Dinanzi a parole come SPLASH, SLURP, GULP, magari accompagnate dallo schizzo di un disegnatore di fumetti, quali azioni vi vengono in mente?
Tuffarsi lasciando schizzare fontane d’acqua è reso da Splash, mangiare o bere rumorosamente sarà Slurp, deglutire quando si viene colti di sorpresa è Gulp. A spiegare poi intervengono i disegni!
Gli esempi citati rimandano ad un uso dell’inglese, quello dei fumetti, che ha travalicato i confini delle nazioni e comunica universalmente, abbattendo le barriere linguistiche. Il senso di termini come questi, inoltre, appare più comprensibile perché essi sono voci onomatopeiche, vale a dire nel suono riproducono l’azione stessa che vogliono indicare.
Si ritiene perciò, a ragione, che il primato della sinteticità (e relativa immediatezza) tra le lingue oggi parlate spetti all’inglese. E non soltanto nella comicità dei fumetti!
Di tutt’altro segno il termine crack [pronuncia: crech], purtroppo di gran moda oggi.
Un vocabolo breve ma denso di significati. È innanzitutto un verbo con cui si indicano azioni diverse, da quelle concrete, come rompere qualcosa che è già aperto, spezzare facendo comparire segni sulla superficie di un oggetto, colpire con forza, scricchiolare, a quelle più astratte quali perdere il controllo di se stessi o risolvere un problema definitivamente.
Come sostantivo crack può indicare una stretta apertura, una crepa, un livido sul corpo, un taglio.
Su piani semantici più distanti con crack si può indicare una battuta pesante o denominare una sostanza stupefacente derivata dalla cocaina – il nome le verrebbe dagli scricchiolii che provoca quando viene assunta, essendo essa costituita da microscopici cristalli. E ancora il più conosciuto termine cracker [pronuncia: crecher], lo spuntino che ci soccorre quando si salta il pranzo, la cui connotazione principale è quella di essere friabile e perciò soggetto a frantumarsi.
La nostra lingua ha accolto il vocabolo inglese, italianizzandolo in crac, per sostituirlo a quei sinonimi meno generici quali “crollo”, “dissesto”; oppure lo utilizza al posto di “schianto” o “scricchiolio”, quando ci si riferisce ad eventi fisici.
Come spesso accade il termine anglofono rende meglio l’idea ed appare semanticamente più efficace. Crack, parola immediata che ci comunica in un istante, nello spazio di poche lettere, qualcosa di molto più profondo, tragico.
In queste settimane siamo bombardati da notizie che riguardano il crack del mercato azionario: in sintesi, imprese e semplici cittadini, che hanno investito il loro denaro comprando azioni, reclamizzate dalle banche come prodotti di sicuro guadagno, stanno realizzando di non aver fatto un buon affare; di riflesso la politica finanziaria di tutti i paesi del cosiddetto “evoluto e ricco occidente” sta trascinando i cittadini verso la recessione economica. Il crack non è quindi soltanto del mercato delle azioni (la famosa “Borsa”) ma investe anche la società: non solo le aziende ma anche le famiglie e le persone comuni che vivono esclusivamente del loro lavoro.
Tracollo, rovina, bancarotta, fallimento: ecco ciò che crack traduce per noi, nella società dominata dalla finanza in cui nostro malgrado ci troviamo a vivere. E anche se tali parole sembrano distanti da noi, l’effetto di ciò che esse indicano potrebbe riguardarci da vicino.
E inevitabilmente il pensiero corre ad un altro crack che ha sconvolto sette anni or sono il nostro territorio, segnando drammaticamente il destino della nostra terra. Un crack che ha lasciato ferite e crepe ben visibili, tutt’altro che metaforiche; un istante che ha spalancato sotto i nostri occhi l’abisso costituito dal crollo delle speranze.
E l’alba del settimo anno è giunta. ☺
dario.carlone@tiscali.it
Iniziamo con una nota divertente.
Dinanzi a parole come SPLASH, SLURP, GULP, magari accompagnate dallo schizzo di un disegnatore di fumetti, quali azioni vi vengono in mente?
Tuffarsi lasciando schizzare fontane d’acqua è reso da Splash, mangiare o bere rumorosamente sarà Slurp, deglutire quando si viene colti di sorpresa è Gulp. A spiegare poi intervengono i disegni!
Gli esempi citati rimandano ad un uso dell’inglese, quello dei fumetti, che ha travalicato i confini delle nazioni e comunica universalmente, abbattendo le barriere linguistiche. Il senso di termini come questi, inoltre, appare più comprensibile perché essi sono voci onomatopeiche, vale a dire nel suono riproducono l’azione stessa che vogliono indicare.
Si ritiene perciò, a ragione, che il primato della sinteticità (e relativa immediatezza) tra le lingue oggi parlate spetti all’inglese. E non soltanto nella comicità dei fumetti!
Di tutt’altro segno il termine crack [pronuncia: crech], purtroppo di gran moda oggi.
Un vocabolo breve ma denso di significati. È innanzitutto un verbo con cui si indicano azioni diverse, da quelle concrete, come rompere qualcosa che è già aperto, spezzare facendo comparire segni sulla superficie di un oggetto, colpire con forza, scricchiolare, a quelle più astratte quali perdere il controllo di se stessi o risolvere un problema definitivamente.
Come sostantivo crack può indicare una stretta apertura, una crepa, un livido sul corpo, un taglio.
Su piani semantici più distanti con crack si può indicare una battuta pesante o denominare una sostanza stupefacente derivata dalla cocaina – il nome le verrebbe dagli scricchiolii che provoca quando viene assunta, essendo essa costituita da microscopici cristalli. E ancora il più conosciuto termine cracker [pronuncia: crecher], lo spuntino che ci soccorre quando si salta il pranzo, la cui connotazione principale è quella di essere friabile e perciò soggetto a frantumarsi.
