Crisi dell’economia e della sanità
9 Novembre 2020
laFonteTV (2021 articles)
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Crisi dell’economia e della sanità

“Dobbiamo imparare a convivere con il Covid”, è il concetto che in molti continuano a ripetere. La frase potrebbe avere un senso, così come l’idea che l’accompagna, ovvero la necessità di trovare un punto di equilibrio fra i diritti della salute, il diritto alla vita e i diritti dell’economia e della finanza. Mi pongo una domanda elementare: è giusto? È legittimo? La considerazione apparentemente di buon senso: non serve sfuggire al Covid, se poi si muore di fame, non è poi così ovvia. Mi tornano alla mente le parole di un dirigente della fabbrica Voxson dei primi anni ‘70 sulla via Tiburtina a Roma che a fronte della nostra (studenti di medicina e medici) contestazione dei ritmi di lavoro, delle malattie in fabbrica, del rifiuto del principio della monetizzazione della salute, replicava: “Chiudo la fabbrica e sarete responsabili della morte per fame degli operai”. A ben vedere il ricatto che oggi il potere economico, finanziario e politico fa non è molto diverso. Quel che ci viene proposto è uno scambio, “riduciamo per quanto possibile i morti dell’epidemia, ma per evitare future sofferenze umane il mercato deve girare, così la produzione, così la distribuzione di beni e servizi”. E si precisa “un nuovo lockdown sarebbe un autentico suicidio, lo Stato non può continuare a finanziare la cassa integrazione, non possiamo continuare a bloccare i licenziamenti”. È un ritornello che non ha colore politico, la destra di Trump e Salvini lo fa in modo sboccato, senza pudore, una parte della sinistra con più eleganza, ma la sostanza è la stessa.

Vi è anche qualcosa di razzista in questa pelosa sensibilità di una parte grande della “classe dirigente”, dimenticano costoro che già oggi, e da un tempo infinito, sono centinaia e centinaia di milioni i poveri che nel Sud del mondo ogni anno sono morti e continuano a morire di fame. La novità è che questo problema grazie al Covid può esplodere entro le metropoli dell’Occidente, entro le capitali dello sviluppo capitalistico. Da qui il grido di dolore di tanti farisei che insistono sulla necessità di accettare un po’ di morti per Covid, purché il mercato riprenda a girare e purché si eviti nuovo debito pubblico. Si dice: “Continuando così alla fine del prossimo anno avremo 325 miliardi di debito in più”. Vero, i numeri sono numeri, bisognerebbe però guardare anche ad altri numeri che proprio in questi giorni sono tornati di attualità sui giornali e nelle trasmissioni televisive. Al mondo 2.143 soggetti posseggono una ricchezza pari a quella di 4 miliardi e 600 milioni di persone, poco più di duemila persone detengono il 60% della ricchezza mondiale. Il patrimonio di Bezos è salito a 192 miliardi (più 70%), Marck Zuckerberg è arrivato a 97 miliardi (più 76,8%) e l’elenco può continuare; negli Stati Uniti la ricchezza dei miliardari è aumentata del 30%, mentre nello stesso periodo 50 milioni di persone hanno perso il posto di lavoro. In questo anno di epidemia Covid vi è stata una ulteriore dilatazione delle diseguaglianze: in moltissimi si sono impoveriti, in pochi hanno aumentato e di molto le loro ricchezze. Allora prima di sacrificare diverse migliaia di persone sull’altare di un’economia che deve comunque girare, di un debito pubblico che deve essere contenuto, guardiamo a quella incredibile montagna di risorse economiche e finanziarie che si sono accumulate nelle mani di pochi. Mettiamo a disposizione queste ricchezze per affrontare l’emergenza dell’ epidemia, utilizziamo questo enorme polmone finanziario di migliaia e migliaia di miliardi di dollari per frenare l’impatto socialmente distruttivo della crisi economica. Non le casse dello Stato, ma i forzieri dei ricchi debbono sostenere la cassa integrazione, la disoccupazione, l’emergenza sanitaria e i settori fragili dell’economia. Le enormi diseguaglianze che sempre più caratterizzano la storia di questa nostra epoca sono esecrabili nella normalità, ma diventano inaccettabili in momenti drammatici come quelli che stiamo vivendo. Lo Stato, l’Unione Europea, gli organismi finanziari, economici e commerciali internazionali svuotino gli immensi granai dei ricchi, chiudano i vergognosi paradisi fiscali e sostengano la vita dei tantissimi che questa epidemia sta rendendo ancor più deboli e fragili.

Vi è un secondo aspetto non meno odioso della situazione che stiamo vivendo, ovvero lo stato disastroso nel quale si trova la nostra struttura sanitaria pubblica. Alla fine degli anni ‘70, a conclusione di un ciclo di lotte operaie e di esperienze popolari che avevano criticato la logica teorica e pratica della nostra organizzazione sanitaria, il Parlamento italiano ha votato una legge sul servizio sanitario nazionale altamente innovativa. Quella legge è stata svuotata, di fatto cancellata dalle lobby politico-finanziarie che hanno trasformato la sofferenza e la malattia in ricchezza e profitto per i signori della sanità privata. Questo è il cancro che ha distrutto la sanità pubblica, la prevenzione delle malattie e la medicina territoriale. Capovolgere questo paradigma è il primo passo per evitare oggi il disastro della pandemia e domani nuove tragedie umanitarie. Intervenire mentre il treno è in corsa è cosa molto difficile, ma è anche la condizione per grandi cambiamenti, così è sempre stato nella Storia. Hic Rhodus, hic salta.☺

 

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