donne vere
6 Marzo 2010
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donne vere

 

Appena fatti salvi dal cancan elettorale.

Ho seguito distratta la propaganda per le elezioni e non riesco a valutare in modo ragionato gli esiti del voto, nemmeno ad imbastirci un discorso concitato da bar, a dire il vero. Ma mi è rimasto addosso una specie di fastidio, una sensazione vaga eppure dotata di una sua franchezza: che la sconfitta sia spettata alle donne tutte, destra, sinistra e centro. Leggendola a rovescio, che il trionfo l’abbiano raggiunto gli uomini, di quella specie che la donna è un gingillo da comodino, un giochino ozioso e divertente. Il poco che ho visto e sentito è bastato a convincermene.

Penso all’album elettorale: talune delle candidate al limite dell’icona pornografica, esaltate le labbra ammiccante lo sguardo, spalline di reggiseno a vista; all’opposto, prototipi di rigore algido inamidati nel tailleurino grigio topo, un eccesso di understatement perbenista.

Nell’un caso e nell’altro, astratte e bamboleggianti, fuori dall’umano, falsate, inerti.

Rare le parole, e confezionate ad usum delphini, nulla l’ironia.

Della presenza delle donne in politica la tradizione è lunga, piena di decoro, viva di umanità.

Misuro la distanza, ad oggi.

Quando al liceo ho scoperto la Lisistrata di Aristofane, è stata una gioia. Racconta Aristofane nel suo tripudio comico che le donne di Atene, stanche della guerra che da anni si combatte contro Sparta, passionali e determinate, in solido con le nemiche spartane, decidono un’astensione collettiva dai rapporti sessuali con i mariti, fino a che questi non avranno posto fine al conflitto. E arriva la pace.

Sarà ben vero che Aristofane propone qui come altrove nelle sue commedie un sovvertimento carnascialesco e utopico del reale, ma è bensì vero che, senza la meta ultima di un’utopia, qualunque politica non sarebbe affatto.

Le Amazzoni, tanto per rimanere nella Grecia antica, affondando dalla storia nella mitologia. Rigettate ai confini della terra per punizione, perché avevano inseguito un ideale: dare la scalata al mondo governato dagli uomini, rovesciandone l’ordine. E avevano combattuto, perciò, da vere guerriere contro i più noti tra gli eroi greci; che anzi, per essere meglio libere di tirare con l’arco, erano solite tagliarsi un seno (di qui il nome “amazzone”, che in greco vuol dire “senza seno”). Anche così, private dell’attributo simbolo della femminilità, riuscivano ad innamorare di sé gli uomini. Ne fece la spese, manco a dirlo, il Pelide Achille.

E Didone. Nella tradizione latina occidentale è l’amante sfortunata per eccellenza: infelix Dido, per tale la ricordiamo, arsa da un amore non debitamente corrisposto per Enea. In realtà, prima che come amante di Enea, Didone compare nell’Eneide quale volitivo capo di popolo, esule dalla madrepatria fenicia in seguito ad un colpo di stato e impegnata a fondare una nuova nazione in nord Africa. Lì costruisce per i suoi concittadini una seconda patria, detta leggi e diritti; in quella posa la incontriamo per la prima volta nell’Eneide, e così la conosce Enea, instans operi regnisque  futuris, intesa alle opera e al regno futuro.

La storia, il mito, la letteratura, sono ricchi di testimonianze dell’attività delle donne in politica, fatta di impegno e fermezza, della ricerca di alternative valide alla politica degli uomini, della propensione ad emularli laddove necessario, senza però divenirne le scimmie e farsene zimbello.

Non parlo solo delle donne della storia a caratteri maiuscoli, di cui si rammentano nome e cognome, regine e capi di stato o di partito; mi riferisco all’infinità di sconosciute che hanno scritto la storia dal basso, tra la moltitudine che passa sulla terra inosservata, per dirla con Manzoni.

Gli esempi sono disparati, nel tempo e nello spazio.

Le mondine, restando in Italia appena a metà del secolo scorso, le donne della fatica più nera, che si guadagnarono a furia di lotte e rivendicazioni una migliore condizione di lavoro. Conservo nitida in memoria l’imma- gine di Silvana Mangano in Riso amaro, eretta in mezzo alla fanghiglia di una risaia, le mani sui fianchi, il volto fiero. Bellissima.

O le partigiane della Resistenza, instancabili corrieri di viveri e notizie per i combattenti rifugiati negli antri dell’Appennino emiliano. Pure qui mi si illumina in mente un’imma- gine riprodotta sul frontespizio di una vecchia edizione Einaudi de L’Agnese va a morire: una giovane donna che sfila leggera su una bici, la gonna poco alzata dal vento, sullo sfondo la parete rocciosa di una qualche montagna. Sintesi efficace di libertà e coraggio.

Ma oltre le appartenenze politiche, i ruoli istituzionali, i legami di sindacato e di partito, i manifesti in cui specchiarsi, i declami da grido, c’è una politica che agisce nel quotidiano, silenziosa e invisibile quanto solerte e indefessa.

La più parte delle donne “vere” è così che fa politica, nel limite del via vai giornaliero, tra le cure spese per la famiglia, gli amici, il lavoro; fa politica quando sorride ad un bambino che, deo gratias, non abbisogna di allusioni o provocazioni né legge messaggi subliminali di sorta.

Mi sono sentita offesa dai modelli femminili proposti in campagna elettorale, come sempre più spesso mi sento offesa dalla tv, dai modelli di donna che promuove, e mi addolora che questi modelli  siano idoli seguiti, tolto ogni discrimine d’età, da ventenni, quarantenni, sessantenni.

Le donne che mi piacciono e che mi piacerebbe essere, nella vita o in politica, ne sono lontane mille miglia, demodée, magari, ma donne di dignità.

Due poeti italiani del Novecento che una tradizione di critica letteraria discutibile ma consolidata pone agli antipodi hanno raccontato tre caratteristiche della donna che amerei veder riscattate: la mancanza di scaltrezza, lo spirito di sacrificio, la capacità di portare lo sguardo al di là della mera apparenza.

Scrive Umerto Saba nella dolcissima lirica dedicata alla moglie Lina:

…Per l’altezza l’amai del suo dolore;

perché tutto fu al mondo e non mai scaltra,

e tutto seppe e non se stessa amare.

E Montale, ricordando l’adorata moglie Drusilla, ormai scomparsa, così parla:

…Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio

non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.

Con te le ho scese perché sapevo che di noi due

le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,

erano le tue.

Queste sono, io credo, vere vittorie.☺

LucianaZingaro@libero.it

 

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