E ora, è necessaria la cura
15 Novembre 2020
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E ora, è necessaria la cura

No, non parlo della cura per il virus, che è tornato spaventoso a ricordarci che siamo solo ospiti sul pianeta; o almeno non solo di quello. Mi riferisco a quell’avere cura di ognuno e di ogni cosa che Marco Bersani ha così ben tratteggiato nel suo manifesto “La Società della Cura”, al quale in tante e tanti stiamo aderendo.

Ci svegliamo in questi giorni in un Molise mai come ora assediato dal Covid, e mai come ora indifeso, appunto perché i nostri amministratori, impegnati in squallidi cambi di casacca e meschini giochi di potere, non hanno voluto vedere ciò che era palese: la necessità di pianificare le azioni necessarie in vista di una inevitabile seconda ondata (come responsabilità contingente) e l’obbligo civile di cambiare rotta e preoccuparsi seriamente di salute, lavoro, difesa del territorio, sviluppo sostenibile, come responsabilità a lungo termine: in altre parole, della cura globale di persone e cose a loro affidate per il tempo presente.

Ancora una volta torniamo all’ etimologia delle parole, unico modo per dare senso e materia a ciò che diciamo e scriviamo: cura deriva dal sanscrito ku-kav, osservare; ed è strettamente legata a kavi, saggio. Dunque la cura è osservazione, e responsabilità che segue l’osservazione. Che sia terapia medica, preoccupazione, o accudimento della vita altrui, la cura è responsabilità. Presuppone dunque un sentimento di amore, non fatuo e impalpabile, ma materializzato nella concretezza dell’azione conseguente. Chi osserva e si sente responsabile di una persona o di una cosa non resta inerte, passa all’agire.

Proprio ciò che in questi mesi non hanno fatto i nostri amministratori locali (né, quanto a questo, quelli nazionali): ci sarebbe stato tutto il tempo di osservare, assumere responsabilità, intervenire (la cura, appunto) in tutti i settori critici. In primis la sanità.

Ci sarebbe stato modo di assumere medici e infermieri, rafforzare le strutture pubbliche, ripristinare un equilibrio più equo con il privato padrone del Molise. E abbiamo assistito invece all’indegno balletto sull’ospedale Covid, negato a Larino, assegnato a Campobasso e per ora non pervenuto. All’ altrettanto annunciata cri- si da mancanza di anestesisti, con il San Timoteo costretto a operare un giorno a settimana per ciascuna specialità. Alla prosecuzione del silenzioso svuotamento dei presìdi di Agnone, Venafro e soprattutto Termoli, cui fa capo un bacino di centomila utenze a dir poco (e forse il doppio in estate). Con la concreta prospettiva di ritrovarci di nuovo con ospedali inaccessibili e diritto alla salute negato.

E non c’è traccia di inversioni di tendenza nemmeno per quanto riguarda i problemi annosi del nostro territorio: dopo i lusinghieri bilanci turistici dell’estate non c’è traccia della stesura di un piano regionale concreto e operativo, con step precisi e cronoprogrammi stringenti, per far sì che una casualità dovuta alle proposte illuminate di molti paesini diventi una strategia coerente e duratura.

Continuiamo a non avere una legge regionale sull’ urbanistica, e ad avere invece una delle peggiori leggi sul Piano Casa; a sentire sindaci e assessori proporre come unica prospettiva di sviluppo la cementificazione del suolo; a confrontarci con un sistema dei trasporti pubblici che definire non adeguato è eufemismo (e ovviamente come si risolve il problema dell’affollamento di studenti sugli autobus? Ma chiudendo le scuole, che diamine!); a veder partire i nostri giovani in cerca di futuro altrove; a non mettere in rete le produzioni biologiche e le eccellenze enogastronomiche; a non affrontare il nodo della transizione energetica e dell’economia circolare (quella vera, intendo).

La parte a noi destinata del Recovery Fund potrebbe e dovrebbe servire alla cura di cui parlavamo prima: agli interventi interconnessi e attentamente studiati per assumere finalmente le proprie responsabilità rispetto a salute, ambiente, territorio, lavoro, futuro delle nuove generazioni. In uno spirito di fratellanza e amore, quello di cui parla Papa Francesco nella Fratelli Tutti; l’esatto contrario dell’indifferenza all’altro, del desiderio di profitto, dell’incapacità di osservare e farsi carico dei problemi che continuiamo a vedere nei luoghi dove in Molise si decide, dai comuni alla Regione.

Come si esce da questo baratro? Domanda impegnativa, certo. Con una sola risposta, credo, sempre la stessa: se chi ci rappresenta non sa o non vuole prendersi cura di noi e della nostra terra, nostro dovere è istruirci, indignarci, organizzarci, seguendo Gramsci ancora una volta.

In presenza o online, connetterci, fare rete, informare, chiamare a fare pressione. Proporre un modo diverso di stare sul pianeta; uscire da questo capitalismo criminale. Una volta per tutte, creare l’alternativa. Ed esercitare la cura.☺

 

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