Importanza e impotenza delle parole
di Christiane Barckhausen-Canale
Nel corso degli ultimi quattro mesi ho fatto amicizia con una persona con la quale non ho una lingua comune. La nostra comunicazione è possibile solo grazie ad un programma di traduzione installato nei nostri cellulari, ma questo non ha potuto impedire che la nostra amicizia sia cresciuta ogni giorno.
L’altro giorno, questa persona mi ha detto che nel suo Paese di origine è impossibile fare nuove amicizie o preservare amicizie che sono nate decenni fa perché, cito testualmente, “la politica ha diviso terribilmente le persone”.
Ho pensato molto, in questi giorni, alla spiegazione di questo fenomeno, ed ho capito che la nostra amicizia ha potuto svilupparsi senza ostacoli perché praticamente le nostre conversazioni non toccano problemi di politica, perché qualsiasi tema di attualità richiede un dialogo lungo ed analitico, e questo, naturalmente, richiede molta pazienza nell’utilizzo del traduttore digitale.
Allo stesso tempo, con un’amica tedesca che conosco da più di trent’anni abbiamo deciso di non pronunciare, quando lei mi visita a Bonefro, una parola che provocherebbe istantaneamente un litigio e questo potrebbe danneggiare la nostra vecchia amicizia. La parola che abbiamo deciso di evitare è: Ucraina. Anche se sia lei che io condanniamo l’invasione russa in quel Paese, quella guerra è diventata una specie di dinamite per noi. La mia amica si riferisce solo a tutto quello che è successo dal giorno dell’inizio dei combattimenti, e per lei quella guerra è un affare esclusivamente dei russi e degli ucraini, mentre io includo tutto quello che è successo prima, e per me la guerra è un affare che include la NATO e l’Unione Europea.
Raccontando queste due storie mi accorgo che, negli ultimi tempi, la mia vita oscilla fra parole che mi mancano e parole che sono di troppo. In tutta la mia vita di adulta, dalla età di 18 anni fino al giorno di oggi, le parole sono state non solo un mezzo di comunicazione, ma anche uno strumento di lavoro, perché sono stata per due decenni traduttrice simultanea e dopo scrittrice. Non mi posso immaginare la mia vita senza le parole, punto.
Ma nelle ultime settimane di settembre e nelle prime settimane di ottobre, moltissime parole hanno perso il loro significato, sono svuotate, sono senza senso. La parola Pace, pronunciata in rapporto con la striscia di Gaza, significa solo la pace di un immenso cimitero, e la parola Speranza, che significa, come si dice, la cosa che è l’ultima a morire, è morta, in queste settimane, ogni mattina all’ora del notiziario della TV, quando si parlava dell’ennesima rottura del cessate il fuoco a Gaza. Nello stesso contesto geografico, la parola Ricostruzione dovrebbe essere sostituita con la parola Affare immobiliare, perché sappiamo che a Gaza non si pensa a costruire delle case per i palestinesi, ma solo palazzi super moderni e super lussuosi per persone che si potranno permettere di pagare i soldi che entreranno nelle tasche di Trump, Whitcoff e Kushner.
E come se non bastasse con la moltiplicazione di parole svuotate o piene di menzogne, adesso abbiamo anche delle parole vietate, perché c’è chi le capisce male. Quando io, da donna, sento la parola “cor- tigiana”, penso a una persona che, secoli fa, viveva nella corte di un Re ed era, quasi sempre, un intellettuale o un poeta. Solo gli uomini hanno dato a questa parola un significato sessista sempre quando la persona in questione era una donna.
Non so, veramente, quale sarà il futuro di molte delle parole che in passato abbiamo pronunciato senza problemi. In Germania, una fondazione che fa sondaggi ed è vicina al partito democristiano, l’Istituto Allensbach, ha scoperto che il 40% dei tedeschi sente in pericolo la libertà di parola, la libertà di esprimere le proprie opinioni, per paura di brutte conseguenze. Non so se in Italia hanno già fatto un sondaggio su questo tema, ma avverto che in futuro, in questa Europa guerrafondaia, la resistenza potrà cominciare con il semplice fatto di pronunciare, senza paura, tutte le parole che ci vengono in testa. ☺
