A fronte di una spesa pubblica crescente in tutti i paesi occidentali – passata dal 10-12% degli inizi del '900 al 40-45% della fine del secolo – le entrate fiscali hanno avuto difficoltà a crescere con lo stesso ritmo ed il disavanzo di bilancio è diventato inarrestabile. La contraddizione intrinseca al sistema consiste nel fatto che la spesa pubblica ha assunto un peso crescente in due direzioni opposte: a) spesa produttiva per il capitale (costruzione di infrastrutture, contributi alle esportazioni,alla ricerca, ecc.); b) spesa sociale (pensioni, sussidi, assistenza sociale) per mantenere la pace sociale. Un modello basato sulla “socializzazione dei costi ed appropriazione privata dei profitti” poteva reggere solo grazie ad un progressivo indebitamento dello Stato. È stato questo vertiginoso aumento del debito dello Stato – a cui si sono aggiunti quello delle famiglie e quello delle imprese – che ha permesso di sostenere la crescita del Pil ed impedito che scoppiasse una pesante crisi da sovrapproduzione già negli anni '70 del secolo scorso.
Sinteticamente l’attuale operato delle autonomie locali (Regioni, Comuni e Province) appare non sufficientemente adeguato: sia sotto il profilo del ruolo che esse svolgono nei confronti della popolazione, la cui domanda sociale si fa sempre più pressante e al tempo stesso non adeguatamente soddisfatta; sia relativamente alla situazione economico-finanziaria, che appare sempre più negativa, specie nelle amministrazioni locali del Mezzogiorno.
Per il primo aspetto, basti pensare che, secondo le statistiche elaborate dagli uffici nazionali impegnati nella programmazione comunitaria (Quadro strategico nazionale), il grado di diffusione dei servizi all’infanzia e in particolare degli asili nido (espresso dal numero dei Comuni che hanno attivato il servizio sul numero totale dei Comuni) è pari al 51% nelle regioni del Centro-Nord, un valore che scende al 25,1% nel Mezzogiorno, ma si rialza fino al 65% della media dei paesi Ue (nucleo dei 15 membri storici).
Analogamente, il tasso di copertura dell’assistenza domiciliare integrata fornita agli anziani non autosufficienti (espresso dal numero degli anziani non autosufficienti utenti del servizio sul totale degli anziani ultrasessantacinquenni) in Italia risulta pari all’1,7% (nel Centro-Nord è del 3,6%), un valore che moltiplica per cinque nella media Ue.
Per quanto riguarda invece il secondo aspetto, è ormai noto come la finanza degli enti locali sia caratterizzata, in negativo, da carenze di risorse proprie e da fenomeni di indebitamento, da vistose sacche di inefficienza amministrativa e dalla stretta ai bilanci locali varata negli ultimi anni dai governi nazionali, in nome dei Patti di stabilità e di Maastricht.
Oggi
Oggi questo modello è scoppiato e la crisi fiscale dello Stato sta diventando crisi politica e scontro sociale, specie nei paesi con una struttura produttiva più debole (come la Grecia) o con un debito ed un deficit pubblico che appaiono incontenibili. Le scelte ed i tagli da operare nella spesa pubblica sono diventate questioni politiche di prima grandezza che coinvolgono tutta la popolazione. Nel nostro paese, dove il debito pubblico viaggia al 120% del Pil, dove la somma tra debito dello stato -delle famiglie – delle imprese si avvicina a 3 volte il prodotto interno lordo, l'esplosione/implosione del sistema politico-economico è alle porte.
