Fuggire da un carcere?
17 Ottobre 2019
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Fuggire da un carcere?

Hanno suscitato tanto scalpore le affermazioni del cappellano del carcere di Poggioreale, postate tramite facebook, all’indomani della fuga di Robert Lisowski, un polacco di 32 anni detenuto per l’omicidio di un connazionale. Per la prima volta in oltre cento anni qualcuno è evaso dal carcere, costruito nel 1914, utilizzando il più classico dei modi: si è lasciato andare giù dal muro di cinta con lenzuola annodate fra loro.

Don Franco Esposito, sui social ha postato: “È scappato un detenuto da Poggioreale; embé? Perché stupirsi davanti a una evasione dal carcere? È la cosa più naturale che possa accadere, quello che è innaturale è tenere rinchiuse delle persone in una situazione disumana e degradante. Non sto assolutamente giustificando l’evasione di un pericoloso criminale (questo almeno secondo gli organi di informazione) ma vorrei spostare l’attenzione sul fatto che carceri come quello di Poggioreale non hanno certamente i requisiti per essere rieducativi e non servono certo al reinserimento della persona detenuta nel tessuto sociale”.

Poggioreale è il carcere più popolato di tutta Europa. Circa 2.400 detenuti quando ne potrebbe contenere appena 1.635.

Nel carcere lo Stato intende recludere coloro che si sono macchiati di cattiva condotta che va dalla truffa alla rapina, dallo spaccio di droga all’evasione fiscale, dal maltrattamento all’omicidio, dall’inganno fraudolento all’usura e tante, purtroppo, tante altre. Secondo la Costituzione italiana il carcere ha un fine rieducativo e riabilitativo. Sancisce all’articolo 27 comma 3 che: “le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”. Da questa enunciazione si ricava uno dei fondamentali princìpi del nostro ordinamento penale il quale costituisce altresì l’espressione di una delle basilari funzioni della pena stessa. Nei moderni sistemi giuridici il significato della punizione non è unico ma polivalente: nella realtà, davvero, il carcere assolve a questa funzione? Le intenzioni sono nobili ma i risultati deludenti, purtroppo. Il carcere attualmente si dimostra inefficace nel garantire una pena che sia davvero rieducativa. Ne è la conferma un dato allarmante sulla recidiva: oltre il settanta per cento dei detenuti attualmente presenti in carcere è stato già in precedenza recluso. A questo si aggiunge l’atavico problema del sovraffollamento che contribuisce notevolmente non ad allentare le problematiche carcerarie ma ad ingigantirle, raggiungendo anche limiti apicali oltre i quali c’è solo il collasso totale. Un altro punto critico è costituito dal fatto che l’ingresso in carcere non è che la soluzione di problemi irrisolti a livello sociale come l’emergenza immigrazione, la tossicodipendenza, l’ emarginazione, l’emarginazione sociale, la povertà economica, affettiva, lavorativa. Il carcere diventa la sommatoria di una serie infinita di problemi che ne generano altri, in una catena che diventa interminabile. Quindi siamo punto e a capo.

Molte volte dimentichiamo che il carcere, purtroppo, è diventato, o semplicemente è ritenuto, “una discarica umana”, un “cimitero abitato da vivi” e basta!!! É normale che tutti fuggiamo dalla “puzza”, o dalla “morte”. Dimentichiamo la centralità assoluta della persona umana. Il carcere è abitato da persone che hanno sbagliato o che sono in attesa di giudizio. Non numeri, non oggetti parcheggiati lì solo per allontanarli dalla vita sociale illudendosi che così cambieranno, si redimeranno. Inoltre non ci si può ridurre a considerare, e spesso condannare, la realtà del carcere solo dopo un’evasione o un tentato suicidio o un ammutinamento o l’autolesionismo, atti che talvolta sfociano addirittura in scellerati gesti di autocannibalismo. Occorre invertire il modo di pensare al carcere e soprattutto ai detenuti che sono le persone che lo abitano. Non debbono essere necessari atti di inconsulta o lucida pazzia per attirare l’attenzione, ma l’amore e il rispetto della dignità della persona umana in sofferenza. Ogni giorno nel carcere c’è qualcuno che lotta, spera, piange, attende; allora ogni giorno dovremmo preoccuparci di queste persone, soprattutto quando, come in questo caso a Poggioreale, ce ne sono 2.400 che lo rendono il più popoloso e indecoroso d’Europa.

Chi fugge dal carcere fa male, malissimo, si macchia di un reato e complica la sua posizione ponendosi nella lista di coloro che mai potranno avere sconti giuridici, riduzioni di pene o pene alternative al carcere stesso. Ma dobbiamo capire chi vuole fuggire. Tutti ci vogliamo allontanare da una posizione scomoda benché meritata, tutti ci turiamo il naso dinanzi ad una discarica benché costretti ad attraversarla. È umano. Allora invece di scandalizzarci contribuiamo a far sì che la vita carceraria sia più a dimensione umana, abbia davvero non solo il carattere punitivo ma anche quello riabilitativo.

È necessario dare fiducia e credito, aiutare a riesumare quanto di bello e buono è seppellito, o talvolta abbrutito, anche nella vita di coloro che si sono macchiati di efferati delitti o hanno meritato di risiedere, temporaneamente, ma forzatamente, in una struttura carceraria.☺

 

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