forzare gli amministratori di Antonio Di Lalla | La Fonte TV
Siamo cresciuti all’ombra dei campanili e l’appartenenza a un paese, addirittura ad una contrada, era un fatto talmente identitario che ci si contrapponeva, sempre verbalmente, a quanti non potevano vantare la stessa origine, non poche volte organizzando raid o imboscate fino a suonarsele di santa ragione. La cultura militarista rendeva naturale giocare alla guerra fin da piccoli. Altri antagonismi si aggiungevano e si stratificavano con gli anni: sportivi, politici, di classe e di censo fino a quelli razziali: prime immancabili vittime gli zingari, col pretesto che rubavano. In fondo il bisogno del nemico diventava il collante dell’ aggregazione settaria. Questa cultura bellica per tanti versi ora è depotenziata dal crollo delle ideologie e dal doping, dall’impoverimento collettivo e dal sentirsi parte di un’unica umanità, anche se, con la leggenda metropolitana che gli stranieri rubano il posto di lavoro, si cerca di innalzare ingiustificate barriere. La persona, ogni persona non può essere ridotta a braccia lavorative più o meno necessarie e funzionali alle nostre esigenze. I loro diritti vengono prima e non possono essere messi in discussione.
Oggi la domanda drammatica posta da più parti è: quale futuro per i nostri paesi in calo vertiginoso di popolazione e dunque di risorse? Prima di una risposta scontata al limite del banale come fare fronte comune, mettersi insieme, consorziarsi, ecc. bisogna interrogarsi su fino a che punto si è disposti a mettersi in gioco e rivoluzionare l’approccio tipico che non porta da nessuna parte: fatto salvo il proprio paese con quello che ha già e magari con l’accaparramento di qualcos’altro poi si può discutere del resto. Quale albero si lascerebbe portare via tanti rami che lo rendono bello, grande e carico di frutti se potesse protestare e opporsi? Eppure la potatura non è per danneggiarlo o renderlo ridicolo e spelacchiato agli occhi dell’osservatore, ma perché si rafforzi e i suoi frutti siano migliori. È in questa prospettiva che bisogna lavorare con urgenza all’unione di più comuni. Non il timore di perdere qualcosa che finisce per svilire il paese ulteriormente, ma una scelta mirata e lungimirante che rafforzi alcuni aspetti peculiari in ogni centro abitato. Immaginarsi come quartieri di una città ideale in cui ognuno ha un’eccellenza che trova senso pieno proprio in relazione alle altre eccellenze e alla facile fruibilità per tutti. Abbiamo paura di perdere le scuole frequentate da ragazzi fantasma, aggregati in pluriclassi che umiliano il diritto all’istruzione; abbiamo i municipi con impiegati a scavalco per risparmiare o perché non si può assumere; abbiamo le guardie mediche sfornite anche di siringhe e cerotti per non parlare di ospedali ai limiti della decenza; insomma la maggior parte dei beni e servizi che ci sono funzionano poco, male e senza le dovute attrezzature, e questo abitualmente non per colpa di chi ci lavora. Con la nostra logica del che ci guadagno e che ci perdo non solo non andiamo da nessuna parte ma passeremo il resto della vita a piangerci addosso man mano che diminuiranno i servizi. L’albero che non viene potato drasticamente e per tempo si ritrova appesantito proprio dai suoi rami che diventano, pur non volendo, causa inconsapevole della sua fine.
A guardare politici ed amministratori magari ci viene lo sconforto, dimenticando che siamo stati noi a votarli quando avremmo dovuto dar loro una pedata nel didietro. Il cosiddetto cratere un’occasione preziosa l’ha già persa grazie a politichicchi e sub che rimestavano sott’acqua incapaci di guardare oltre il loro naso. Fiumi di denaro dilapidato senza un progetto coordinato di sviluppo collettivo dei paesi che deve passare anzitutto attraverso una buona viabilità, senza la quale si vanifica ogni tentativo di mettersi in rete. Eppure qualcosa di nuovo comincia ad accadere. Il presidente della giunta regionale, ad esempio, di fronte a un evidente errore del parlamento nei confronti dei nostri paesi terremotati che impedisce di fruire di fondi stanziati, è stato pronto a coprire con denaro “improprio” pur di non far fallire le ditte edili e il relativo indotto, in attesa che si corregga la stortura.
