iniziato a rispondere autorevolmente con soluzioni non formali e non idealizzate. Proviamo a ricostruire, per quanto è possibile in breve, il contesto storico ed ecclesiale della questione.

“fare penitenza” e “comunicarsi”

Il papa ripropone che i sacramenti non siano compresi come il premio per chi si è convertito, ma come il mezzo e la mediazione fondamentale di questa conversione a confronto con quella che pensa al modello di relazione che si instaura tra “premessa” e “conseguenza”. Questa ragiona così: nel momento in cui sono stato assolto, ed ho potuto esserlo, solo allora posso accostarmi alla mensa eucaristica. Tutto è pensato in modo “statico” e “puntuale”: da un lato si arriva all’atto di “ricevere l’ostia”, ma prima occorre trovarsi nello “stato” di poter essere perdonato. Il requisito di questo “atto formale di perdono” è una condizione esistenziale di superamento del peccato: se non sono più in “stato di peccato”, allora posso essere assolto. Papa Francesco attinge ad una esperienza più ampia e più antica e chiede di riscoprire il primato del tempo e della realtà, per recuperare tutta la complessa dinamica sia della penitenza sia della comunione e della loro relazione

Il cristiano e la “comunione”

La tradizione cristiana e cattolica ha elaborato un “modello di partecipazione alla eucaristia” che costituisce non solo una manifestazione, ma anche un esperienza della comunione. È dettato dal Concilio Lateranense IV (1215) con la “comunione pasquale” e la previa “confessione e penitenza” annuale. Il “precetto pasquale” diventava criterio di comunione ecclesiale. Così è stato per molti secoli, ma dentro il corpo della Chiesa si generavano progressivamente anche una serie di “nuove esigenze” e comprensioni. L’Imitazione di Cristo – capolavoro della spiritualità del XV secolo – mostra che il rapporto con la comunione non è solo di formale necessità, ma di dipendenza vitale, cioè, non è solo dovere annuale ma alimento spirituale. La tradizione devozionale, nei secoli successivi, ha recuperato la comunione mensile, soprattutto in relazione al culto del Sacro Cuore: i nove “primo venerdì del mese”. Da papa Pio X in poi, almeno a livello magisteriale, è sorta addirittura la prospettiva di una comunione frequente, pensata persino come “comunione quotidiana”.

Ma tutto questo non basta: una ulteriore rielaborazione accade dal Concilio Vaticano II, il “fare la comunione” non è stato più compreso come “devozione parallela alla messa”, ma come rito di comunione, ossia come punto culminante della celebrazione eucaristica, pienezza di perdono del peccato e di partecipazione al corpo di Cristo: mediante la comunione al pane e al calice si diventa ciò che si riceve.

Il “fare penitenza” nei secoli

Abbiamo assistito, nei secoli, ad uno sviluppo, che per i cattolici odierni si rifà alla rilettura tridentina, la quale, ha proposto la differenza del “perdono del battezzato” con una certa tensione rispetto al “perdono dell’uomo”: lo spazio del sacramento della confessione è, appunto, la riconciliazione del battezzato caduto in colpa grave. Nel tempo si è ridotta tutta la dinamica del rapporto tra “atti del penitente” e “atti del ministro” nella semplice correlazione tra confessione e assoluzione. Dall’altro si è rischiato di ridurre tutta la penitenza ecclesiale e personale all’interno del sacramento della penitenza. Questo fenomeno ha favorito un duplice “primato dello spazio sul tempo”. Da un lato la temporalità del sacramento si concentra sulla “immediatezza” del rapporto tra confessione e assoluzione; non vi è più “cammino di penitenza”, ma “identità tra confessione e assoluzione”. Dall’altro si è emarginata progressivamente la dialettica viva e delicata tra “esperienza battesimale/eucaristica di perdono” (tanto che ci si confessa dichiarandosi “senza peccato” rivelando così il non valore dell’atto penitenziale eucaristico) e la sua più rara ripresa nel “sacramento della penitenza” (spesso trasformato in atto devozionale temporale – settimanale o mensile – per un cammino più vero quasi che Parola ed Eucarestia non siano la tavola di “rimedio e alimento per i deboli”).

la partecipazione attiva

Pio X ha inaugurato una “nuova centralità” della comunione eucaristica, che cambia anche la funzione del sacramento della penitenza. Pio X ridefinisce i contorni della esperienza di “stato di grazia”: accanto all’importanza del “confessarsi” ripropone quella del “comunicarsi”.

Un vento nuovo, e prima impensabile, viene dal Concilio Vaticano II e dalla logica della “partecipazione attiva” che la Riforma dei riti ha reintrodotto nella esperienza ecclesiale. Il sacramento della penitenza riscopre la sua “vocazione comunitaria”; la “comunione” diventa “itinerario di partecipazione alla preghiera eucaristica della Chiesa”.

Il luogo principe di “esperienza del perdono” non è più, anzitutto, una “procedura giudiziaria” di non imputazione del peccato, ma luogo terapeutico di guarigione dalle distorsioni che il peccato grave introduce nella vita del battezzato. E va notato che già Trento aveva in sé questi due registri, quello giudiziale e quello terapeutico. Che i sacramenti non siano semplicemente “luoghi puntuali e formali di costatazione del peccato superato”, ma “forme reali e temporali di cammino nella vita di fede” può essere oggi affermato sulla scia di questa tradizione, antica e recente. Contro l’accusa che alcuni muovono di “protestantesimo” dobbiamo riconoscere il contrario: per essere pienamente cattolici, abbiamo oggi bisogno di rileggere la tradizione con lungimiranza e di dialogare seriamente con le altre tradizioni cristiane. Se come cattolici riconosceremo la decisiva importanza di un ascolto comune della parola e di un banchetto comunitario come vertice della Messa, allora avremo predisposto il “luogo dinamico” nel quale procedere con discernimento ad un accompagnamento per la integrazione. I sacramenti non sono il “semplice sigillo statico” di una avvenuta conversione, ma il luogo dinamico di elaborazione di una esperienza filiale e fraterna della esistenza, in Cristo. Un grande disegno si nasconde nella piccola nota 351, quando addita la riscoperta dei sacramenti non solo come “premio per i perfetti”, ma come “generoso rimedio e alimento per i deboli”.☺

 

laFonteTV

laFonteTV