Sono tanti i fiori che si contendono il primato di essere i primi a fiorire. La primula lo dice nel suo nome stesso, che però non risponde a verità; il bucaneve dovrebbe essere il primo ma ha il difetto di non fiorire dappertutto: è quasi un fiore raro. In realtà il primo a fiorire è la fàrfara, l’umile fiore giallo, semplice anche se non proprio bello, ma allegro e deciso, che riesce a sbucare dovunque si trovino un po’ di umidità, un tiepido raggio di sole e terreno nudo, soprattutto se marnoso e rivoltato da poco. Il fiore spunta prima delle foglie e si fa largo fra le zolle al primo sciogliersi delle nevi, già a partire dal mese di gennaio, e come tale è il primo ad annunciare il risveglio della terra. A questo proposito nel Medioevo il nome della fàrfara era Filius ante patrem, per alludere metaforicamente al fatto che i suoi capolini gialli compaiono prima delle foglie.
La fàrfara o il fàrfaro, che dir si voglia, è una pianta perenne e con i suoi rizomi striscianti invade, in breve tempo, vaste zone, in particolare scarpate, bordi di strada e terreni poco fertili. Il suo nome scientifico, Tussilago fàrfara, gli venne dato da Linneo che in tal modo gli riconobbe la virtù per cui era già da molto tempo apprezzata nella medicina popolare: la proprietà di combattere le affezioni dell’apparato respiratorio (tussis = tosse e agere = caccio via). Anche Plinio ci ricorda che la pianta era già tenuta in gran conto dai Romani e veniva usata come espettorante nell’antica farmacopea. Il nome del genere fàrfara, invece, deriva probabilmente da Farfa, nome di un’abbazia benedettina in provincia di Rieti, dove cresceva abbondante.
Per la forma particolare delle foglie questa pianta viene chiamata con il termine dialettale ’i cupp’tílle, anche se in realtà con lo stesso nome vengono indicate altre due piante grasse spontanee presenti nel nostro territorio: l’ombelico di Venere (Cotyledon Umbilicus-Veneris L.), che cresce sui vecchi muri o anche sui tetti delle case diroccate, e il favagello (Ranunculus ficaria L.), che predilige luoghi umidi e terreni acquitrinosi. E a proposito di terreno sterile nel quale, come si diceva in precedenza, si adatta molto bene la fàrfara, si suole dire nel nostro dialetto n’n ge fanne manghe ’i cupp’tílle.
Le foglie, tutte radicali, sono molto grandi e rotondeggianti o più o meno esagonali, con bordo a larga dentatura. Il picciolo è lungo; la pagina superiore di un bel verde intenso, mentre quella inferiore è biancastra per la presenza di una lanugine che la ricopre.
Una curiosità: le foglie di fàrfara possono sostituire il tabacco per confezionare sigarette economiche, sigari e trinciato da pipa. È evidente che questo surrogato del tabacco non contiene nicotina. Disseccate e miscelate al tabacco, le foglie servivano a preparare sigarette antiasmatiche cui durante l’ultima guerra molti fumatori hanno fatto ricorso, in mancanza di meglio. Ai sofferenti di asma e di tossi stizzose, Dioscoride e Plinio suggerivano di fare fumigazioni con le foglie secche di fàrfara: basta gettare sulla brace del camino o del braciere alcune foglie sbriciolate e respirare il fumo prodotto. Le foglie si utilizzano anche come topico sulle ferite e per curare i dolori reumatici.
Nella medicina popolare sono usati sia i fiori che le foglie: contengono entrambi la tussilagina, un glucoside che conferisce alla pianta il potere espettorante. Contengono anche tannino, inulina, nitrato di potassio, sali di ferro e di zinco e acido malico ed acetico.
I fiori vanno raccolti prima della fioritura, senza lo stelo, e vanno essiccati al sole in ambiente ventilato. L’essiccamento deve essere il più rapido possibile perché l’acqua contenuta nei fiori potrebbe dare origine a delle fermentazioni o a formazione di muffe. Le foglie, invece, vengono colte in autunno ed è bene siano essiccate anch’esse piuttosto rapidamente.