La soluzione federale
Per diverse forze politiche, e non solo per la Lega nord, il federalismo fiscale può essere lo strumento per uscire dall'impasse. Le scelte dolorose ed impopolari che il governo non riesce ad imporre a livello nazionale possono infatti essere fatte a livello locale. Se per mantenere l'attuale sistema bisogna tagliare drasticamente i salari ed il welfare, è molto meglio per il potere economico e politico spostare il conflitto a livello regionale/locale. Questo vale tanto per il governo centrale quanto per il sistema delle imprese: il federalismo fiscale è l'altra faccia dell'abolizione dei contratti nazionali nel settore privato. Questa valenza politica del federalismo fiscale è stata finora sottovalutata. È ancora più grave che i partiti dell'opposizione abbiano fatto passare il federalismo fiscale, sostenendolo (come l'Idv) o astenendosi (come il Pd). In questo quadro la questione dell'Unità nazionale, ritornata al centro dell'attenzione con l'anniversario dei 150 anni, va vista innanzitutto come esigenza e priorità del mondo del lavoro. La disunità d'Italia passa attraverso la disunità dei lavoratori e la cancellazione di diritti conquistati con decenni di lotte sociali anche dure. Così come i beni culturali ed il patrimonio ambientale sono beni nazionali, europei o mondiali (come quelli protetti dall'Unesco), che non possono essere mercificati ed alienati, come si vuol fare con gli ultimi provvedimenti (leggi federalismo demaniale).
Il federalismo è sostenibile, sul piano sociale ed ambientale, solo se si fissano bene dei paletti insuperabili. Il diritto ad una istruzione ed una sanità di qualità, ad una casa decente, ad un reddito minimo vitale, ad un contratto ed una legislazione nazionale, sono diritti di cittadinanza che dovrebbero valere per tutti gli abitanti.☺
adelellis@virgilio.it
A fronte di una spesa pubblica crescente in tutti i paesi occidentali – passata dal 10-12% degli inizi del '900 al 40-45% della fine del secolo – le entrate fiscali hanno avuto difficoltà a crescere con lo stesso ritmo ed il disavanzo di bilancio è diventato inarrestabile. La contraddizione intrinseca al sistema consiste nel fatto che la spesa pubblica ha assunto un peso crescente in due direzioni opposte: a) spesa produttiva per il capitale (costruzione di infrastrutture, contributi alle esportazioni,alla ricerca, ecc.); b) spesa sociale (pensioni, sussidi, assistenza sociale) per mantenere la pace sociale. Un modello basato sulla “socializzazione dei costi ed appropriazione privata dei profitti” poteva reggere solo grazie ad un progressivo indebitamento dello Stato. È stato questo vertiginoso aumento del debito dello Stato – a cui si sono aggiunti quello delle famiglie e quello delle imprese – che ha permesso di sostenere la crescita del Pil ed impedito che scoppiasse una pesante crisi da sovrapproduzione già negli anni '70 del secolo scorso.
Sinteticamente l’attuale operato delle autonomie locali (Regioni, Comuni e Province) appare non sufficientemente adeguato: sia sotto il profilo del ruolo che esse svolgono nei confronti della popolazione, la cui domanda sociale si fa sempre più pressante e al tempo stesso non adeguatamente soddisfatta; sia relativamente alla situazione economico-finanziaria, che appare sempre più negativa, specie nelle amministrazioni locali del Mezzogiorno.
Per il primo aspetto, basti pensare che, secondo le statistiche elaborate dagli uffici nazionali impegnati nella programmazione comunitaria (Quadro strategico nazionale), il grado di diffusione dei servizi all’infanzia e in particolare degli asili nido (espresso dal numero dei Comuni che hanno attivato il servizio sul numero totale dei Comuni) è pari al 51% nelle regioni del Centro-Nord, un valore che scende al 25,1% nel Mezzogiorno, ma si rialza fino al 65% della media dei paesi Ue (nucleo dei 15 membri storici).
Analogamente, il tasso di copertura dell’assistenza domiciliare integrata fornita agli anziani non autosufficienti (espresso dal numero degli anziani non autosufficienti utenti del servizio sul totale degli anziani ultrasessantacinquenni) in Italia risulta pari all’1,7% (nel Centro-Nord è del 3,6%), un valore che moltiplica per cinque nella media Ue.
