Dopo l’11 settembre 2001
Stiamo vivendo da più di venti anni una fase storico/sociale nella quale il diritto internazionale, cioè le regole sancite in sede ONU, dopo il secondo conflitto mondiale che ha provocato la morte di quasi 60 milioni di persone, non vengono più rispettate. Sarebbe meglio dire che sono calpestate e distrutte da quegli Stati che dispongono di maggiori armamenti, grazie ai quali dettano la loro legge, cioè quella del Far West, in gran parte del mondo. Prendiamo in esame soltanto due, rimandando ad altri momenti un’analisi più complessiva che vorrà coinvolgere anche la Federazione russa e la Cina: gli USA e Israele. In prima battuta prendiamo in considerazione gli Stati Uniti d’America e più specificatamente la vicenda dolorosissima della distruzione delle Twin Towers (=Torri Gemelle) avvenuta l’11 settembre 2001 ad opera di gruppi islamici facenti capo a Bin Laden, allo scopo di capire quale complessa, disastrosa e caotica situazione socio/economica la distruzione delle Torri Gemelle abbia lasciato in eredità al mondo occidentale (USA e Americhe) e non solo a questo (andiamo con la mente alla diffusione della islamofobia in Europa, soprattutto). Appare superfluo, ma lo sottolineo a buona ragione, che procediamo per estrema sintesi su questo tema.
Gli Usa, fin dalla conclusione della seconda guerra mondiale, si ritengono l’unica grande “superpotenza”, artefice della vittoria sul nazifascismo, e di conseguenza, pongono in seconda linea l’ex URSS: con la loro politica internazionale, descritta in maniera chiara e rigorosa nel volume La guerra fredda culturale di Frances Stonor Saunder, hanno alimentato l’odio e l’avversione rancorosa di moltissimi Stati nei loro confronti. Questo acre e astioso risentimento, a loro danno, gli USA lo hanno alimentato con la politica di dominio e di controllo su Paesi ricchi di risorse naturali o che, dalla conclusione del secondo conflitto mondiale, gravitavano intorno all’asse sovietico, oppure erano semplicemente retti da governi social/comunisti. Fra i tanti ricordo le tragiche vicende dell’Indonesia – Nicola Tanno, Arcipelago rosso – Lotta politica e genocidio in Indonesia – che fin dal 1956 ha assistito alla eliminazione fisica di più di tre milioni di comunisti ad opera di un governo, inesorabilmente succube delle manovre, per niente sotterranee, della CIA e, sfacciatamente, dello stesso governo statunitense.
La stessa dinamica golpista l’abbiamo dolorosamente vista in Cile l’11 settembre 1973, evento che ha contraddistinto con la caduta del governo socialista di Salvador Allende l’ affermazione della pluridecennale dittatura militare di Augusto Pinochet. Quali furono le conseguenze? Ci fu un disastroso collasso economico nel Paese sudamericano; ci furono torture, rapimenti. Lo scopo primario del colpo di stato militare filostatunitense è stato il controllo delle enormi risorse minerarie del paese finite nelle mani dei grandi gruppi industriali e finanziari degli Stati Uniti. Ma fare guerre in tutte le parti del mondo, allo scopo di mettere all’angolo la Russia e la Cina, ha causato dolorosi conflitti militari, alimentando a danno degli USA grandi rischi e penose conseguenze sia economiche che sociali. E questo sembra averlo intuito lo stesso Bin Laden, attore principale del crollo delle Torri Gemelle, come scrive Noam Chomsky in Chi sono i padroni del mondo: “(…) Secondo numerosi analisti, Bin Laden ha segnato diversi punti a suo favore nella guerra contro gli Stati Uniti. – Più di una volta Bin Laden aveva dichiarato che l’unico modo per cacciare gli USA dal mondo islamico e sconfiggere i loro satrapi sarebbe stato trascinare gli americani in una serie di guerre piccole ma costose per portarli infine al tracollo (…) Esborsi militari astronomici e dipendenza dal debito: potrebbe essere questo il lascito più funesto dell’uomo che credeva di poter sconfiggere gli Stati Uniti”. Quindi, le leadership degli USA più guerre alimentano nel mondo ed in regioni stellarmente lontane dai loro confini, peraltro solo marittimi, più accrescono la sofferenza economica della popolazione del loro Paese, estendendo le enormi diseguaglianze sociali, come pure lo sconcerto dei Paesi loro alleati. La dottrina Clinton e oggi quella di Trump autorizzano gli USA a fare ricorso “all’uso unilaterale della forza militare” allo scopo di assicurarsi le risorse energetiche dei Paesi che gli americani ritengono loro nemici (i Paesi islamici e quelli comunisti).
