Francesco mancini
6 Dicembre 2024
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Francesco mancini

Francesco Mancini (Napoli, 1830-1905) inizia a studiare presso il Reale Istituto di Belle Arti di Napoli nel 1844. Ben presto frequenta il corso di paesaggio di Gabriele Smargiassi (1798-1882). Interessato al vero, piano piano si allontana dall’Accademia per seguire l’esempio di Filippo Palizzi (1818-1899), nella resa di una natura dettagliata e realistica.
Si avventura in peregrinazioni che lo spingono in Abruzzo, Calabria e Puglia, alla ricerca di motivi nuovi e variegati. I suoi esordi sono segnati da una pittura attentissima al dato reale, dalla descrizione precisa e minuziosa. Partecipa sin dal 1851 alle Mostre Borboniche, per poi passare, dagli anni Sessanta, alle Promotrici non solo napoletane, ma anche genovesi, torinesi e alle esposizioni romane, milanesi e veneziane. Frequentando l’affollato studio di Filippo Palizzi, l’artista fa la conoscenza dei maggiori rappresentanti della pittura del tempo, da Achille Vertunni (1826-1897) a Domenico Morelli (1826-1901). Instaura poi un buon rapporto soprattutto con la colonia di artisti calabresi a Napoli.
Esponente del paesaggio dal vero e del rinnovamento in senso verista della Scuola napoletana, Francesco Mancini si avventura anche nella realizzazione di scene di storia risorgimentale o legate alla questione sociale.
La pittura di genere
Negli anni Sessanta Mancini si inserisce nel contesto del verismo partenopeo, non senza critiche da parte di personalità come Francesco Netti (1832-1894), e dalla fine degli anni Settanta si avvicina alla ‘pittura di genere’. Proprio perché gradita al mercato internazionale, si fa protagonista di una pittura mondana che richiama i modi di Giuseppe De Nittis (1846-1884).
Il pittore comincia ad affermarsi anche in ambito europeo: i suoi dipinti di genere con scene di vita mondana, tra corse di cavalli, svaghi frivoli e cornici eleganti, spesso riprese nei suoi viaggi a Parigi e Londra, vengono esposti a Vienna, Parigi e Monaco. Proprio per questo, negli anni Ottanta, il pittore comincia ad essere chiamato “Lord Mancini” soprattutto all’estero. Fuori dall’Italia si fa conoscere soprattutto con scenette di genere ispirate alla vita quotidiana del sud, con riferimenti alla tradizione e al folklore.
Nel 1861 Mancini partecipa all’ Esposizione di Firenze con due dipinti di identità patriottica: L’episodio del 1 ottobre 1860 sulle pianure di Capua e Riposo di Garibaldi con garibaldini, nelle foreste di Calabria. L’anno successivo espone a Napoli Paesaggio e Avamposto garibaldino. Gli aspetti più intimi della natura fanno parte del linguaggio schietto e veloce del pittore napoletano, che se nei primi anni è molto vicino a Palizzi, in un secondo momento si avvicinerà più a De Nittis. Ciò che gli interessa è il folklore e la tradizione del meridione, con questione sociale annessa, come si evince dalle opere presentate alla promotrice napoletana del 1864: La malata delle Maremme, I lavoratori, Dopo il lavoro, Una selva e Bersaglieri in azione.
Il verismo
Lo studio dal vero e la descrizione del dettaglio naturalistico sono ancora al centro della poetica di Francesco Mancini fino agli anni Settanta. All’ Esposizione di Parma del 1870 espone infatti una serie di studi di piante come Spino e platano, Buoi con fondo d’alberi, Gruppo di querce. Il carretto, Lo spaccapietra e Il piccolo zappatore, opere a sfondo sociale, vengono presentate invece alla Promotrice genovese del 1873. Il pittore napoletano partecipa con successo all’ Esposizione Nazionale di Napoli del 1877 con Campagna di Foggia con animali, Una rupe, La strada ferrata e Torcino. Prende parte poi all’Esposizione di Torino del 1880 con alcuni intensi e luminosi paesaggi, Veduta dei Tre Monti (Popoli-Abruzzo), Marina a Pozzuoli, Marina di Napoli, Marina di Capri, Casamicciola, Capo Pescara. Ciò che colpisce è l’estrema definizione che il pittore mantiene nella descrizione degli animali e soprattutto dei cavalli. Con una pennellata veloce e sintetica, Francesco Mancini rappresenta così il costume dell’Italia meridionale.
Nel 1888 è fondatore, insieme a Morelli e al principe di Sirignano del Circolo Artistico napoletano e, nel frattempo, è professore onorario del Real Istituto di Belle Arti. Continua a dipingere e ad esporre fino all’inizio del Novecento: nel 1901 partecipa alla Biennale di Venezia. Muore pochi anni dopo, nel 1905, a settantacinque anni, nella sua Napoli.☺

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