La nostra lingua ha accolto il vocabolo inglese, italianizzandolo in crac, per sostituirlo a quei sinonimi meno generici quali “crollo”, “dissesto”; oppure lo utilizza al posto di “schianto” o “scricchiolio”, quando ci si riferisce ad eventi fisici.
Come spesso accade il termine anglofono rende meglio l’idea ed appare semanticamente più efficace. Crack, parola immediata che ci comunica in un istante, nello spazio di poche lettere, qualcosa di molto più profondo, tragico.
In queste settimane siamo bombardati da notizie che riguardano il crack del mercato azionario: in sintesi, imprese e semplici cittadini, che hanno investito il loro denaro comprando azioni, reclamizzate dalle banche come prodotti di sicuro guadagno, stanno realizzando di non aver fatto un buon affare; di riflesso la politica finanziaria di tutti i paesi del cosiddetto “evoluto e ricco occidente” sta trascinando i cittadini verso la recessione economica. Il crack non è quindi soltanto del mercato delle azioni (la famosa “Borsa”) ma investe anche la società: non solo le aziende ma anche le famiglie e le persone comuni che vivono esclusivamente del loro lavoro.
Tracollo, rovina, bancarotta, fallimento: ecco ciò che crack traduce per noi, nella società dominata dalla finanza in cui nostro malgrado ci troviamo a vivere. E anche se tali parole sembrano distanti da noi, l’effetto di ciò che esse indicano potrebbe riguardarci da vicino.
E inevitabilmente il pensiero corre ad un altro crack che ha sconvolto sette anni or sono il nostro territorio, segnando drammaticamente il destino della nostra terra. Un crack che ha lasciato ferite e crepe ben visibili, tutt’altro che metaforiche; un istante che ha spalancato sotto i nostri occhi l’abisso costituito dal crollo delle speranze.
Dinanzi a parole come SPLASH, SLURP, GULP, magari accompagnate dallo schizzo di un disegnatore di fumetti, quali azioni vi vengono in mente?
Tuffarsi lasciando schizzare fontane d’acqua è reso da Splash, mangiare o bere rumorosamente sarà Slurp, deglutire quando si viene colti di sorpresa è Gulp. A spiegare poi intervengono i disegni!
Gli esempi citati rimandano ad un uso dell’inglese, quello dei fumetti, che ha travalicato i confini delle nazioni e comunica universalmente, abbattendo le barriere linguistiche. Il senso di termini come questi, inoltre, appare più comprensibile perché essi sono voci onomatopeiche, vale a dire nel suono riproducono l’azione stessa che vogliono indicare.
Si ritiene perciò, a ragione, che il primato della sinteticità (e relativa immediatezza) tra le lingue oggi parlate spetti all’inglese. E non soltanto nella comicità dei fumetti!
Di tutt’altro segno il termine crack [pronuncia: crech], purtroppo di gran moda oggi.
Un vocabolo breve ma denso di significati. È innanzitutto un verbo con cui si indicano azioni diverse, da quelle concrete, come rompere qualcosa che è già aperto, spezzare facendo comparire segni sulla superficie di un oggetto, colpire con forza, scricchiolare, a quelle più astratte quali perdere il controllo di se stessi o risolvere un problema definitivamente.
Come sostantivo crack può indicare una stretta apertura, una crepa, un livido sul corpo, un taglio.
Su piani semantici più distanti con crack si può indicare una battuta pesante o denominare una sostanza stupefacente derivata dalla cocaina – il nome le verrebbe dagli scricchiolii che provoca quando viene assunta, essendo essa costituita da microscopici cristalli. E ancora il più conosciuto termine cracker [pronuncia: crecher], lo spuntino che ci soccorre quando si salta il pranzo, la cui connotazione principale è quella di essere friabile e perciò soggetto a frantumarsi.
La nostra lingua ha accolto il vocabolo inglese, italianizzandolo in crac, per sostituirlo a quei sinonimi meno generici quali “crollo”, “dissesto”; oppure lo utilizza al posto di “schianto” o “scricchiolio”, quando ci si riferisce ad eventi fisici.
Come spesso accade il termine anglofono rende meglio l’idea ed appare semanticamente più efficace. Crack, parola immediata che ci comunica in un istante, nello spazio di poche lettere, qualcosa di molto più profondo, tragico.
In queste settimane siamo bombardati da notizie che riguardano il crack del mercato azionario: in sintesi, imprese e semplici cittadini, che hanno investito il loro denaro comprando azioni, reclamizzate dalle banche come prodotti di sicuro guadagno, stanno realizzando di non aver fatto un buon affare; di riflesso la politica finanziaria di tutti i paesi del cosiddetto “evoluto e ricco occidente” sta trascinando i cittadini verso la recessione economica. Il crack non è quindi soltanto del mercato delle azioni (la famosa “Borsa”) ma investe anche la società: non solo le aziende ma anche le famiglie e le persone comuni che vivono esclusivamente del loro lavoro.
Tracollo, rovina, bancarotta, fallimento: ecco ciò che crack traduce per noi, nella società dominata dalla finanza in cui nostro malgrado ci troviamo a vivere. E anche se tali parole sembrano distanti da noi, l’effetto di ciò che esse indicano potrebbe riguardarci da vicino.
E inevitabilmente il pensiero corre ad un altro crack che ha sconvolto sette anni or sono il nostro territorio, segnando drammaticamente il destino della nostra terra. Un crack che ha lasciato ferite e crepe ben visibili, tutt’altro che metaforiche; un istante che ha spalancato sotto i nostri occhi l’abisso costituito dal crollo delle speranze.
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