Isernia verso l’abruzzo
Il Consiglio di Stato riapre la strada alla consultazione Molise – Abruzzo. Al culmine del caldo agostano, arriva improvvisa la decisione che riporta al centro del dibattito una questione che non può essere liquidata come semplice disputa sui confini amministrativi. Il ricorso del Comitato promotore del referendum è stato infatti accolto, annullando di fatto il diniego con cui il Segretario generale della Provincia di Isernia aveva respinto, il 10 gennaio 2025, l’iniziativa referendaria. Il passaggio più importante è questo: il Consiglio di Stato ha riconosciuto la legittimazione del quesito non direttamente nell’articolo 132 della Costituzione, tra cui […] disporre la fusione di Regioni esistenti […], ma nello Statuto stesso della Provincia di Isernia, che consente a 5.000 cittadini iscritti nelle liste elettorali dei comuni del territorio, di presentare iniziative di questo tipo. E c’è un altro punto molto interessante. Secondo Palazzo Spada, il Comitato non era tenuto ad allegare una vera e propria bozza di deliberazione. Una volta ricevuta l’iniziativa, sarebbe spettato agli organi politici della Provincia esaminarla e decidere come procedere, avviando eventualmente l’istruttoria.
La conclusione di tutto ciò è che torna concretamente sul tavolo la possibilità di un referendum per il distacco dal Molise dei comuni interessati della provincia di Isernia. Il referendum, naturalmente, non significa che quei territori passeranno automaticamente all’Abruzzo. Prima ci sarebbe la consultazione popolare e, in caso di esito favorevole, un lungo percorso istituzionale. Il dato politico è già oggi evidente: una parte del territorio molisano è arrivata a chiedere di poter scegliere un’altra appartenenza regionale. È questo forse l’aspetto sul quale la politica locale dovrebbe interrogarsi seriamente, perché una simile richiesta non nasce dal nulla, semmai è il risultato di un malessere maturato nel tempo, alimentato dalla percezione di una crescente distanza dalle istituzioni regionali e dalla convinzione che il territorio non abbia ricevuto risposte adeguate sotto ogni punto di vista.
La questione assume un peso ancora maggiore considerando le caratteristiche della provincia di Isernia, la quale concentra una parte rilevante del patrimonio turistico, ambientale, culturale e produttivo locale. C’è Capracotta, con Prato Gentile, la vocazione per gli sport invernali e le potenzialità legate al turismo della montagna durante tutto l’anno. C’è Agnone, con una tradizione artigianale conosciuta ben oltre i confini regionali ed il Museo delle Campane. C’è l’area di Castel San Vincenzo, con il lago, il patrimonio naturalistico e la vicinanza al sistema dei parchi dell’Appennino. C’è Venafro, con il Castello Pandone ed un patrimonio storico e archeologico di grande valore. E poi c’è Isernia, con il Museo nazionale del Paleolitico e una delle testimonianze più importanti della presenza umana preistorica in Europa. A tutto questo si aggiungono i borghi dell’Alto Molise, le produzioni agroalimentari, l’artigianato, le attività manifatturiere ed un patrimonio naturalistico che rappresenta una delle principali possibilità di crescita del turismo regionale, con le Mainarde ed i comuni di Scapoli e Pizzone. Capracotta, Agnone, Castel San Vincenzo, Venafro ed Isernia rappresentano destinazioni differenti, ma complementari. La montagna, il turismo naturalistico, quello culturale e quello legato ai borghi possono essere sviluppati all’interno di un’unica proposta regionale.
La questione centrale tuttavia non riguarderebbe soltanto ciò che il Molise potrebbe perdere. Sarebbe anche necessario chiedersi quanto sviluppo sia stato effettivamente prodotto finora da queste risorse. Ed è qui che torna in gioco la responsabilità della politica. Risorse importanti, ma una strategia regionale insufficiente. Occorrono collegamenti, investimenti, servizi, strutture ricettive, promozione coordinata e incentivi alle imprese. Le potenzialità turistiche dell’Alto Molise sono evidenti, ma troppo spesso sono state trattate come realtà separate, senza una vera strategia capace di collegarle tra loro e con il resto della regione. Lo stesso vale per il patrimonio culturale: musei, castelli, siti archeologici e borghi continuano a rappresentare importanti attrattori, ma la loro capacità di generare economia dipende dalla qualità delle infrastrutture e dei servizi che li circondano.
Se oggi una parte della provincia ritiene che l’Abruzzo possa garantire maggiori opportunità, la classe politica regionale deve assumersi la responsabilità di spiegare perché non sia riuscita a costruire quelle opportunità in Molise. Dallo spopolamento alla richiesta di cambiare regione, il problema riguarda anche il progressivo indebolimento delle aree interne. In questo contesto, sicuramente il piano di ridimensionamento della sanità regionale che ha fortemente penalizzato l’Alto Molise, ha giocato un ruolo non indifferente ed assume un significato politico. Al di là dell’esito che avrà, questa vicenda consegna alla politica regionale una responsabilità precisa. Se alcuni cittadini ritengono che l’Abruzzo possa offrire servizi, infrastrutture ed opportunità migliori, la questione deve essere affrontata partendo dalle ragioni di quella convinzione. Dalle istituzioni, per ora, il silenzio.
Di fronte a una vicenda di questa portata, colpisce anche la debolezza della reazione istituzionale. Il Molise rischia di trovarsi davanti all’ennesima divisione del proprio territorio, dopo anni nei quali la distanza tra le diverse aree della regione è diventata sempre più evidente. Eppure non si registra, almeno finora, quella presa di posizione forte ed autorevole che una situazione del genere dovrebbe provocare e sulle risposte che la Regione intende dare al territorio. Il silenzio, in questo momento, rischia di essere interpretato come l’ennesima conferma di quella distanza che ha contribuito ad alimentare il malcontento.
E c’è poi una domanda ancora più grande, che riguarda il futuro dell’intero Molise: se la provincia di Isernia dovesse realmente uscire dalla Regione, che cosa resterebbe? Rimarrebbe la sola provincia di Campobasso, con una dimensione territoriale, demografica ed economica ancora più ridotta e sarebbe inevitabile chiedersi quale sarebbe, a quel punto, la sostenibilità dell’attuale assetto regionale. Non è detto che il distacco di Isernia comporterebbe automaticamente lo scioglimento della Regione o la sua aggregazione ad altri territori, ma dal punto di vista politico sarebbe difficile pensare che una regione già piccola possa semplicemente continuare a sopravvivere come se nulla fosse accaduto. Si aprirebbe inevitabilmente una discussione sul futuro dell’intero Molise: sulla sua autonomia, sulla sua organizzazione territoriale e persino sulla possibilità di un nuovo riassetto regionale. Ed è proprio questo che rende ancora più grave l’assenza, oggi, di una risposta politica all’altezza della situazione. Perché non è in discussione soltanto il futuro di Isernia, ma del Molise come Regione. E se davvero si è arrivati al punto in cui una parte del territorio pensa che il proprio futuro possa essere migliore fuori dai confini regionali, la prima responsabilità non è certo dei cittadini che lo chiedono.☺
