I rischi per la libertà di tutti
Le bellissime Costituzioni democratiche, nate nel secondo dopoguerra, si fondavano tutte su un assioma fondamentale e imprescindibile: il potere è del popolo sovrano, esercitato secondo il rispetto delle leggi, dei diritti umani fondamentali, attraverso il suffragio universale e la tutela di tutte le minoranze, in particolare quelle linguistiche e religiose.
In questo contesto democratico e partecipativo, il popolo eleggeva i propri rappresentanti che sempre tenevano conto delle istanze e della volontà degli elettori. Infatti gli eletti guardavano e salvaguardavano gli interessi plurali, con la solidarietà come elemento importante, realizzavano politiche economiche, sociali molto coerenti con i princìpi costituzionali democratici e con gli interessi di tutti i cittadini del Paese, dell’intera società civile.
Da qualche decennio, accade qualcosa di assolutamente diverso e antidemocratico con la politica economica, sociale e quella estera che non sono più appannaggio dei rappresentanti del popolo, ma sono, sempre più, subordinate a poteri, voleri, per lo più economici e di provenienza extraparlamentare, che sono capaci di condizionare integralmente l’orientamento politico nazionale italiano e, addirittura, dell’intera Unione Europea.
La democrazia reale, anche grazie alla profonda, continua e totale manipolazione propagandistica delle opinioni pubbliche, si riduce costantemente, resta solo formalmente in vigore. Infatti le elezioni si svolgono a scadenze regolari, e gli schieramenti politici che sembrano apparentemente opposti si presentano regolarmente al giudizio degli elettori. In questo modo si ha l’illusione che i cittadini eleggano liberamente le persone a cui affidare la gestione della cosa pubblica, nell’interesse delle comunità nazionali. Ma oggi tutto è inesorabilmente cambiato. La propaganda, fenomeno sempre esistito, è divenuta monopolio assoluto di un apparato mediatico strettamente intrecciato, asservito, per proprietà e incarichi, ad una esigua minoranza di persone ricchissime.
Viviamo tutti sotto il dominio del pensiero unico. Basti vedere come nei mass media poter criticare le politiche degli Stati Uniti d’America, di Israele, il capitalismo finanziario e le élite burocratiche che dominano l’Unione Europea è diventato chiaramente impossibile. Il dissenso sulle cose indicibili fatte dalla NATO (come ad esempio bombardamenti dei civili, ingerenze nella politica di Stati sovrani) viene sempre etichettato come antiamericanismo e collocato, sempre, al di fuori dell’arco costituzionale e del consesso civile. Chi esprime critiche, anche se vere e giustificate di fronte al terribile genocidio di un popolo intero, nei confronti di Israele, viene accusato di antisemitismo o, peggio, di sostegno al terrorismo, con implicazioni anche giudiziarie. Chi mette in discussione il capitalismo finanziario è subito tacciato di populismo o ingenuità, come se il capitalismo fosse il fine ultimo dell’umanità, mentre invece è solo una costruzione storica, neanche riuscita tanto bene viste le gravissime disuguaglianze che provoca e le enormi ingiustizie che ha sempre causato.
Sappiamo bene come siamo giunti a questo punto. La liberalizzazione totale e senza controlli dei movimenti di capitale ha fatto venir meno la dialettica capitale/lavoro tipica del miglior periodo economico specialmente in Europa, periodo che va dal 1946 agli anni ‘70 del secolo scorso (cosiddetto trentennio keynesiano). Nei successivi anni Ottanta, in cui i ceti capitalistici finanziari hanno ottenuto una progressiva e continua detassazione, lo Stato, non potendo più contare su una fiscalità equa e dovendo comunque garantire un minimo di coesione sociale, ha cominciato a indebitarsi. È nato così un circuito perverso, la “trappola del debito”: gli Stati si indebitano presso i mercati finanziari, controllati da ricchissimi speculatori finanziari, per finanziare il welfare, sempre meno efficace per i continui tagli alla sanità, all’istruzione, all’assistenza. Ma gli elevati interessi su tale debito sono pagati dal popolo. Il risultato è un’esplosione delle disuguaglianze sociali.