Per quanto riguarda invece il secondo aspetto, è ormai noto come la finanza degli enti locali sia caratterizzata, in negativo, da carenze di risorse proprie e da fenomeni di indebitamento, da vistose sacche di inefficienza amministrativa e dalla stretta ai bilanci locali varata negli ultimi anni dai governi nazionali, in nome dei Patti di stabilità e di Maastricht.
Oggi
Oggi questo modello è scoppiato e la crisi fiscale dello Stato sta diventando crisi politica e scontro sociale, specie nei paesi con una struttura produttiva più debole (come la Grecia) o con un debito ed un deficit pubblico che appaiono incontenibili. Le scelte ed i tagli da operare nella spesa pubblica sono diventate questioni politiche di prima grandezza che coinvolgono tutta la popolazione. Nel nostro paese, dove il debito pubblico viaggia al 120% del Pil, dove la somma tra debito dello stato -delle famiglie – delle imprese si avvicina a 3 volte il prodotto interno lordo, l'esplosione/implosione del sistema politico-economico è alle porte.
La soluzione federale
Per diverse forze politiche, e non solo per la Lega nord, il federalismo fiscale può essere lo strumento per uscire dall'impasse. Le scelte dolorose ed impopolari che il governo non riesce ad imporre a livello nazionale possono infatti essere fatte a livello locale. Se per mantenere l'attuale sistema bisogna tagliare drasticamente i salari ed il welfare, è molto meglio per il potere economico e politico spostare il conflitto a livello regionale/locale. Questo vale tanto per il governo centrale quanto per il sistema delle imprese: il federalismo fiscale è l'altra faccia dell'abolizione dei contratti nazionali nel settore privato. Questa valenza politica del federalismo fiscale è stata finora sottovalutata. È ancora più grave che i partiti dell'opposizione abbiano fatto passare il federalismo fiscale, sostenendolo (come l'Idv) o astenendosi (come il Pd). In questo quadro la questione dell'Unità nazionale, ritornata al centro dell'attenzione con l'anniversario dei 150 anni, va vista innanzitutto come esigenza e priorità del mondo del lavoro. La disunità d'Italia passa attraverso la disunità dei lavoratori e la cancellazione di diritti conquistati con decenni di lotte sociali anche dure. Così come i beni culturali ed il patrimonio ambientale sono beni nazionali, europei o mondiali (come quelli protetti dall'Unesco), che non possono essere mercificati ed alienati, come si vuol fare con gli ultimi provvedimenti (leggi federalismo demaniale).
Il federalismo è sostenibile, sul piano sociale ed ambientale, solo se si fissano bene dei paletti insuperabili. Il diritto ad una istruzione ed una sanità di qualità, ad una casa decente, ad un reddito minimo vitale, ad un contratto ed una legislazione nazionale, sono diritti di cittadinanza che dovrebbero valere per tutti gli abitanti.☺
A fronte di una spesa pubblica crescente in tutti i paesi occidentali – passata dal 10-12% degli inizi del '900 al 40-45% della fine del secolo – le entrate fiscali hanno avuto difficoltà a crescere con lo stesso ritmo ed il disavanzo di bilancio è diventato inarrestabile. La contraddizione intrinseca al sistema consiste nel fatto che la spesa pubblica ha assunto un peso crescente in due direzioni opposte: a) spesa produttiva per il capitale (costruzione di infrastrutture, contributi alle esportazioni,alla ricerca, ecc.); b) spesa sociale (pensioni, sussidi, assistenza sociale) per mantenere la pace sociale. Un modello basato sulla “socializzazione dei costi ed appropriazione privata dei profitti” poteva reggere solo grazie ad un progressivo indebitamento dello Stato. È stato questo vertiginoso aumento del debito dello Stato – a cui si sono aggiunti quello delle famiglie e quello delle imprese – che ha permesso di sostenere la crescita del Pil ed impedito che scoppiasse una pesante crisi da sovrapproduzione già negli anni '70 del secolo scorso.
Sinteticamente l’attuale operato delle autonomie locali (Regioni, Comuni e Province) appare non sufficientemente adeguato: sia sotto il profilo del ruolo che esse svolgono nei confronti della popolazione, la cui domanda sociale si fa sempre più pressante e al tempo stesso non adeguatamente soddisfatta; sia relativamente alla situazione economico-finanziaria, che appare sempre più negativa, specie nelle amministrazioni locali del Mezzogiorno.