Con i fiori si preparano infusi, raccomandati in caso di raffreddori, tracheiti, bronchiti e nei postumi dell’influenza. Gli infusi si preparano mettendo in infusione da 5 a 10 grammi di fiori in 100 grammi di acqua bollente (i fiori possono essere sostituiti dalle foglie o si possono mettere in infusione insieme). Dopo che l’infuso si è raffreddato, si cola attraverso un fitto colino o una garza e si dolcifica con miele. Poiché le bevande calde hanno un’azione più energica, l’infuso può essere riscaldato senza che raggiunga l’ebollizione.
La stagione invernale è periodo di fiori di fàrfara, ma anche periodo di tossi e raffreddori, per cui possono risultare gradite al lettore, oltre ad una tradizionale ricetta, alcune semplici indicazioni per preparare efficaci infusi al fàrfaro:
– Fiori e foglie di fàrfaro; radice di liquirizia; semi di finocchio.
Un cucchiaio da tavola in tutto per ogni tazza da the d’acqua bollente. Dolcificare con miele.
– Fiori o foglie di fàrfaro; fiori o foglie di malva; fiori di violetta.
Un cucchiaio da tavola per ogni tazza d’acqua bollente. Dolcificare con miele.
– Fiori o foglie di fàrfaro; petali di rosa rossa; borragine.
Un cucchiaio da tavola abbondante per ogni tazza d’acqua bollente. Dolcificare con miele.
– Fiori e foglie di fàrfaro; borragine; menta; timo.
Un cucchiaio da tavola in tutto per ogni tazza d’acqua bollente. Dolcificare con miele.
N.B. Si intende in ogni caso un cucchiaio da tavola di ingredienti essiccati e spezzettati. Si può sempre unire a piacere buccia d’arancio per aromatizzare. Di tali tisane si possono prendere anche tre o quattro tazze al giorno.
Risotto alla fàrfara
Ingredienti (per 4 persone):
200 g di foglie di fàrfara; 50 g di pancetta; un cipollotto; 2 cucchiai di olio; 30 g di burro; 350 g di riso; 6 dl circa di brodo; sale; parmigiano reggiano grattugiato.
Preparazione:
mondare, lavare e tritare la fàrfara. Tritare anche la pancetta e il cipollotto (compresa la parte verde) e farli soffriggere in una casseruola a bordi alti con l’olio e metà burro. Unire la fàrfara e fare insaporire; aggiungere il riso, mescolare bene e versare il brodo bollente, regolare di sale, coprire e fare cuocere per 15 minuti, mescolando ogni tanto. Togliere dal fuoco, mantecare con il burro, spolverizzare di parmigiano reggiano grattugiato e fare riposare per 3 minuti prima di servire.
giannotti.gildo@gmail.com
Sono tanti i fiori che si contendono il primato di essere i primi a fiorire. La primula lo dice nel suo nome stesso, che però non risponde a verità; il bucaneve dovrebbe essere il primo ma ha il difetto di non fiorire dappertutto: è quasi un fiore raro. In realtà il primo a fiorire è la fàrfara, l’umile fiore giallo, semplice anche se non proprio bello, ma allegro e deciso, che riesce a sbucare dovunque si trovino un po’ di umidità, un tiepido raggio di sole e terreno nudo, soprattutto se marnoso e rivoltato da poco. Il fiore spunta prima delle foglie e si fa largo fra le zolle al primo sciogliersi delle nevi, già a partire dal mese di gennaio, e come tale è il primo ad annunciare il risveglio della terra. A questo proposito nel Medioevo il nome della fàrfara era Filius ante patrem, per alludere metaforicamente al fatto che i suoi capolini gialli compaiono prima delle foglie.
