Europa unita?
25 Maggio 2017
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Europa unita?

Il profilo biondo, quasi albino e nordico, di Geert Wilders rappresenta solo l’ultimo in ordine di tempo dei componenti di quel fil rouge che sta attraversando il vecchio continente da un capo all’altro, quasi fosse una temperie, in aperta rottura con il binomio UE – BCE, arroccato all’interno dei palazzi di Bruxelles e Francoforte in ossequio ad un mandato ricondotto ormai al solo rigore.

Un ordine politico costituito che sembra non tenere nella debita considerazione il dilagare in maniera sempre più preponderante di forze centrifughe che si oppongono con insistenza al rigor mortis europeista, il quale rischia di sbriciolarsi clamorosamente in un anno caratterizzato da scadenze elettorali rilevanti.

L’olandese Wilders, leader del partito per la libertà di marca euroscettica, si è fatto interprete di un dissenso che pone all’interno dell’opinione pubblica sempre maggiori interrogativi circa il destino politico dell’Europa. Questo dopo che i leader del vecchio continente hanno giurato nuovamente fedeltà agli ideali dei Padri Fondatori solo qualche settimana fa a Roma, ma l’ impressione dominante è che questo rinnovo di intenti non risaldi un’Unione che appare indebolita e svuotata nelle prerogative conferitele dai dettami dei Trattati originari.

L’Europa non è nuova ai populismi, l’Italia stessa non è nuova a quei detonatori del dissenso popolare che ne fecero già un archetipo agli albori dell’Assemblea Costituente, poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, attraverso il movimento dell’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini, che presenziò sulla scena politica per un decennio e pose basi incoraggianti per i futuri agitatori di popolo fino ai giorni nostri.

Tornando alla più stringente attualità e citato già l’esempio dei Paesi Bassi, non si può non constatare che la mappa dei movimenti ‘terzopolisti’ stia diventando sempre più articolata e crescente ad ogni approssimarsi di elezioni.

La dinastia Le Pen in Francia, ad esempio, ha reso il Front National un soggetto stabile della politica transalpina, ed in maniera anche piuttosto paradossale se consideriamo che il cardine delle loro politiche è rappresentato da protezionismo e lotta anti immigrazione nel paese più interrazziale d’Europa.

Atteggiamento simile, dai marcati tratti indipendentisti, è quello che invece si ravvisa nelle più strette prossimità francesi, in quella Spagna attraversata anche da battaglie per l’emancipazione di marca catalana e basca, dove però il dissenso viene raccolto dal movimento Podemos di Pablo Iglesias, stabilmente riconosciuto dall’elettorato con percentuali a doppia cifra sia alle amministrative che alle politiche.

Fin qui abbiamo parlato di nazionalismi, di spinte euroscettiche ed addirittura xenofobe in taluni casi; ma il malessere degli aderenti all’Ue, ha messo in risalto un’ ulteriore particolarità con la vicenda verificatasi qualche settimana fa, quando il polacco Donald Tusk è stato riconfermato alla presidenza del Consiglio europeo, con una larghissima maggioranza di voti da parte dei paesi membri.

L’unica nota stonata fu rappresentata dal voto negativo, incredibile per certi versi, poiché unico contrario, proprio da parte del suo paese, quella Polonia guidata da Beata Szydlo, conservatrice e nazionalista, la quale ha tenuto una posizione combattiva e quasi aggressiva verso la rielezione di Tusk, soprattutto per ragioni di politica interna. Non certo lo spot migliore per Bruxelles agli occhi dell’America, se le ragioni del dissenso nascono già tra esponenti politici del proprio stato.

Infine, sospendendo il giudizio sulle capacità riformatrici del governo ellenico guidato da Alexis Tsipras, ancora alle prese con perenni richieste di aiuti e parallele politiche di tagli interni, una menzione va fatta alla vicenda irlandese, dove il conflitto tra unificazione ed indipendenza assume contorni atavici.

In quelle terre, piagate per anni dai famosi Troubles, le divisioni si intrecciano con motivi religiosi, poiché gli unionisti dell’Irlanda del Nord, protetti dalla Corona, sono in conflitto con i cugini irlandesi.

Nella fattispecie, la volontà di riunificazione dell’isola – può sembrare un ossimoro, ma non è così – viene rappresentata, oggi in maniera solo politica, ieri accompagnata dal braccio armato dell’IRA, ad opera del partito del Sinn Fein, i cui esponenti, cattolici indipendentisti ma europeisti post Brexit, cercano accordi sempre più insistenti con i loro avversari, i protestanti unionisti nordirlandesi, fautori invece dell’uscita dall’UE sulla scia di Londra. Una politica che paga, a quanto pare, poiché il Sinn Fein ha aumentato notevolmente la sua percentuale di consenso, volando a doppia cifra nelle recenti elezioni politiche.

Alla luce di questi brevi cenni, che fanno apparire distante ogni possibile mediazione ed intesa tra le parti in causa, per il bene della vecchia Europa appare più che mai imprescindibile un ripensamento non solo delle rigide politiche statuite da Bruxelles, ma soprattutto della forma politica stessa dell’UE, migrando gradualmente verso modelli funzionanti e già sperimentati al di là dell’Oceano Atlantico dagli Stati Uniti d’America, strutturati con successo in una Confederazione.

Solo in tal modo questo aggregato di stati, pur cedendo la propria quota di sovranità ma restando partecipe e coinvolto a pieno titolo quale soggetto attivo e non solo passivo, potrà iniziare ad esistere come soggetto unico e non semplicemente sopravvivere nelle reciproche abiezioni.

 

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