Per il primo aspetto, basti pensare che, secondo le statistiche elaborate dagli uffici nazionali impegnati nella programmazione comunitaria (Quadro strategico nazionale), il grado di diffusione dei servizi all’infanzia e in particolare degli asili nido (espresso dal numero dei Comuni che hanno attivato il servizio sul numero totale dei Comuni) è pari al 51% nelle regioni del Centro-Nord, un valore che scende al 25,1% nel Mezzogiorno, ma si rialza fino al 65% della media dei paesi Ue (nucleo dei 15 membri storici).
Analogamente, il tasso di copertura dell’assistenza domiciliare integrata fornita agli anziani non autosufficienti (espresso dal numero degli anziani non autosufficienti utenti del servizio sul totale degli anziani ultrasessantacinquenni) in Italia risulta pari all’1,7% (nel Centro-Nord è del 3,6%), un valore che moltiplica per cinque nella media Ue.
Per quanto riguarda invece il secondo aspetto, è ormai noto come la finanza degli enti locali sia caratterizzata, in negativo, da carenze di risorse proprie e da fenomeni di indebitamento, da vistose sacche di inefficienza amministrativa e dalla stretta ai bilanci locali varata negli ultimi anni dai governi nazionali, in nome dei Patti di stabilità e di Maastricht.
Oggi
Oggi questo modello è scoppiato e la crisi fiscale dello Stato sta diventando crisi politica e scontro sociale, specie nei paesi con una struttura produttiva più debole (come la Grecia) o con un debito ed un deficit pubblico che appaiono incontenibili. Le scelte ed i tagli da operare nella spesa pubblica sono diventate questioni politiche di prima grandezza che coinvolgono tutta la popolazione. Nel nostro paese, dove il debito pubblico viaggia al 120% del Pil, dove la somma tra debito dello stato -delle famiglie – delle imprese si avvicina a 3 volte il prodotto interno lordo, l'esplosione/implosione del sistema politico-economico è alle porte.
La soluzione federale
Per diverse forze politiche, e non solo per la Lega nord, il federalismo fiscale può essere lo strumento per uscire dall'impasse. Le scelte dolorose ed impopolari che il governo non riesce ad imporre a livello nazionale possono infatti essere fatte a livello locale. Se per mantenere l'attuale sistema bisogna tagliare drasticamente i salari ed il welfare, è molto meglio per il potere economico e politico spostare il conflitto a livello regionale/locale. Questo vale tanto per il governo centrale quanto per il sistema delle imprese: il federalismo fiscale è l'altra faccia dell'abolizione dei contratti nazionali nel settore privato. Questa valenza politica del federalismo fiscale è stata finora sottovalutata. È ancora più grave che i partiti dell'opposizione abbiano fatto passare il federalismo fiscale, sostenendolo (come l'Idv) o astenendosi (come il Pd). In questo quadro la questione dell'Unità nazionale, ritornata al centro dell'attenzione con l'anniversario dei 150 anni, va vista innanzitutto come esigenza e priorità del mondo del lavoro. La disunità d'Italia passa attraverso la disunità dei lavoratori e la cancellazione di diritti conquistati con decenni di lotte sociali anche dure. Così come i beni culturali ed il patrimonio ambientale sono beni nazionali, europei o mondiali (come quelli protetti dall'Unesco), che non possono essere mercificati ed alienati, come si vuol fare con gli ultimi provvedimenti (leggi federalismo demaniale).
Il federalismo è sostenibile, sul piano sociale ed ambientale, solo se si fissano bene dei paletti insuperabili. Il diritto ad una istruzione ed una sanità di qualità, ad una casa decente, ad un reddito minimo vitale, ad un contratto ed una legislazione nazionale, sono diritti di cittadinanza che dovrebbero valere per tutti gli abitanti.☺
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