La fàrfara o il fàrfaro, che dir si voglia, è una pianta perenne e con i suoi rizomi striscianti invade, in breve tempo, vaste zone, in particolare scarpate, bordi di strada e terreni poco fertili. Il suo nome scientifico, Tussilago fàrfara, gli venne dato da Linneo che in tal modo gli riconobbe la virtù per cui era già da molto tempo apprezzata nella medicina popolare: la proprietà di combattere le affezioni dell’apparato respiratorio (tussis = tosse e agere = caccio via). Anche Plinio ci ricorda che la pianta era già tenuta in gran conto dai Romani e veniva usata come espettorante nell’antica farmacopea. Il nome del genere fàrfara, invece, deriva probabilmente da Farfa, nome di un’abbazia benedettina in provincia di Rieti, dove cresceva abbondante.
Per la forma particolare delle foglie questa pianta viene chiamata con il termine dialettale ’i cupp’tílle, anche se in realtà con lo stesso nome vengono indicate altre due piante grasse spontanee presenti nel nostro territorio: l’ombelico di Venere (Cotyledon Umbilicus-Veneris L.), che cresce sui vecchi muri o anche sui tetti delle case diroccate, e il favagello (Ranunculus ficaria L.), che predilige luoghi umidi e terreni acquitrinosi. E a proposito di terreno sterile nel quale, come si diceva in precedenza, si adatta molto bene la fàrfara, si suole dire nel nostro dialetto n’n ge fanne manghe ’i cupp’tílle.
Le foglie, tutte radicali, sono molto grandi e rotondeggianti o più o meno esagonali, con bordo a larga dentatura. Il picciolo è lungo; la pagina superiore di un bel verde intenso, mentre quella inferiore è biancastra per la presenza di una lanugine che la ricopre.
Una curiosità: le foglie di fàrfara possono sostituire il tabacco per confezionare sigarette economiche, sigari e trinciato da pipa. È evidente che questo surrogato del tabacco non contiene nicotina. Disseccate e miscelate al tabacco, le foglie servivano a preparare sigarette antiasmatiche cui durante l’ultima guerra molti fumatori hanno fatto ricorso, in mancanza di meglio. Ai sofferenti di asma e di tossi stizzose, Dioscoride e Plinio suggerivano di fare fumigazioni con le foglie secche di fàrfara: basta gettare sulla brace del camino o del braciere alcune foglie sbriciolate e respirare il fumo prodotto. Le foglie si utilizzano anche come topico sulle ferite e per curare i dolori reumatici.
Nella medicina popolare sono usati sia i fiori che le foglie: contengono entrambi la tussilagina, un glucoside che conferisce alla pianta il potere espettorante. Contengono anche tannino, inulina, nitrato di potassio, sali di ferro e di zinco e acido malico ed acetico.
I fiori vanno raccolti prima della fioritura, senza lo stelo, e vanno essiccati al sole in ambiente ventilato. L’essiccamento deve essere il più rapido possibile perché l’acqua contenuta nei fiori potrebbe dare origine a delle fermentazioni o a formazione di muffe. Le foglie, invece, vengono colte in autunno ed è bene siano essiccate anch’esse piuttosto rapidamente.
Con i fiori si preparano infusi, raccomandati in caso di raffreddori, tracheiti, bronchiti e nei postumi dell’influenza. Gli infusi si preparano mettendo in infusione da 5 a 10 grammi di fiori in 100 grammi di acqua bollente (i fiori possono essere sostituiti dalle foglie o si possono mettere in infusione insieme). Dopo che l’infuso si è raffreddato, si cola attraverso un fitto colino o una garza e si dolcifica con miele. Poiché le bevande calde hanno un’azione più energica, l’infuso può essere riscaldato senza che raggiunga l’ebollizione.
La stagione invernale è periodo di fiori di fàrfara, ma anche periodo di tossi e raffreddori, per cui possono risultare gradite al lettore, oltre ad una tradizionale ricetta, alcune semplici indicazioni per preparare efficaci infusi al fàrfaro:
– Fiori e foglie di fàrfaro; radice di liquirizia; semi di finocchio.
Un cucchiaio da tavola in tutto per ogni tazza da the d’acqua bollente. Dolcificare con miele.
– Fiori o foglie di fàrfaro; fiori o foglie di malva; fiori di violetta.
Un cucchiaio da tavola per ogni tazza d’acqua bollente. Dolcificare con miele.
– Fiori o foglie di fàrfaro; petali di rosa rossa; borragine.
