educatore degli oppressi
18 Aprile 2010 Share

educatore degli oppressi

 

“Agli straccioni nel mondo e a coloro che in essi si riconoscono e così riconoscendosi, con loro soffrono ma soprattutto con loro lottano” è dedicato “Pedagogia degli oppressi”, il libro più noto di Paulo Freire, educatore brasiliano, creatore del metodo per l’alfabetizzazione degli adulti.

Prova del suo prestigio internazionale è il riconoscimento da parte di ben 28 università che gli hanno conferito il dottorato honoris causa. Freire non considera l’educazione semplicemente un fatto accademico. Il suo impegno è stimolare il popolo a partecipare al suo processo di emersione nella vita pubblica, elaborando appunto una pedagogia dell’oppresso: “Così come l’oppressore, per opprimere, ha bisogno di una teoria dell’azione oppressiva, gli oppressi per liberarsi hanno egualmente bisogno di una teoria della loro azione”.

Nato a Recife (la diocesi che fu di dom Helder Camara), nel Nord-Est del Brasile, nel 1921, impara nella sua infanzia la lezione del dialogo dai genitori, appartenenti a confessioni religiose diverse. La crisi economica del 1929 gli fa provare la povertà economica e la fame, ma contribuisce non poco a orientare le sue scelte a favore dei poveri. Fin da giovane si dedica ai problemi pedagogici e alla cultura popolare. Nel 1963 è incaricato di preparare un piano di alfabetizzazione per tutto il Brasile. Nel 1964 con l’avvento al potere dei militari e la dittatura di destra subisce il carcere prima e l’espulsione poi. Esule per il mondo soggiornerà dal 1969 per un decennio in Ginevra. Con l’amnistia del 1979 rientra in Brasile dove muore il 2 maggio 1996 all’età di 75 anni.

La grande intuizione di Freire è l’alfabetizzazione: non attraverso una tecnica vuota, da proporre meccanicamente, ma facendo leva sugli interessi di coloro che devono apprendere perché la conquista della parola scritta corrisponda alla possibilità di usufruire di un canale di comunicazione effettivamente efficace. Un adulto che apprende nozioni che non si inseriscono nella sua vita finisce per cadere nell’analfabetismo di ritorno, piaga da cui molti, e non solo in paesi in via di sviluppo, sono affetti. Non può esistere educazione senza contesto. Chi più degli emigranti ha sperimentato la veridicità di quanto asserisce Freire soprattutto per l’impatto con lingua e tradizioni profondamente diverse dalle proprie!

Il suo impegno è orientato a creare contesti efficaci per l’apprendimento degli adulti a cui si rivolge: lavoratori della terra, analfabeti, vittime della miseria, in modo che l’alfabetizzazione sfoci nella coscientizzazione degli oppressi. L’educazione diventa pratica della libertà perché “solo con un’autonoma conquista della parola l’oppresso assume coscienza della propria condizione storica”. Non è l’oppresso che deve prendere la cultura e i comportamenti dell’oppressore, è l’oppressore che deve lasciarsi convertire dall’oppresso.

Freire ricorre al termine dialogo per indicare l’incontro tra soggetti in una dimensione totalmente orizzontale, in cui il riflettere e l’agire sono strettamente connessi. Nell’educazione che diventa “pratica di libertà” l’educatore è dialogico e viene a sua volta educato da coloro che ha il compito di educare. “Nessuno libera nessuno, sostiene; nessuno si libera da solo: gli uomini si liberano nella comunione”, perché si è contemporaneamente educatori ed educandi, senza oppressione di sorte. ☺

 

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