L’altro giorno ho incontrato Samar che procedeva per la strada con un passo lento ed affaticato e con un sorriso spento sulle labbra, normalmente ridenti e ciarliere.
“Che c’è?, Samar? Cosa ti turba?” – gli dico, appena dopo i saluti -.
La risposta non si fa attendere, è asciutta e detta in un baleno inconsueto: “Sono passato negli uffici della questura e ho dovuto lasciare le mie impronte digitali”.
Poi, con una scrollata di spalle, mi guarda, mi promette che ci sentiremo al telefonino e così con gli occhi fortemente espressivi ma tristi mi saluta con un abbraccio cordiale – ricambiato -, con la locuzione consueta fra amici, “Ci vediamo presto – mi fa – passo alla Wind a fare la ricarica del cellulare e riparto per casa”.
Il cuore diventa piccolo, e in gola la voce mi si abbassa, diventando afona.
Riprendendo la strada verso la macchina che porta a casa, gli occhi diventano rossi e sento un nodo alla gola; nello stesso momento la rabbia monta dentro di me e maledico la classe dirigente e questo parlamento che partoriscono, con le responsabilità di tutti, leggi incostituzionali, avverse alla cultura e alla prassi della solidarietà nei confronti di chi ha problemi davvero molto seri di sopravvivenza e di equilibrio psico-fisico, scatenati dalle condizioni misere di vita quotidiana e dalla convinzione di essere considerati come gli animali dalla cultura piccolo-borghese, pavida e insensibile. Frutto ormai maturo della società postmoderna.
Questa è l’Italia allo stato attuale! così appare il mondo nel quale viviamo e col quale dobbiamo fare i conti.
Ecco, qui è il punto nodale di tutta la tematica collegata ai bisogni di gran parte dell’umanità… I conti noi dobbiamo farli, in effetti, con i rappresentanti eletti nelle istituzioni, i quali solo in parte sono fedeli alle istanze dei loro elettori. Dunque, appare evidente che il problema delle responsabilità attribuibili al senso utilitaristico dell’eletto è soltanto un piccolo e modesto problema; la verità è che i conti noi dobbiamo farli con la nostra mutata sensibilità di persone divenute insensibili al dolore e alle afflizioni degli altri, in quanto consideriamo gli altri come un “pericolo”, come una “zavorra”, come “elementi” che disarticolano, minandole alla base, le nostre abitudini, le nostre comodità, la nostra routine; queste, infatti, ormai, contraddistinguono l’espressione e l’apparire del nostro quotidiano agire.
La fobia dell’altro che è povero, straccione, sporco, maleodorante, etc. invece di metterci in condizione di conoscere le ragioni di tale degradazione – materiale – e quindi provare a controllare le nostre irrazionali emozioni xenofobe, ci spinge ad una divaricazione profonda rispetto al povero, all’immigrato, al rom, allo zingaro, all’omosessuale, al lavavetri, alla prostituta, tutti soggetti che sottolineano fortemente la frattura di oggi fra chi sta bene e chi invece è privo anche dell’essenziale.
La povertà degli altri, il disagio psico-fisico di quanti palesano difficoltà economiche o bisogni estremi ci tormentano al punto da proiettarci in un tunnel di avarizia (l’avarizia è togliere agli altri ciò che a loro serve e che per noi è inutile) e di grettezza che sono l’avamposto della barbarie culturale e della legge prevaricatrice del ricco nei confronti dell’indigente.
Questo comportamento è un furto che il ricco perpetra nei confronti di chi viene privato di ciò che naturalmente gli spetta. Oggi, neppure l’odio di classe appare il veicolo di fratture insanabili fra chi è opulento e ricco e chi è povero: è sufficiente andare con lo sguardo alle misere condizioni delle genti dell’Africa per rendersene conto; basta solo guardare al comportamento della classe dirigente nordafricana più incline al restringimento delle libertà individuali e collettive che non propensa al benessere sociale e materiale delle popolazioni per rendersene effettivamente conto. Oggi più di ieri appare doloroso – ovviamente per quanti hanno la sensibilità e la capacità di leggere e interpretare la Storia – lo scenario della paralisi politica e culturale che attraversa il nostro quotidiano e l’oggi nel mondo.
La legge del respingimento degli immigrati clandestini e il loro affidamento al gendarme nordafricano tanto vezzeggiato oggi dal mondo occidentale (Italia in testa, seguita dagli stessi USA) appaiono solo in parte come il frutto di tale disorientamento culturale; in realtà, la paura “collettiva” della società occidentale scaturisce – come spesso abbiamo detto – dal processo di mondializzazione dell’economia e dall’unità europeistica succubi entrambi della logica delle banche, della finanza.