Con il Trattato di Maastricht del 1992, questo sistema economico neoliberale è stato codificato. Strumenti come la Troika o i poteri speciali della Commissione Europea hanno progressivamente svuotato le democratiche sovranità nazionali, imponendo agli Stati. dall’esterno, le linee guida in materia economica e sociale.
Naturalmente anche nel resto del mondo occidentale, dopo la crisi del 2008, il potere dei grandi conglomerati finanziari come BlackRock sono divenuti sempre più importanti, tanto che oggi la politica economica globale è dettata dalle grandi lobby, in particolare quelle dei costruttori di armi e i gruppi di pressione legati a Israele.
Tutta la politica estera statunitense e dei Paesi suoi alleati è fortemente influenzata da questi poteri non democratici. Il conflitto in Ucraina ha rivelato come siano sottoposti a queste influenze gli Stati europei. L’autonomia strategica europea ha ceduto definitivamente alla subordinazione alla NATO. Anche Paesi come Australia, Canada e Giappone sono fortemente influenzati da potentati finanziari, dai complessi industriali-militari, dalle lobby filoisraeliane.
Diventa ogni giorno più evidente che la difesa del dollaro statunitense, anche attraverso la supremazia militare, è divenuta un obiettivo imposto, oggi da Trump ma prima da Biden, a tutto il mondo occidentale. Le nuove e continue guerre in Europa e Medio Oriente servono a contrastare i possibili rivali che stanno emergendo – come la Cina – e a rafforzare i profitti dei fondi d’investimento internazionali, in mano sempre agli stessi pochissimi privilegiati. Ci stanno portando all’economia di guerra, alimentata dal debito e dalla speculazione, come vuole la logica della finanziarizzazione capitalistica.
Ancora più grave è che le spese militari non sono più sostenibili dagli Stati Uniti a causa del fortissimo debito pubblico e della crisi del dollaro, per cui tutto è demandato all’Unione Europea. Infatti la Commissione Europea, guidata da Ursula von der Leyen, con il sostegno di una “maggio- ranza” molto larga e trasversale, ha varato un piano da 800 miliardi per le inutili spese militari, imponendo agli Stati membri di spendere in tali spese il 5% del PIL, entro il 2035, in deroga ai vincoli di stabilità: si possono spendere soldi in costosissimi e inutili carri armati e aerei da guerra ma non in utilissimi e necessari ospedali e scuole! Non si possono assumere medici, infermieri, insegnanti, assistenti sociali, aiutare chi ha bisogno e la ricerca ma soltanto fare arricchire i proprietari delle fabbriche di morte! È incredibile come un’organizzazione da sempre lenta e burocratica si sia improvvisamente trasformata in un efficiente apparato militarista, con un piano ambizioso approvato senza resistenze, almeno nelle istituzioni.
Tutto questo mentre la stragrande maggioranza dei cittadini italiani ed europei è assolutamente contraria alla guerra e all’aumento delle spese militari, preferendo in modo assoluto l’aumento, o almeno evitare altri tagli, alle spese per sanità, istruzione e ambiti sociali; al contrario, nelle scelte politiche, i governanti italiani e europei tagliano le spese sociali e aumentano, e ora lo faranno ancora di più, sconsideratamente, le spese militari.
Oggi ci troviamo in un sistema oligarchico che potrebbe portare all’autoritarismo. La politica democratica ha perso autonomia, subordinata agli interessi di pochissimi e ricchissimi oligarchi. Sotto gli occhi di tutti è che gli interessi privati hanno soppiantato la libera sfera pubblica, chi decide realmente è un comitato d’affari composto da pochi individui amorali.
In questo momento storico i Paesi BRICS rappresentano una coalizione unita nel rifiuto dell’arbitrio di una sola potenza egemone. La verità oggettiva è che l’alleanza occidentale ha perso ogni autorevolezza morale: nell’applicare vergognosi doppi standard, condanna la Russia e sostiene Israele, violando costantemente il diritto internazionale!☺
