diario di un viaggio
E si fa vivo il diavoletto interno. “Ma tutta questa enfasi da cercatore d’oro, da pellegrino peregrinante, come il perdersi nelle parole e nelle ricerche estreme, mica è un modo per allontanarti da te stesso e dal cercarti nel silenzio, distraendoti? … e voialtri non fate finta di niente che ce n’è pure per voi!” uhmm…
Il rimbombare del vocione di Dario, lungo quei sentieri calpestati da “passeggeri dell’esistere”, appare come un richiamo: non sono i sentieri calpestati da voci e rumori che ti permettono di incontrare l’altro, umano o divino che sia. Molti innamorati di vino, birra, donne, bellezza, denaro …, così come molti di quanti si perdono o vengono abbandonati sui sentieri della vita, talvolta, riescono a gustare il piacere dell’esserci e raccontarsi. Non saranno quanti ci cercano nelle loro sicurezze a scoprirsi e scoprirci, ma quanti si perdono nelle loro debolezze rimanendo compassionevoli di quelle altrui. E tra i sentieri calpestati da tanti pellegrini di Compostela, in cerca della propria stella, inizia il “nostro camino” ed il nostro occasionale gruppo, lungo i sentieri cosparsi di segnali indicanti la direzione da seguire, si racconta.
Intanto, perso o forse abbandonato la mia giacca termica, abbandono anche il mantello e riafferro il bastone della determinazione a piedi nudi, perché sicuramente una perdita è una risorsa che ci costringe ad affrontare la “Pasqua” dei nostri sentieri. Strade e sentieri percorsi si rincorrono nostalgicamente su questo “camino” che s’intreccia con quelli della vita di ciascuno con il proprio zaino di memorie sopite nel tempo e dal tempo. Memorie antiche scorrono a raccontare la ricchezza della vita, la propria e quella dei tanti pellegrini che l’hanno resa tale; sogni e speranze lasciate su quei treni partiti prima che noi arrivassimo, si affollano lungo il “camino che fa camminare”; qualche sosta per una bevanda ristoratrice, ma, poi, di nuovo a cercare quelle conchiglie scolpite su pietre miliari modulando l’andatura per arrivare nel tempo stabilito dal programma, destinato, un po’ come sempre, ad essere disatteso per l’incerto evolversi dei nostri passi.
Il “pettirosso” che saltella di ramo in ramo, pare mi voglia rincorrere, ma poi vola via su percorsi inaccessibili ad un viandante. Così, con gli occhi al cielo, non mi accorgo della melma di merda sulla quale affondano i miei piedi nudi. Mi fermo. Mi guardo attorno e scorgo una pista che devia sulla sinistra e mi permette di evitare “il percorso di merda”. Che strano, è stato sufficiente guardarsi attorno per scoprire che il tracciato di altri e da altri poteva essere evitato. Metafora dell’esistere. Non è vero che la strada dell’esistere, tracciata da altri, non consenta di deviare da essa. Sarà che “il disubbidiente”, in genere, ha una vista migliore? Appoggio il mio zaino sull’erba bagnata da quella pioggia persistente, ormai compagna del “nostro camino” e mi fermo a contemplare quanti arrivati al “sentiero di merda”, lasciano i loro occhi su quella pista e non si accorgono neanche di me, che, seduto a ridosso di quel manufatto in pietra, li osservo, disincantato, mentre cercano di calpestare meno merda possibile, ma sempre merda! Volutamente resto in silenzio; non è mia la responsabilità di che cosa decidano di fare, a meno che “guardandomi, vedendomi e riconoscendomi”, mi chiedano se c’è un altro sentiero. La distanza tra me e loro è di circa un metro, ma nessuno mi vede! La vita, con i suoi luoghi comuni, attanaglia pensieri e speranze. Il giudizio e l’idea di autosufficienza impediscono di alzare la propria vista in quell’oltre sconfinato ed incerto rappresentato simbolicamente dal cielo e, talvolta, semplicemente, dall’altro che, con te, cammina sul medesimo sentiero. La certezza delle proprie scelte, oscura il volto dell’uomo comune che hai di fronte, impedendoti di posare i tuoi occhi sui suoi.
Beh, insomma, preferisco posarli su un bel c…, va bene l’ho pensato: cuore di donna!
“Alza i tuoi occhi al cielo” ci raccontiamo spesso, ma per poterlo fare, è necessario distogliere l’attenzione dal sentiero che si sta percorrendo. È necessario avere il coraggio di fare Pasqua ogni qualvolta il proprio sentiero diventa impervio, ingombrato, seducente e talvolta amorfo o forse si deve cadere nella merda in modo totale? Sicuri nelle certezze della fede e di quelle declamate con le parole, si rischia di confonderle con la testimonianza e la coerenza nei facta, rimanendo imprigionati nel “gioco degli assoluti” ideologici e religiosi. E dopo circa 40 pellegrini peregrinanti nel deserto del “camino” passati nella merda, mi alzo per riprendere il mio camino indicando la possibile deviazione ad altri che sopraggiungono. (seconda puntata)