Il primo tassello di una politica nuova per i nostri centri potrebbe essere, come insistevamo nel numero precedente, il far abitare (non ammucchiare militarizzando la zona) un sostanzioso gruppo di immigrati nel villaggio di prefabbricati ormai vuoto a San Giuliano di Puglia che diventerebbe così non un focolaio di delinquenza, ma una opportunità per i nuovi arrivati e una risorsa per i nostri esangui paesi.
Lo so che non è facile, tant’è che finora sono falliti anche i tentativi della comunità ecclesiale di avviare le unità pastorali per l’attaccamento di preti e sacrestani al proprio campanile. Eppure non si intravvedono altre strade per dare speranze dignitose alle nostre comunità perciò dobbiamo forzare gli amministratori ad intraprendere progetti coordinati. Ne va del nostro futuro. Dobbiamo forzare l’aurora a nascere con la stessa passione di una madre che spinge con tutta l’anima perché il figlio nasca. A costo del parto cesareo, se non si trova altra via naturale.☺
Siamo cresciuti all’ombra dei campanili e l’appartenenza a un paese, addirittura ad una contrada, era un fatto talmente identitario che ci si contrapponeva, sempre verbalmente, a quanti non potevano vantare la stessa origine, non poche volte organizzando raid o imboscate fino a suonarsele di santa ragione. La cultura militarista rendeva naturale giocare alla guerra fin da piccoli. Altri antagonismi si aggiungevano e si stratificavano con gli anni: sportivi, politici, di classe e di censo fino a quelli razziali: prime immancabili vittime gli zingari, col pretesto che rubavano. In fondo il bisogno del nemico diventava il collante dell’ aggregazione settaria. Questa cultura bellica per tanti versi ora è depotenziata dal crollo delle ideologie e dal doping, dall’impoverimento collettivo e dal sentirsi parte di un’unica umanità, anche se, con la leggenda metropolitana che gli stranieri rubano il posto di lavoro, si cerca di innalzare ingiustificate barriere. La persona, ogni persona non può essere ridotta a braccia lavorative più o meno necessarie e funzionali alle nostre esigenze. I loro diritti vengono prima e non possono essere messi in discussione.
Oggi la domanda drammatica posta da più parti è: quale futuro per i nostri paesi in calo vertiginoso di popolazione e dunque di risorse? Prima di una risposta scontata al limite del banale come fare fronte comune, mettersi insieme, consorziarsi, ecc. bisogna interrogarsi su fino a che punto si è disposti a mettersi in gioco e rivoluzionare l’approccio tipico che non porta da nessuna parte: fatto salvo il proprio paese con quello che ha già e magari con l’accaparramento di qualcos’altro poi si può discutere del resto. Quale albero si lascerebbe portare via tanti rami che lo rendono bello, grande e carico di frutti se potesse protestare e opporsi? Eppure la potatura non è per danneggiarlo o renderlo ridicolo e spelacchiato agli occhi dell’osservatore, ma perché si rafforzi e i suoi frutti siano migliori. È in questa prospettiva che bisogna lavorare con urgenza all’unione di più comuni. Non il timore di perdere qualcosa che finisce per svilire il paese ulteriormente, ma una scelta mirata e lungimirante che rafforzi alcuni aspetti peculiari in ogni centro abitato. Immaginarsi come quartieri di una città ideale in cui ognuno ha un’eccellenza che trova senso pieno proprio in relazione alle altre eccellenze e alla facile fruibilità per tutti. Abbiamo paura di perdere le scuole frequentate da ragazzi fantasma, aggregati in pluriclassi che umiliano il diritto all’istruzione; abbiamo i municipi con impiegati a scavalco per risparmiare o perché non si può assumere; abbiamo le guardie mediche sfornite anche di siringhe e cerotti per non parlare di ospedali ai limiti della decenza; insomma la maggior parte dei beni e servizi che ci sono funzionano poco, male e senza le dovute attrezzature, e questo abitualmente non per colpa di chi ci lavora. Con la nostra logica del che ci guadagno e che ci perdo non solo non andiamo da nessuna parte ma passeremo il resto della vita a piangerci addosso man mano che diminuiranno i servizi. L’albero che non viene potato drasticamente e per tempo si ritrova appesantito proprio dai suoi rami che diventano, pur non volendo, causa inconsapevole della sua fine.