Un cucchiaio da tavola abbondante per ogni tazza d’acqua bollente. Dolcificare con miele.
– Fiori e foglie di fàrfaro; borragine; menta; timo.
Un cucchiaio da tavola in tutto per ogni tazza d’acqua bollente. Dolcificare con miele.
N.B. Si intende in ogni caso un cucchiaio da tavola di ingredienti essiccati e spezzettati. Si può sempre unire a piacere buccia d’arancio per aromatizzare. Di tali tisane si possono prendere anche tre o quattro tazze al giorno.
Risotto alla fàrfara
Ingredienti (per 4 persone):
200 g di foglie di fàrfara; 50 g di pancetta; un cipollotto; 2 cucchiai di olio; 30 g di burro; 350 g di riso; 6 dl circa di brodo; sale; parmigiano reggiano grattugiato.
Preparazione:
mondare, lavare e tritare la fàrfara. Tritare anche la pancetta e il cipollotto (compresa la parte verde) e farli soffriggere in una casseruola a bordi alti con l’olio e metà burro. Unire la fàrfara e fare insaporire; aggiungere il riso, mescolare bene e versare il brodo bollente, regolare di sale, coprire e fare cuocere per 15 minuti, mescolando ogni tanto. Togliere dal fuoco, mantecare con il burro, spolverizzare di parmigiano reggiano grattugiato e fare riposare per 3 minuti prima di servire.
Sono tanti i fiori che si contendono il primato di essere i primi a fiorire. La primula lo dice nel suo nome stesso, che però non risponde a verità; il bucaneve dovrebbe essere il primo ma ha il difetto di non fiorire dappertutto: è quasi un fiore raro. In realtà il primo a fiorire è la fàrfara, l’umile fiore giallo, semplice anche se non proprio bello, ma allegro e deciso, che riesce a sbucare dovunque si trovino un po’ di umidità, un tiepido raggio di sole e terreno nudo, soprattutto se marnoso e rivoltato da poco. Il fiore spunta prima delle foglie e si fa largo fra le zolle al primo sciogliersi delle nevi, già a partire dal mese di gennaio, e come tale è il primo ad annunciare il risveglio della terra. A questo proposito nel Medioevo il nome della fàrfara era Filius ante patrem, per alludere metaforicamente al fatto che i suoi capolini gialli compaiono prima delle foglie.
La fàrfara o il fàrfaro, che dir si voglia, è una pianta perenne e con i suoi rizomi striscianti invade, in breve tempo, vaste zone, in particolare scarpate, bordi di strada e terreni poco fertili. Il suo nome scientifico, Tussilago fàrfara, gli venne dato da Linneo che in tal modo gli riconobbe la virtù per cui era già da molto tempo apprezzata nella medicina popolare: la proprietà di combattere le affezioni dell’apparato respiratorio (tussis = tosse e agere = caccio via). Anche Plinio ci ricorda che la pianta era già tenuta in gran conto dai Romani e veniva usata come espettorante nell’antica farmacopea. Il nome del genere fàrfara, invece, deriva probabilmente da Farfa, nome di un’abbazia benedettina in provincia di Rieti, dove cresceva abbondante.
Per la forma particolare delle foglie questa pianta viene chiamata con il termine dialettale ’i cupp’tílle, anche se in realtà con lo stesso nome vengono indicate altre due piante grasse spontanee presenti nel nostro territorio: l’ombelico di Venere (Cotyledon Umbilicus-Veneris L.), che cresce sui vecchi muri o anche sui tetti delle case diroccate, e il favagello (Ranunculus ficaria L.), che predilige luoghi umidi e terreni acquitrinosi. E a proposito di terreno sterile nel quale, come si diceva in precedenza, si adatta molto bene la fàrfara, si suole dire nel nostro dialetto n’n ge fanne manghe ’i cupp’tílle.
Le foglie, tutte radicali, sono molto grandi e rotondeggianti o più o meno esagonali, con bordo a larga dentatura. Il picciolo è lungo; la pagina superiore di un bel verde intenso, mentre quella inferiore è biancastra per la presenza di una lanugine che la ricopre.
