Il violento è figlio del patriarcato
“Perché la violenza di genere è solo femminile?”, è la domanda posta da un uomo al termine di un recente incontro sul tema che ha prodotto in sala lo stesso effetto di uno squarcio su una tela.
Ho ascoltato spesso affermazioni di questo tipo nei contesti più disparati, pronunciate da uomini come anche da donne, in modo retorico, talvolta reticente. Il pensiero implicito che le sostiene è sempre lo stesso: anche le donne maltrattano gli uomini. Più precisamente, anche gli uomini sono vittime di violenza da parte delle donne. Affermazioni che sembrano rivelare una implicita accusa di omissione, tesa a negare agli uomini un supposto stato di vittima. Dov’è, allora, la parità di genere tanto declamata?
Accostiamoci alla questione a partire dai numeri. Secondo i dati ISTAT (prendendo in considerazione il decennio 2016-2026), la violenza sulle donne si configura come un fenomeno stabile e diffuso, non in calo. I femminicidi risultano costanti nel tempo. Gli accessi al pronto soccorso da parte di donne vittime di aggressioni per mano di un uomo, sono in aumento. I Centri Antiviolenza in Italia sono passati da 281 nel 2017 a 409 nel 2024, accogliendo ogni anno oltre 61.000 donne. Queste statistiche rendono evidente, qualora fosse ancora necessario, che la violenza sulle donne è un fenomeno strutturale: diffuso, radicato, trasversale ad ogni condizione sociale, economica e culturale.
Se proviamo a cercare un riscontro simmetrico nei dati relativi agli uomini vittime di violenza da parte delle donne, il quadro cambia radicalmente. La violenza subìta dagli uomini non emerge come fenomeno strutturale di genere. Nella maggior parte dei casi, gli autori di violenza su uomini sono altri uomini. Le forme di violenza più frequenti (oltre 85% dei casi) riguardano aggressioni, molestie o episodi legati alla criminalità, raramente inseriti in relazioni affettive con donne. Questa discrepanza non è casuale ma rivela un preciso funzionamento sociale, storicamente e culturalmente determinato, caratterizzato da uno squilibrio di potere che si manifesta come prevaricazione maschile sulle donne.
Si fa riferimento al genere proprio in virtù della pervasività, costanza e normalizzazione della asimmetria di potere all’interno di ogni contesto: dal pubblico al privato, dal lavoro alla vita di coppia, dalle istituzioni ai ruoli sociali impartiti; fino ai limiti della libertà personale, imposti. Una disuguaglianza sostenuta da un sistema di credenze, valori e norme che ha un nome preciso: patriarcato.
La violenza di genere riguarda tutte le donne. Nasce da questo sistema e ne è espressione. La violenza di genere non può essere pensata soltanto entro il perimetro delle relazioni affettive disfunzionali, perché ha su di sé tutto il peso di scelte culturali e sociali, consapevoli e transgenerazionali.
La questione è politica. Il femminicidio è l’uccisione di una donna in quanto donna. È un atto di dominio che integra ma al contempo supera la retorica de “L’ amore non uccide”. A nessun uomo viene tolta la vita perché uomo. Nessun uomo viene storicamente limitato, screditato, discriminato in quanto appartenente al genere maschile.
Il superamento della violenza di genere non passa attraverso l’emanazione di leggi che garantiscano punizioni sempre più severe, ma attraverso una trasformazione strutturale della trama sociale che riconfiguri una reale parità di genere attraverso la rinuncia, da parte degli uomini, dei propri privilegi. Da qui si può ripartire con la decostruzione dei ruoli di genere; la sensibilizzazione al linguaggio; la ridistribuzione delle opportunità lavorative; l’educazione ad una nuova mentalità; la parità salariale.
Per rispondere alla domanda che mi venne rivolta con supponenza: sì, esistono uomini che hanno subìto forme di violenza da parte di una donna. Questa violenza, nelle sue diverse manifestazioni, si configura come reato perseguibile e punibile, ma non come violenza di genere. Gli uomini, in quanto tali, non vivono una condizione sistematica di vulnerabilità, non temono quotidianamente per la propria incolumità, libertà o dignità nei contesti più ordinari, persino protetti, sicuri come quelli delle mura domestiche.
Ho lavorato per cinque anni come psicologa al Centro Antiviolenza di Termoli, fino al 30 ottobre del 2025 e in questo tempo ho custodito una speranza: che un giorno i Centri Antiviolenza non fossero più necessari. Questi luoghi non devono diventare o essere intesi come il solo ed ultimo appiglio di donne sfortunate per risolvere vicende private. La questione è pubblica, la responsabilità di tutti.
Per quanto mi riguarda la proliferazione dei CAV è la testimonianza tangibile di una società che, suo malgrado, non vuole cambiare. ☺
