I pilastri dell’alternativa
C’è un fantasma matematico che si aggira tra i borghi svuotati del Molise. Non ha la forma della vecchia politica, né il volto dei signori delle tessere che da decenni si spartiscono le spoglie di una regione stremata. Ha, invece, la precisione fredda di un algoritmo istituzionale: si chiama Legge Regionale n. 20 del 2017. È questo il vero spartiacque che deciderà se la sinistra radicale, sociale e d’alternativa molisana avrà un futuro nelle istituzioni nel 2028 o se verrà definitivamente confinata nel recinto della testimonianza extraparlamentare.
Mancano due anni alla prossima scadenza elettorale, eppure nei laboratori politici del territorio i motori si stanno scaldando ora per una necessità geometrica. In una terra che viaggia verso il collasso demografico, dove i servizi essenziali arretrano a ritmo costante, la sinistra posizionata a sinistra del progressismo di governo si trova di fronte a un paradosso: la protesta sociale è ai massimi storici, ma la gabbia delle regole del gioco rischia di renderla del tutto irrilevante.
La trappola perfetta:
l’aritmetica del voto
Per capire cosa si muove dietro le quinte del dibattito politico molisano bisogna prendere in mano la calcolatrice. Il sistema elettorale regionale è un congegno spietato, disegnato per favorire la bipolarizzazione e punire le frammentazioni. Chi sceglie la strada dell’orgoglio identitario e decide di correre in solitaria, ponendosi come polo di pura alternativa, deve fare i conti con uno sbarramento monstre: l’8% dei voti totali a livello regionale. Una vetta altissima per strutture politiche che faticano a mobilitare le grandi masse.
L’alternativa a questa corsa solitaria si chiama “Campo Largo”, ovvero l’ingresso in una coalizione progressista più ampia insieme a centrosinistra e movimenti populisti. Qui la soglia apparentemente si abbassa, ma nasconde un’altra insidia: la singola lista collegata deve comunque superare il cinque per cento dei consensi regionali per poter staccare un biglietto per il Consiglio. A blindare questa fortezza interviene il divieto di voto disgiunto. Non è possibile premiare un candidato alla presidenza di uno schieramento e dare la preferenza a un consigliere di un altro. Il voto viene polarizzato, schiacciato dentro binari rigidi.
Questa architettura elettorale spacca il fronte del dissenso in due filosofie contrapposte. Da un lato si posiziona l’ala pragmatica, convinta che la politica si faccia dentro le stanze dove si decide: meglio accettare il compromesso, negoziare un programma comune con il centrosinistra, superare lo scoglio del 5% ed eleggere rappresentanti. Dall’altro lato risponde l’anima movimentista, legata alla tradizione socialista e marxista, per la quale l’alleanza con forze moderate equivale a un suicidio politico e a un annacquamento programmatico. Meglio la scommessa dell’8% pur di mantenere pulita la bandiera.
I quattro pilastri
dell’alternativa materiale
Al di là delle geometrie parlamentari, la vera scommessa della sinistra radicale si gioca sulla capacità di mobilitare l’enorme e silenzioso partito che oggi domina il Molise: quello dell’astensionismo. Per farlo, i programmi devono trasformarsi in vertenze materiali quotidiane attraverso quattro pilastri fondamentali.
Il primo riguarda la salute. La proposta di una sanità al 100% pubblica è una necessità di sopravvivenza in un territorio dove i Pronto Soccorso chiudono e i cittadini sono costretti a lunghi viaggi della speranza. La ricetta prevede il blocco del drenaggio di fondi pubblici verso i privati convenzionati, l’azzeramento dei tetti di spesa e un piano straordinario di assunzioni stabili per riaprire i presìdi periferici dell’entroterra, da Agnone a Larino.
Il secondo pilastro affronta lo spopolamento attraverso il lavoro tutelato. Si propone l’introduzione del salario minimo e di clausole sociali ferree in tutti gli appalti della Regione, unite a un piano di occupazione pubblica finalizzato alla messa in sicurezza del territorio e al contrasto del dissesto idrogeologico delle aree interne.
C’è poi la transizione ecologica popolare. Contro il modello estrattivista dell’eolico selvaggio e della speculazione energetica industriale sui crinali appenninici, la sinistra propone il finanziamento delle Comunità Energetiche Rinnovabili gestite dai cittadini e la difesa totale della gestione pubblica dell’ acqua.
Infine, il diritto alla mobilità. Rompere l’isolamento dei borghi interni significa garantire trasporti pubblici gratuiti o fortemente agevolati per studenti e lavoratori pendolari, trasformando le infrastrutture in un servizio sociale essenziale.
Oltre i partiti:
la federazione del civismo sociale
La partita verso il 2028 richiederà una gigantesca operazione di ingegneria sociale. Per superare le barriere d’accesso della legge elettorale, le sigle tradizionali della sinistra d’alternativa dovranno tentare una fusione con la galassia frammentata dei comitati civici, delle associazioni territoriali e dei sindacati di base.
In una terra storicamente abituata al trasformismo e ai cambi di casacca, la coerenza rischia di diventare l’arma più rivoluzionaria. La strategia dovrà essere quella di schierare liste composte da delegati provenienti dall’attivismo sociale e dalle lotte territoriali. Saranno queste facce a dover dimostrare ai molisani che un’alternativa alla rassegnazione esiste ancora. Resta da vedere se l’algoritmo elettorale diventerà la loro tomba politica o il trampolino di lancio per un inaspettato riscatto. ☺