Questa si avvale della sua tracotanza per sostituirsi alla politica alla quale viene tolto il compito di guida della collettività nel suo insieme. La finanza e i suoi mentori ingolfano la democrazia, la corrodono con il decisionismo tipico delle intraprese economico-finanziarie e il ceto politico, mendico di privilegi passeggeri e insignificanti ormeggia sul molo dell’insignificanza e dell’abdicazione delle responsabilità la propria capacità razionale, strumento sicuramente idoneo per comprendere il percorso della Storia e di indirizzarlo secondo i bisogni elementari e primari dell’uomo, ossia il lavoro, la libertà dal bisogno, la democrazia partecipata, la giustizia eguale per tutti, la divisione retta e condivisa delle ricchezze prodotte e accumulate. Queste ultime, messe a disposizione della collettività, spingerebbero la società verso quella soglia della condivisione e della solidarietà che sono state anche il perno di grandi rivoluzioni, borghesi e proletarie insieme. Oggi è predominante la suggestione della ricchezza e del benessere materiale, che scatenano l’egoismo dei benpensanti e degli abbienti.
È da rivedere un po’ tutto, in particolare il concetto di “confine”, di “frontiera” che in effetti sono il segno premonitore delle fobie classiste dell’oggi. ☺
bar.novelli@micso.net
L’altro giorno ho incontrato Samar che procedeva per la strada con un passo lento ed affaticato e con un sorriso spento sulle labbra, normalmente ridenti e ciarliere.
“Che c’è?, Samar? Cosa ti turba?” – gli dico, appena dopo i saluti -.
La risposta non si fa attendere, è asciutta e detta in un baleno inconsueto: “Sono passato negli uffici della questura e ho dovuto lasciare le mie impronte digitali”.
Poi, con una scrollata di spalle, mi guarda, mi promette che ci sentiremo al telefonino e così con gli occhi fortemente espressivi ma tristi mi saluta con un abbraccio cordiale – ricambiato -, con la locuzione consueta fra amici, “Ci vediamo presto – mi fa – passo alla Wind a fare la ricarica del cellulare e riparto per casa”.
Il cuore diventa piccolo, e in gola la voce mi si abbassa, diventando afona.
Riprendendo la strada verso la macchina che porta a casa, gli occhi diventano rossi e sento un nodo alla gola; nello stesso momento la rabbia monta dentro di me e maledico la classe dirigente e questo parlamento che partoriscono, con le responsabilità di tutti, leggi incostituzionali, avverse alla cultura e alla prassi della solidarietà nei confronti di chi ha problemi davvero molto seri di sopravvivenza e di equilibrio psico-fisico, scatenati dalle condizioni misere di vita quotidiana e dalla convinzione di essere considerati come gli animali dalla cultura piccolo-borghese, pavida e insensibile. Frutto ormai maturo della società postmoderna.
Questa è l’Italia allo stato attuale! così appare il mondo nel quale viviamo e col quale dobbiamo fare i conti.
Ecco, qui è il punto nodale di tutta la tematica collegata ai bisogni di gran parte dell’umanità… I conti noi dobbiamo farli, in effetti, con i rappresentanti eletti nelle istituzioni, i quali solo in parte sono fedeli alle istanze dei loro elettori. Dunque, appare evidente che il problema delle responsabilità attribuibili al senso utilitaristico dell’eletto è soltanto un piccolo e modesto problema; la verità è che i conti noi dobbiamo farli con la nostra mutata sensibilità di persone divenute insensibili al dolore e alle afflizioni degli altri, in quanto consideriamo gli altri come un “pericolo”, come una “zavorra”, come “elementi” che disarticolano, minandole alla base, le nostre abitudini, le nostre comodità, la nostra routine; queste, infatti, ormai, contraddistinguono l’espressione e l’apparire del nostro quotidiano agire.
La fobia dell’altro che è povero, straccione, sporco, maleodorante, etc. invece di metterci in condizione di conoscere le ragioni di tale degradazione – materiale – e quindi provare a controllare le nostre irrazionali emozioni xenofobe, ci spinge ad una divaricazione profonda rispetto al povero, all’immigrato, al rom, allo zingaro, all’omosessuale, al lavavetri, alla prostituta, tutti soggetti che sottolineano fortemente la frattura di oggi fra chi sta bene e chi invece è privo anche dell’essenziale.