Una curiosità: le foglie di fàrfara possono sostituire il tabacco per confezionare sigarette economiche, sigari e trinciato da pipa. È evidente che questo surrogato del tabacco non contiene nicotina. Disseccate e miscelate al tabacco, le foglie servivano a preparare sigarette antiasmatiche cui durante l’ultima guerra molti fumatori hanno fatto ricorso, in mancanza di meglio. Ai sofferenti di asma e di tossi stizzose, Dioscoride e Plinio suggerivano di fare fumigazioni con le foglie secche di fàrfara: basta gettare sulla brace del camino o del braciere alcune foglie sbriciolate e respirare il fumo prodotto. Le foglie si utilizzano anche come topico sulle ferite e per curare i dolori reumatici.
Nella medicina popolare sono usati sia i fiori che le foglie: contengono entrambi la tussilagina, un glucoside che conferisce alla pianta il potere espettorante. Contengono anche tannino, inulina, nitrato di potassio, sali di ferro e di zinco e acido malico ed acetico.
I fiori vanno raccolti prima della fioritura, senza lo stelo, e vanno essiccati al sole in ambiente ventilato. L’essiccamento deve essere il più rapido possibile perché l’acqua contenuta nei fiori potrebbe dare origine a delle fermentazioni o a formazione di muffe. Le foglie, invece, vengono colte in autunno ed è bene siano essiccate anch’esse piuttosto rapidamente.
Con i fiori si preparano infusi, raccomandati in caso di raffreddori, tracheiti, bronchiti e nei postumi dell’influenza. Gli infusi si preparano mettendo in infusione da 5 a 10 grammi di fiori in 100 grammi di acqua bollente (i fiori possono essere sostituiti dalle foglie o si possono mettere in infusione insieme). Dopo che l’infuso si è raffreddato, si cola attraverso un fitto colino o una garza e si dolcifica con miele. Poiché le bevande calde hanno un’azione più energica, l’infuso può essere riscaldato senza che raggiunga l’ebollizione.
La stagione invernale è periodo di fiori di fàrfara, ma anche periodo di tossi e raffreddori, per cui possono risultare gradite al lettore, oltre ad una tradizionale ricetta, alcune semplici indicazioni per preparare efficaci infusi al fàrfaro:
– Fiori e foglie di fàrfaro; radice di liquirizia; semi di finocchio.
Un cucchiaio da tavola in tutto per ogni tazza da the d’acqua bollente. Dolcificare con miele.
– Fiori o foglie di fàrfaro; fiori o foglie di malva; fiori di violetta.
Un cucchiaio da tavola per ogni tazza d’acqua bollente. Dolcificare con miele.
– Fiori o foglie di fàrfaro; petali di rosa rossa; borragine.
Un cucchiaio da tavola abbondante per ogni tazza d’acqua bollente. Dolcificare con miele.
– Fiori e foglie di fàrfaro; borragine; menta; timo.
Un cucchiaio da tavola in tutto per ogni tazza d’acqua bollente. Dolcificare con miele.
N.B. Si intende in ogni caso un cucchiaio da tavola di ingredienti essiccati e spezzettati. Si può sempre unire a piacere buccia d’arancio per aromatizzare. Di tali tisane si possono prendere anche tre o quattro tazze al giorno.
Risotto alla fàrfara
Ingredienti (per 4 persone):
200 g di foglie di fàrfara; 50 g di pancetta; un cipollotto; 2 cucchiai di olio; 30 g di burro; 350 g di riso; 6 dl circa di brodo; sale; parmigiano reggiano grattugiato.
Preparazione:
mondare, lavare e tritare la fàrfara. Tritare anche la pancetta e il cipollotto (compresa la parte verde) e farli soffriggere in una casseruola a bordi alti con l’olio e metà burro. Unire la fàrfara e fare insaporire; aggiungere il riso, mescolare bene e versare il brodo bollente, regolare di sale, coprire e fare cuocere per 15 minuti, mescolando ogni tanto. Togliere dal fuoco, mantecare con il burro, spolverizzare di parmigiano reggiano grattugiato e fare riposare per 3 minuti prima di servire.
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