Fino a quando, signore?
8 Maggio 2019
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Fino a quando, signore?

«Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti?… Perché resti spettatore dell’oppressione?… Il Signore rispose e mi disse: “Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede”» (Ab 1,2.3; 2,4).

Il Libro del profeta Abacuc (nome che rimanda ad un albero da giardino) è un libro che potrebbe apparire scandaloso a motivo dell’attacco violento che sferra nei confronti di Dio. L’autore si interroga sul modo di agire di Dio che non rievoca le gesta dell’esodo né la premura durante la marcia nel deserto, ma è un agire lento che getta nello sconforto e destabilizza il credente.

Libro poco conosciuto del Primo Testamento, il cui periodo di composizione va dalla fine del VII all’inizio del VI secolo, segnato dall’ascesi dei Babilonesi, Abacuc sorprende per i suoi toni forti. Esso, infatti, scaglia come frecce alcune domande indirizzate a Dio che condivide con il libro di Giobbe. Interessante è la sua ouverture: «Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, a te alzerò il grido: “Violenza!” e non salvi? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione? Ho davanti a me rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese. Non ha più forza la legge né mai si afferma il diritto. Il malvagio infatti raggira il giusto e il diritto ne esce stravolto» (Ab 1,2-4).

Il profeta scatena un litigio con Dio accusandolo di non ascoltare, di non salvare, di restare spettatore di tante ingiustizie e questi, chiamato in causa in modo così duro, risponde e consegna al profeta questo messaggio: «Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede» (Ab 2,4), testo che invita alla fede e che Paolo riprenderà in Rm 1,17. Da qui partono i dardi di Dio che sono una serie di guai: «Guai a chi è avido di guadagni illeciti… Guai a chi costruisce una città sul sangue, ne pone le fondamenta sull’iniquità… Guai a chi fa bere i suoi vicini mischiando vino forte per ubriacarli e scoprire le loro nudità… Guai a chi dice al legno: “Svégliati”, e alla pietra muta: “Àlzati”. Può essa dare un oracolo?» (Ab 2,9.12.15.19). Dio ha ribrezzo della malvagità e continua a stare dalla parte del giusto, per questo dopo i guai, il profeta non ha più remore: riconosce la santità di Dio che abita il suo santuario e invita la terra intera a tacere davanti a lui.

L’annuncio di questo silenzio apre al terzo ed ultimo capitolo che contiene una preghiera accorata di Abacuc, un lamento che mostra il passaggio dalla lite alla consegna fiduciosa. Lo scontro con Dio era solo, come accade spesso nella preghiera, un grido di invocazione a lui perché mostrasse il suo volto e così il profeta potesse tessere una relazione ancora più intima e autentica con lui. Ora nella preghiera Abacuc vede Dio nella sua forza che mette in fuga persino il sole (cf. Ab 3,11) e, dopo il litigio, lo conosce meglio così da poter dire: «Sei uscito per salvare il tuo popolo, per salvare il tuo consacrato. Hai demolito la cima della casa del malvagio, l’hai scalzata fino alle fondamenta» (Ab 3,13). Questo divino esodo dice la sua potenza e presenza nella vita del popolo. Per questo il profeta rinnova la sua fede e la sua gioia nel Signore riprendendo il cammino in salita della vita con slancio nuovo: «Ma io gioirò nel Signore, esulterò in Dio, mio salvatore. Il Signore Dio è la mia forza, egli rende i miei piedi come quelli delle cerve e sulle mie alture mi fa camminare» (Ab 3,18-19).

In una società in cui la menzogna spesso la fa da padrona, la verità si paga con la sofferenza. Chi vuole schivare la sofferenza, tiene lontana però la vita stessa. Non c’è amore senza sofferenza, senza la sofferenza della rinuncia a se stessi per la vera libertà. Spesso però questa sofferenza è così forte da farci prendere Dio come bersaglio e scagliargli contro una violenta raffica di perché. Egli non si sottrae a questo “corpo a corpo” e attira verso una fede nuova, non acerba e capricciosa, ma matura destinata a diventare amicizia e confidenza. 

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