La povertà degli altri, il disagio psico-fisico di quanti palesano difficoltà economiche o bisogni estremi ci tormentano al punto da proiettarci in un tunnel di avarizia (l’avarizia è togliere agli altri ciò che a loro serve e che per noi è inutile) e di grettezza che sono l’avamposto della barbarie culturale e della legge prevaricatrice del ricco nei confronti dell’indigente.
Questo comportamento è un furto che il ricco perpetra nei confronti di chi viene privato di ciò che naturalmente gli spetta. Oggi, neppure l’odio di classe appare il veicolo di fratture insanabili fra chi è opulento e ricco e chi è povero: è sufficiente andare con lo sguardo alle misere condizioni delle genti dell’Africa per rendersene conto; basta solo guardare al comportamento della classe dirigente nordafricana più incline al restringimento delle libertà individuali e collettive che non propensa al benessere sociale e materiale delle popolazioni per rendersene effettivamente conto. Oggi più di ieri appare doloroso – ovviamente per quanti hanno la sensibilità e la capacità di leggere e interpretare la Storia – lo scenario della paralisi politica e culturale che attraversa il nostro quotidiano e l’oggi nel mondo.
La legge del respingimento degli immigrati clandestini e il loro affidamento al gendarme nordafricano tanto vezzeggiato oggi dal mondo occidentale (Italia in testa, seguita dagli stessi USA) appaiono solo in parte come il frutto di tale disorientamento culturale; in realtà, la paura “collettiva” della società occidentale scaturisce – come spesso abbiamo detto – dal processo di mondializzazione dell’economia e dall’unità europeistica succubi entrambi della logica delle banche, della finanza.
Questa si avvale della sua tracotanza per sostituirsi alla politica alla quale viene tolto il compito di guida della collettività nel suo insieme. La finanza e i suoi mentori ingolfano la democrazia, la corrodono con il decisionismo tipico delle intraprese economico-finanziarie e il ceto politico, mendico di privilegi passeggeri e insignificanti ormeggia sul molo dell’insignificanza e dell’abdicazione delle responsabilità la propria capacità razionale, strumento sicuramente idoneo per comprendere il percorso della Storia e di indirizzarlo secondo i bisogni elementari e primari dell’uomo, ossia il lavoro, la libertà dal bisogno, la democrazia partecipata, la giustizia eguale per tutti, la divisione retta e condivisa delle ricchezze prodotte e accumulate. Queste ultime, messe a disposizione della collettività, spingerebbero la società verso quella soglia della condivisione e della solidarietà che sono state anche il perno di grandi rivoluzioni, borghesi e proletarie insieme. Oggi è predominante la suggestione della ricchezza e del benessere materiale, che scatenano l’egoismo dei benpensanti e degli abbienti.
È da rivedere un po’ tutto, in particolare il concetto di “confine”, di “frontiera” che in effetti sono il segno premonitore delle fobie classiste dell’oggi. ☺
L’altro giorno ho incontrato Samar che procedeva per la strada con un passo lento ed affaticato e con un sorriso spento sulle labbra, normalmente ridenti e ciarliere.
“Che c’è?, Samar? Cosa ti turba?” – gli dico, appena dopo i saluti -.
La risposta non si fa attendere, è asciutta e detta in un baleno inconsueto: “Sono passato negli uffici della questura e ho dovuto lasciare le mie impronte digitali”.
Poi, con una scrollata di spalle, mi guarda, mi promette che ci sentiremo al telefonino e così con gli occhi fortemente espressivi ma tristi mi saluta con un abbraccio cordiale – ricambiato -, con la locuzione consueta fra amici, “Ci vediamo presto – mi fa – passo alla Wind a fare la ricarica del cellulare e riparto per casa”.
Il cuore diventa piccolo, e in gola la voce mi si abbassa, diventando afona.
Riprendendo la strada verso la macchina che porta a casa, gli occhi diventano rossi e sento un nodo alla gola; nello stesso momento la rabbia monta dentro di me e maledico la classe dirigente e questo parlamento che partoriscono, con le responsabilità di tutti, leggi incostituzionali, avverse alla cultura e alla prassi della solidarietà nei confronti di chi ha problemi davvero molto seri di sopravvivenza e di equilibrio psico-fisico, scatenati dalle condizioni misere di vita quotidiana e dalla convinzione di essere considerati come gli animali dalla cultura piccolo-borghese, pavida e insensibile. Frutto ormai maturo della società postmoderna.