A guardare politici ed amministratori magari ci viene lo sconforto, dimenticando che siamo stati noi a votarli quando avremmo dovuto dar loro una pedata nel didietro. Il cosiddetto cratere un’occasione preziosa l’ha già persa grazie a politichicchi e sub che rimestavano sott’acqua incapaci di guardare oltre il loro naso. Fiumi di denaro dilapidato senza un progetto coordinato di sviluppo collettivo dei paesi che deve passare anzitutto attraverso una buona viabilità, senza la quale si vanifica ogni tentativo di mettersi in rete. Eppure qualcosa di nuovo comincia ad accadere. Il presidente della giunta regionale, ad esempio, di fronte a un evidente errore del parlamento nei confronti dei nostri paesi terremotati che impedisce di fruire di fondi stanziati, è stato pronto a coprire con denaro “improprio” pur di non far fallire le ditte edili e il relativo indotto, in attesa che si corregga la stortura.
Il primo tassello di una politica nuova per i nostri centri potrebbe essere, come insistevamo nel numero precedente, il far abitare (non ammucchiare militarizzando la zona) un sostanzioso gruppo di immigrati nel villaggio di prefabbricati ormai vuoto a San Giuliano di Puglia che diventerebbe così non un focolaio di delinquenza, ma una opportunità per i nuovi arrivati e una risorsa per i nostri esangui paesi.
Lo so che non è facile, tant’è che finora sono falliti anche i tentativi della comunità ecclesiale di avviare le unità pastorali per l’attaccamento di preti e sacrestani al proprio campanile. Eppure non si intravvedono altre strade per dare speranze dignitose alle nostre comunità perciò dobbiamo forzare gli amministratori ad intraprendere progetti coordinati. Ne va del nostro futuro. Dobbiamo forzare l’aurora a nascere con la stessa passione di una madre che spinge con tutta l’anima perché il figlio nasca. A costo del parto cesareo, se non si trova altra via naturale.☺
Siamo cresciuti all’ombra dei campanili e l’appartenenza a un paese, addirittura ad una contrada, era un fatto talmente identitario che ci si contrapponeva, sempre verbalmente, a quanti non potevano vantare la stessa origine, non poche volte organizzando raid o imboscate fino a suonarsele di santa ragione. La cultura militarista rendeva naturale giocare alla guerra fin da piccoli. Altri antagonismi si aggiungevano e si stratificavano con gli anni: sportivi, politici, di classe e di censo fino a quelli razziali: prime immancabili vittime gli zingari, col pretesto che rubavano. In fondo il bisogno del nemico diventava il collante dell’ aggregazione settaria. Questa cultura bellica per tanti versi ora è depotenziata dal crollo delle ideologie e dal doping, dall’impoverimento collettivo e dal sentirsi parte di un’unica umanità, anche se, con la leggenda metropolitana che gli stranieri rubano il posto di lavoro, si cerca di innalzare ingiustificate barriere. La persona, ogni persona non può essere ridotta a braccia lavorative più o meno necessarie e funzionali alle nostre esigenze. I loro diritti vengono prima e non possono essere messi in discussione.