Il petrolio iracheno (ricordiamoci delle due guerre irachene e di quella afgana), quello venezuelano e, in questi ultimi anni, quello iraniano stanno lì a testimoniare quale sia la torbida rapacità del ceto dirigente statunitense. E tutta questa politica aggressiva, a danno di Paesi non allineati, viene giustificata evocando la cosiddetta “sicurezza nazionale”.
La questione della “sicurezza nazionale”, poi, è il cordone ombelicale che ci porta direttamente in Israele, dove dal 1947/48 (ma questa è solo una data puramente indicativa) il disegno ideologico e politico di ridurre al silenzio e di estirpare la Palestinità dalla Palestina da parte del sionismo ebraico è ancora tristemente operativo, come sta a dimostrare in maniera chiara la reazione, smodatamene critica e politicamente vendicativa, del governo israeliano e dei partiti che lo compongono nei confronti dei due registi israeliani – Rachel Szor e Yuval Abraham -, coautori del film Naza, che ha ottenuto il Premio Speciale della Giuria al recente Festival del Cinema di Venezia. La proposta del ministro israeliano della cultura di privare della cittadinanza israeliana i due registi, rei di aver raccontato nel film come viene attuato da Israele il genocidio del popolo palestinese a Gaza e come i palestinesi della Cisgiordania sono vittime degli attacchi illegali dei coloni israeliani a loro danno, è il chiaro segno che la politica dell’attuale governo e della maggioranza parlamentare di Israele è sfacciatamente segregazionista, razzista e dichiaratamente antidemocratica.
Nel libro Laboratorio Palestina – Come Israele esporta la tecnologia dell’occupazione in tutto il mondo Antony Loewenstein – giornalista investigativo australiano – si sofferma sul termine “politicidio”, riferendosi a quanto nel 2003 il sociologo israeliano Baruch Kimmerling scriveva: “(…) è adottato, come unico obiettivo della propria politica interna ed estera, il politicidio del popolo palestinese. Con il termine politicidio intendo un processo che abbia, come fine ultimo, la dissoluzione del popolo palestinese in quanto legittima entità sul piano sociale, politico ed economico. Il processo può includere, ma non necessariamente, la sua parziale o totale rimozione dal territorio conosciuto come Terra di Israele”.
La soluzione, dunque, è la totale sparizione dei palestinesi dalla loro terra. Tuttavia, forse la lucina che si vede in fondo al tunnel, tragicamente scuro come quello di oggi, potrebbe diventare una fiammata di solarità sorprendente. Infatti, in Israele, oggi, ci sono piccole oasi di pensiero e di impegno politico, completamente speculari a tanta sfrontata evocazione razzista, che disegnano probabilmente l’idea – di matrice saidiana – più consona alla soluzione di questo dramma epocale tra Palestina e Israele: “(…) Dopo il 7 ottobre e l’attacco israeliano a Gaza non resta che una soluzione realistica e pragmatica (…) una confederazione composta da due nazioni sovrane che vivono pacificamente in associazione sulla stessa terra” (Omer Bartov, Nell’abisso – Dal sionismo al genocidio. La sconfitta morale di Israele).
È un sogno? Ma oggi è l’ora di metterlo in pratica. Da sempre è il nostro impegno culturale e politico…☺
