Dal conformismo allo spirito di scissione
15 Marzo 2026
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Dal conformismo allo spirito di scissione

Che fare? Interrogativo che nella testa di Lenin aveva un significato ben preciso: “da dove cominciare”; è un testo fondamentale del rivoluzionario russo che ruota intorno ad una questione centrale, della quale molto e con creatività si occupò lo stesso Gramsci ovvero: come evitare che gli operai e il popolo finissero nella trappola dell’ economicismo, del sindacalismo e del particolarismo? Lenin rifletteva sul “rivoluzionario di professione” e sul partito rivoluzionario, Gramsci sul partito come “Moderno Principe”, non solo strumento, ma anche intellettuale collettivo. Sembrano questioni antiche, storie di altre epoche e di altri mondi, in realtà la questione che abbiamo sul tavolo oggi, non solo è della stessa natura, ma molto più grave e di più difficile soluzione. Lo è per almeno due ragioni. Perché la manomissione delle coscienze, la deformazione del senso comune, la confusione del reale con il regno del consumo e con il totem delle merci ha raggiunto una pervasività e una profondità mai raggiunte in altre epoche del capitalismo.
Questa occupazione dei sensi e dei sentimenti del popolo era già iniziata con forza negli anni ‘60 come denunciava la scuola di Francoforte, ma ora ha raggiunto con le nuove tecnologie una potenza, un volume di fuoco che non era neppure immaginabile solo pochi anni fa. E cosa sarà, con il dominio privato dell’intelligenza artificiale, si può solo intuire.
In secondo luogo ed è cosa che rende ben più acuto il problema è la concentrazione di potere e di ricchezza che con la globalizzazione si è venuta ad avere. Il problema delle diseguaglianze e della povertà che investe la grande maggioranza dell’ umanità, la coscienza dei popoli, è finita nelle mani, nel menù dei signori del potere. Solo 12 persone hanno una ricchezza pari alla metà dell’umanità. La cosa particolarmente grave è che questa enorme questione sociale, invece di alimentare una rivolta generale contro il sistema di potere che governa il mondo, è divenuta occasione di aspri conflitti che dividono il mondo dei poveri, terreno di coltura e di cultura di nazionalismi e razzismi che avvelenano i pozzi della democrazia e della convivenza sociale.
La realtà è che quasi 40 anni fa sotto le macerie del muro di Berlino è finito non solo il comunismo reale ma anche la speranza di un altro mondo, anche perché, paradossalmente, mentre il mondo si globalizzava, gran parte della sinistra si è chiusa nei confini nazionali. Un vero capovolgimento della storia e della vocazione della sinistra dell’800 e del 900.
Uscire da questo vicolo cieco nel quale siamo finiti, certo perché spinti dalla Storia, ma anche per nostre responsabilità non è cosa semplice. Eppure non possiamo rassegnarci al corso degli eventi, in gioco non è solo il nostro vivere quotidiano, ma anche il destino delle future generazioni e lo stesso equilibrio ecologico del mondo.
Questa consapevolezza dovrebbe indurci ad un doppio movimento: la radicalità del progetto e la costruzione di un cambiamento possibile. Per radicalità, intendo quello “spirito di scissione” del quale parla un grande filosofo marxista eretico come Lukàcs, quando descrive la frattura fra l’individuo e le norme che regolano il sistema. Lo spirito di scissione per Gramsci è l’indipendenza di “classe”, è il progressivo acquisto della propria personalità storica, senza questo spirito le classi subalterne rimangono in una posizione marginale. Lo spirito di scissione è la rottura con quei meccanismi del potere che anestetizzano l’identità dei popoli e la ribellione delle classi subalterne.
Lo spirito di scissione è il grande assente nel nostro Molise, un corpo estraneo alla coscienza del popolo molisano. Come si può accettare di essere trasformati in un popolo di migranti senza ribellarsi? Sono meno di 300.000 i residenti molisani in Molise e più di un milione i molisani dispersi nel mondo.
Come si può accettare che un’ azienda che avrebbe dovuto rappresentare un progetto di modernità scompaia da Termoli, letteralmente evapori senza che nulla di serio accada? La cosa non riguarda solo i 2.000 lavoratori, ma l’intera comunità molisana, la cosa non riguarda solo l’oggi, ma in primo luogo le generazioni future.
Come si può subire lo spreco di un bene primario come l’acqua, trattata dal potere romano e dai suoi lacchè molisani come una merce qualsiasi da scambiare nel mercatino degli interessi politici, elettorali ed economici? E con gli esempi potremmo andare molto lontano.
La realtà è che la società molisana è un impasto nel quale si mescolano ceti diversi e interessi sociali diversi. Un impasto fatto di favori, di clientele, di complicità, una catena di sant’Antonio che ha narcotizzato conflitti e interessi essenziali. Le classi subalterne sono state nel corso del tempo materialmente e culturalmente assorbite dal blocco moderato che ha governato e governa da sempre la società molisana. Se non si spezza questa catena il tramonto della nostra comunità è certo.
È del tutto evidente che l’ affermazione unilaterale dello spirito di scissione, di una forte rottura identitaria non realizza meccanicamente l’alternativa al sistema. È assolutamente chiara la necessità di un progetto e di una politica in grado di produrre egemonia ed alleanze.
Ma è altrettanto evidente e chiaro che la scissione da quel conformismo sociale che nutre la politica molisana, che rende indistinguibile uomini e politiche, è la condizione prima perché i progetti e le proposte siano una possibilità di cambiamento e non una notte nella quale tutte le vacche sono grigie.☺

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