La bottega di paese
18 Settembre 2023
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La bottega di paese

Le piccole attività commerciali e artigianali hanno un grande valore per i paesi. L’Italia è un Paese di paesi, il Molise è soprattutto una regione di paesi. Eppure quelle attività, un tempo diffuse sul territorio, sono quasi scomparse, indebolite e rarefatte, vittime sacrificali di un modello di sviluppo consumistico che ha privilegiato la concentrazione del commercio e la produzione di serie, l’usa e getta e lo spreco energetico.
Botteghe di generi alimentari, macellerie, mesticherie e ferramenta, norcinerie, pescherie e fruttivendoli, casalinghi, cartolerie, mercerie e una lunga serie di piccoli negozi punteggiavano borghi e contrade dell’Italia rurale. Ad esse si aggiungevano i laboratori artigiani di calzolai, falegnami, fornai, barbieri, fabbri e maniscalchi, fino ai sarti e agli orefici. Il tutto formava una rete che era al tempo stesso economica e sociale, simbolo della vitalità dei paesi e delle campagne italiane. A questa rete si rivolgevano gli abitanti per soddisfare i loro bisogni primari, dall’ alimentazione all’abbigliamento, dalla casa al lavoro e al tempo libero. Ogni bottega, alla pari di un mulino, di un frantoio o di un’officina, svolgeva un importante ruolo sociale per l’intera comunità. Oggi non tutto è perduto, ma bisogna fare in fretta per salvare, e se possibile rilanciare, questo patrimonio di umanità; non in chiave nostalgica, ma guardando avanti.
In alcuni paesi il commercio di vicinato c’è ancora, ma è una condizione di resistenza, spesso residuale. A Castiglione Messer Marino – 1.500 residenti a 1.000 metri di altitudine in provincia di Chieti – tre bar, due botteghe alimentari, tre macellerie, due parrucchieri, tre parrucchiere, due centri estetici, un centro di fisioterapia e massaggi, due ferramenta, una pasta all’uovo, una edicola, una tabaccheria, una farmacia. A Morrone del Sannio – 500 abitanti nella montagna centrale del Molise – due alimentari, un alimentari-tabacchi, due panetterie, una macelleria, un bar, una pizzeria, un fiorista, ben tre botteghe di falegnami e la farmacia. A Miranda, piccolo paese di neppure 1.000 abitanti, incastonato sulla montagna di Isernia, due bar, due alimentari, una macelleria, una trattoria, una pizzeria, la farmacia e, per la parte artigianale, una parrucchiera, un’officina e due caseifici.
L’elenco potrebbe continuare. Sono i numeri della resistenza del piccolo commercio e delle attività artigiane di fronte ai processi di desertificazione dei paesi, al loro declino demografico, sociale ed economico a favore dei centri commerciali, spesso costruiti ex-novo, cementificando e consumando terreno, fuori dai centri urbani, nelle periferie delle città o addirittura nelle campagne: non luoghi, che mortificano i luoghi. Anche laddove le botteghe sono rimaste, prima ce n’erano molte di più. Poi l’alluvione demografica le ha spazzate via, travolte a favore dell’ urbanizzazione e della litoralizzazione che hanno trasformato l’Italia rurale e interna in una grande periferia territoriale. In alcuni casi sono diventate attività isolate senza più legami con la comunità: è il caso di diversi paesi della Toscana, ad esempio, dei negozietti di souvenir, delle mescite chiamate enoteche o delle trattorie e osterie diventate ristoranti cari e ricercati. Non c’è più l’oste o la cuoca, c’è lo chef. Così si è perso un patrimonio di vita paesana, incrinando l’identità dei luoghi, piegati all’economia del turismo massificato.
Nell’uno e nell’altro caso, cioè nelle regioni dell’abbandono come in quelle turistificate, è necessario proteggere e incentivare le piccole attività commerciali e artigianali, fonti di ricchezza piccola ma diffusa, presìdi di socialità e di umanità, indicatori sensibili dell’esistenza in vita delle stesse comunità. Non è un caso che sovente le strategie di rinascita dei piccoli paesi prendano corpo quando chiude l’ultima bottega o l’ultimo circolino, quando non c’è più un punto dove prendere il pane o il latte, o dove sia possibile incontrare gli amici per un caffè o per una partita a carte. Come successe ad esempio a Cerreto Alpi, piccolissima comunità dell’Appenino Emiliano, dove i pochi giovani rimasti si dettero da fare per fondare una cooperativa di comunità tuttora esistente: i Briganti del Cerreto.
Per questo le botteghe dei paesi devono essere salvaguardate e sostenute tramite adeguate iniziative di promozione e incentivi fiscali, valorizzando i saperi, le tradizioni familiari e le abilità diffuse di molte persone. Non più sacrificate sull’altare del consumismo e dei supermercati, nemici dei paesi. I supermercati e ancor più gli ipermercati sono la rovina del piccolo commercio diffuso e di qualità che fa la ricchezza dei mille e mille paesi d’Italia. Anch’io preferisco il piccolo negozio, dove si trova l’essenziale senza spendere troppo, ricco di prodotti e di umanità, dove si può essere persone, non solo clienti e consumatori. Il proliferare dei supermercati è un brutto segno per il territorio e annuncia la desertificazione sociale, tabula rasa di una modernità logora e stanca, nonostante i suoi persistenti luccichii. Se devo comprare un dentifricio – tanto per fare un esempio – preferisco spendere un euro nella bottega di paese dove trovo tre o quattro marche piuttosto che andare al supermercato, pagare lo stesso euro, consumare benzina, perdere tempo a scegliere fra venti o trenta marche, che tanto sono tutti uguali. Ma lo stesso discorso vale per tante altre cose. Il piccolo negozio di paese e/o di quartiere è socialmente e ambientalmente sostenibile, mentre il risparmio sbandierato dalle grandi catene è solo apparente e illusorio, socialmente ed ecologicamente costoso.

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