Oggi la domanda drammatica posta da più parti è: quale futuro per i nostri paesi in calo vertiginoso di popolazione e dunque di risorse? Prima di una risposta scontata al limite del banale come fare fronte comune, mettersi insieme, consorziarsi, ecc. bisogna interrogarsi su fino a che punto si è disposti a mettersi in gioco e rivoluzionare l’approccio tipico che non porta da nessuna parte: fatto salvo il proprio paese con quello che ha già e magari con l’accaparramento di qualcos’altro poi si può discutere del resto. Quale albero si lascerebbe portare via tanti rami che lo rendono bello, grande e carico di frutti se potesse protestare e opporsi? Eppure la potatura non è per danneggiarlo o renderlo ridicolo e spelacchiato agli occhi dell’osservatore, ma perché si rafforzi e i suoi frutti siano migliori. È in questa prospettiva che bisogna lavorare con urgenza all’unione di più comuni. Non il timore di perdere qualcosa che finisce per svilire il paese ulteriormente, ma una scelta mirata e lungimirante che rafforzi alcuni aspetti peculiari in ogni centro abitato. Immaginarsi come quartieri di una città ideale in cui ognuno ha un’eccellenza che trova senso pieno proprio in relazione alle altre eccellenze e alla facile fruibilità per tutti. Abbiamo paura di perdere le scuole frequentate da ragazzi fantasma, aggregati in pluriclassi che umiliano il diritto all’istruzione; abbiamo i municipi con impiegati a scavalco per risparmiare o perché non si può assumere; abbiamo le guardie mediche sfornite anche di siringhe e cerotti per non parlare di ospedali ai limiti della decenza; insomma la maggior parte dei beni e servizi che ci sono funzionano poco, male e senza le dovute attrezzature, e questo abitualmente non per colpa di chi ci lavora. Con la nostra logica del che ci guadagno e che ci perdo non solo non andiamo da nessuna parte ma passeremo il resto della vita a piangerci addosso man mano che diminuiranno i servizi. L’albero che non viene potato drasticamente e per tempo si ritrova appesantito proprio dai suoi rami che diventano, pur non volendo, causa inconsapevole della sua fine.
A guardare politici ed amministratori magari ci viene lo sconforto, dimenticando che siamo stati noi a votarli quando avremmo dovuto dar loro una pedata nel didietro. Il cosiddetto cratere un’occasione preziosa l’ha già persa grazie a politichicchi e sub che rimestavano sott’acqua incapaci di guardare oltre il loro naso. Fiumi di denaro dilapidato senza un progetto coordinato di sviluppo collettivo dei paesi che deve passare anzitutto attraverso una buona viabilità, senza la quale si vanifica ogni tentativo di mettersi in rete. Eppure qualcosa di nuovo comincia ad accadere. Il presidente della giunta regionale, ad esempio, di fronte a un evidente errore del parlamento nei confronti dei nostri paesi terremotati che impedisce di fruire di fondi stanziati, è stato pronto a coprire con denaro “improprio” pur di non far fallire le ditte edili e il relativo indotto, in attesa che si corregga la stortura.
Il primo tassello di una politica nuova per i nostri centri potrebbe essere, come insistevamo nel numero precedente, il far abitare (non ammucchiare militarizzando la zona) un sostanzioso gruppo di immigrati nel villaggio di prefabbricati ormai vuoto a San Giuliano di Puglia che diventerebbe così non un focolaio di delinquenza, ma una opportunità per i nuovi arrivati e una risorsa per i nostri esangui paesi.
Lo so che non è facile, tant’è che finora sono falliti anche i tentativi della comunità ecclesiale di avviare le unità pastorali per l’attaccamento di preti e sacrestani al proprio campanile. Eppure non si intravvedono altre strade per dare speranze dignitose alle nostre comunità perciò dobbiamo forzare gli amministratori ad intraprendere progetti coordinati. Ne va del nostro futuro. Dobbiamo forzare l’aurora a nascere con la stessa passione di una madre che spinge con tutta l’anima perché il figlio nasca. A costo del parto cesareo, se non si trova altra via naturale.☺
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