Questa è l’Italia allo stato attuale! così appare il mondo nel quale viviamo e col quale dobbiamo fare i conti.
Ecco, qui è il punto nodale di tutta la tematica collegata ai bisogni di gran parte dell’umanità… I conti noi dobbiamo farli, in effetti, con i rappresentanti eletti nelle istituzioni, i quali solo in parte sono fedeli alle istanze dei loro elettori. Dunque, appare evidente che il problema delle responsabilità attribuibili al senso utilitaristico dell’eletto è soltanto un piccolo e modesto problema; la verità è che i conti noi dobbiamo farli con la nostra mutata sensibilità di persone divenute insensibili al dolore e alle afflizioni degli altri, in quanto consideriamo gli altri come un “pericolo”, come una “zavorra”, come “elementi” che disarticolano, minandole alla base, le nostre abitudini, le nostre comodità, la nostra routine; queste, infatti, ormai, contraddistinguono l’espressione e l’apparire del nostro quotidiano agire.
La fobia dell’altro che è povero, straccione, sporco, maleodorante, etc. invece di metterci in condizione di conoscere le ragioni di tale degradazione – materiale – e quindi provare a controllare le nostre irrazionali emozioni xenofobe, ci spinge ad una divaricazione profonda rispetto al povero, all’immigrato, al rom, allo zingaro, all’omosessuale, al lavavetri, alla prostituta, tutti soggetti che sottolineano fortemente la frattura di oggi fra chi sta bene e chi invece è privo anche dell’essenziale.
La povertà degli altri, il disagio psico-fisico di quanti palesano difficoltà economiche o bisogni estremi ci tormentano al punto da proiettarci in un tunnel di avarizia (l’avarizia è togliere agli altri ciò che a loro serve e che per noi è inutile) e di grettezza che sono l’avamposto della barbarie culturale e della legge prevaricatrice del ricco nei confronti dell’indigente.
Questo comportamento è un furto che il ricco perpetra nei confronti di chi viene privato di ciò che naturalmente gli spetta. Oggi, neppure l’odio di classe appare il veicolo di fratture insanabili fra chi è opulento e ricco e chi è povero: è sufficiente andare con lo sguardo alle misere condizioni delle genti dell’Africa per rendersene conto; basta solo guardare al comportamento della classe dirigente nordafricana più incline al restringimento delle libertà individuali e collettive che non propensa al benessere sociale e materiale delle popolazioni per rendersene effettivamente conto. Oggi più di ieri appare doloroso – ovviamente per quanti hanno la sensibilità e la capacità di leggere e interpretare la Storia – lo scenario della paralisi politica e culturale che attraversa il nostro quotidiano e l’oggi nel mondo.
La legge del respingimento degli immigrati clandestini e il loro affidamento al gendarme nordafricano tanto vezzeggiato oggi dal mondo occidentale (Italia in testa, seguita dagli stessi USA) appaiono solo in parte come il frutto di tale disorientamento culturale; in realtà, la paura “collettiva” della società occidentale scaturisce – come spesso abbiamo detto – dal processo di mondializzazione dell’economia e dall’unità europeistica succubi entrambi della logica delle banche, della finanza.
Questa si avvale della sua tracotanza per sostituirsi alla politica alla quale viene tolto il compito di guida della collettività nel suo insieme. La finanza e i suoi mentori ingolfano la democrazia, la corrodono con il decisionismo tipico delle intraprese economico-finanziarie e il ceto politico, mendico di privilegi passeggeri e insignificanti ormeggia sul molo dell’insignificanza e dell’abdicazione delle responsabilità la propria capacità razionale, strumento sicuramente idoneo per comprendere il percorso della Storia e di indirizzarlo secondo i bisogni elementari e primari dell’uomo, ossia il lavoro, la libertà dal bisogno, la democrazia partecipata, la giustizia eguale per tutti, la divisione retta e condivisa delle ricchezze prodotte e accumulate. Queste ultime, messe a disposizione della collettività, spingerebbero la società verso quella soglia della condivisione e della solidarietà che sono state anche il perno di grandi rivoluzioni, borghesi e proletarie insieme. Oggi è predominante la suggestione della ricchezza e del benessere materiale, che scatenano l’egoismo dei benpensanti e degli abbienti.
È da rivedere un po’ tutto, in particolare il concetto di “confine”, di “frontiera” che in effetti sono il segno premonitore delle fobie classiste dell’oggi. ☺
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