Ha perso il popolo
Il referendum dell’8 e 9 giugno 2025, bisogna prenderne atto, è stato una sconfitta: solo il 30,6% degli aventi diritto è andato a votare. Infranto il sogno di vedere abrogate alcune parti del Jobs Act e di dare una direzione diversa a leggi che hanno diffuso la precarietà, lo sfruttamento.
Dei referendum del passato, quelli abrogativi, 10 su 19 non hanno superato il quorum. L’ultimo a superare il quorum è stato quello del 2011 su Acqua Pubblica e Nucleare. Sul referendum del 2011 sull’ Acqua si è ancora in attesa che venga rispettata la volontà popolare.
Del voto dell’8 e 9 giugno bisogna ora fare un’analisi sociale, politica, soprattutto obiettiva e senza ipocrisia, tenendo conto del tempo in cui siamo e di tutto ciò che negli anni scorsi ha portato a queste condizioni. Lo strumento del referendum sui temi del lavoro non ha mai funzionato, figurarsi oggi, in un contesto dove nella maggioranza dei settori popolari ha perso la speranza nel cambiamento, causata anche dalle tante delusioni subìte.
La CGIL, promotrice dei referendum sul lavoro, si è preoccupata solamente di portare avanti una campagna identitaria. La “Triplice”, ma non solo, negli anni è stata firmataria, a livello nazionale e locale, di contratti vergognosi e sempre al ribasso. La CISL ha dato indicazione di astenersi ai referendum. Qualche giorno dopo Meloni nomina l’ex segretario della Cisl, Luigi Sbarra, sottosegretario al Sud. Anni di connivenza tra sindacati e Stato, sindacati e padroni, potevano solo portare scoraggiamento, delusione, sconforto e sfiducia della classe operaia. Il risultato referendario ha portato alla sconfitta e sta regalando al governo delle destre un’ occasione, forse, per un rafforzamento interno e uno stimolo ancora maggiore nel portare avanti le sue politiche, quali riarmo e più attenzione verso la classe più agiata.
L’analisi del cosiddetto “Campo largo”, che ha sostenuto i 5 quesiti, guardando meramente questa occasione in un’ottica elettorale, vuole che vada a loro (con furbizia e falsità) il merito dei circa 14 milioni di elettori, definendoli proprio elettorato. Un Campo largo che, quasi entusiasta, dichiara che gli elettori che hanno votato al referendum sono più di quelli che hanno votato il centrodestra alle elezioni. Ridicolo anche il post di Fratelli D’Italia che indica in 45 milioni quelli contrari al referendum, conteggiando forse anche i neonati.
La realtà è ben diversa da quella raccontata dalla CGIL e da alcuni partiti, quali PD ed altri del Campo Largo, che portano sulle proprie spalle tante delle responsabilità sull’abbassamento delle tutele della classe lavoratrice e operaia di questo Paese. È chimera, quindi, pensare che oggi questi stessi personaggi possano dare una svolta alle politiche del lavoro e contro lo sfruttamento. Il PD non ha saputo spiegare perché abrogare delle leggi che loro stessi avevano varato e che poi non hanno mai messo in discussione, se non oggi.
Inoltre la campagna referendaria si è trasformata in un sondaggio contro il governo Meloni. Forse è proprio questa la sintesi e il motivo per cui milioni di lavoratori e lavoratrici non hanno creduto in questi referendum. La classe lavoratrice non crede più in un processo di trasformazione, in quanto il sindacato è oramai abituato alla concertazione e non al conflitto per la rivendicazione di Diritti e Dignità e la Politica è quasi sempre lontana dalla vita quotidiana del popolo.
Il presente e il futuro del nostro Paese hanno bisogno di essere rappresentati con la lotta e il conflitto, innanzitutto sui posti di lavoro, nelle piazze, sul territorio, ricostruendo la speranza del cambiamento sociale. Inaccettabile che si possa pensare ad un futuro migliore portando il paese dentro un’economia di guerra. In ogni caso, bisognava rendersi conto e capire l’importanza di andare a votare.
Subito dopo l’esito dei referendum è arrivata un’altra notizia sicuramente non piacevole per i lavoratori dipendenti. L’11 giugno 2025 è stato presentato presso il Senato della Repubblica, il Rapporto sulla politica di bilancio dell’UPB. In tale occasione, la presidente Lilia Cavallari, ha illustrato la sua relazione: “In base a stime ottenute con il modello di microsimulazione dell’UPB, nel passaggio dal regime 2022 a quello 2025, il maggiore prelievo associato a 2 punti percentuali di inflazione è più alto di circa 370 milioni (+13%)”. A lungo andare l’effetto combinato dell’inflazione e della maggiore progressività dell’imposta tende a erodere i benefici che si intendevano apportare con le misure di sostegno al reddito. In pratica i lavoratori si troveranno, con le promesse del governo Meloni, che avrebbe dovuto alleggerire il peso delle tasse, a pagare più tasse.
Oggi più che mai, al di là di propaganda e retorica, c’è bisogno di ripartire dal basso. È stata la classe operaia degli anni 60-70, che divenne protagonista sociale trascinando studenti e intellettuali, a dare forza e nerbo a sindacati e sinistre.☺
