La guerra in casa
“Da mio figlio sono in allerta: fanno delle prove speciali. Quel farabutto di Trump … se solo ce lo avessi davanti …”. L’altro giorno ero in fila a Termoli alle poste e una signora dietro di me diceva grossomodo così. Probabilmente suo figlio è un giovane militare. Poco dopo, dal benzinaio: “Sì, la benzina è aumentata. Anzi, sei la prima persona a cui applico il nuovo prezzo. No, non sappiamo niente, se e quanto durerà. Noi eseguiamo e basta”. Era iniziata da pochi giorni l’odiosa (ed ennesima) guerra di Benjamin Netanyahu e Donald Trump, stavolta contro il regime iraniano. I nuovi re globali spargono terrore in giro per il nostro pianeta, credendolo di loro proprietà, e violando apertamente ogni regola civile e il diritto internazionale.
Nei giorni seguenti, al lavoro, ho chiesto alle persone del Centro Diurno del Centro di Salute Mentale, ad alcune persone senza dimora che incontro abitualmente e agli ospiti della comunità Il Noce come stessero. C’è tanta paura ed è difficile confrontarsi: chi si nasconde dietro le cose da fare; chi preferisce parlare d’altro … Ma poi, in alcuni casi, emergono emozioni e sentimenti: smarrimento, senso di impotenza; c’è chi già non vede l’ora che finisca; chi avverte un senso di ingiustizia; chi immagina vie di fuga; chi aderisce alla narrazione dominante, la guerra del bene contro il male e noi occidentali dalla parte del bene. Come ai tempi del Covid, curanti e curati si riconoscono incredibilmente vicini, fragili e vulnerabili molto più di quanto non vedessero fino a poco prima. Che succede, in guerra, alle persone già marginalizzate? Dopo l’attacco fuorilegge in Iran si sentono sempre più spesso i rumori assordanti degli aerei da caccia passare sulle nostre teste, e io non posso non pensare al futuro di mia figlia: in neppure quattro anni, ha già vissuto gli strascichi di una pandemia, l’ attualità della crisi climatica, il dramma di un genocidio a poca distanza dalle nostre coste, tante guerre (di cui, quest’ultima, potrebbe prefigurarsi come globale).
La guerra è entrata nelle nostre vite, nella nostra quotidianità. In pochi anni c’è stata una evidente accelerazione nelle politiche e nei linguaggi che sostengono la necessità di riarmarsi. Non abbiamo badato a sufficienza ai segnali premonitori.
Io ho ripensato, ad esempio, al lavoro che ho fatto per quasi dieci anni nel sistema di accoglienza locale per persone richiedenti asilo e rifugiate (oggi a Termoli il progetto è appaltato alla cooperativa coinvolta nella gestione dei Centri di detenzione in Albania voluti dal governo Meloni – a proposito di segnali premonitori): ho ri- pensato – dicevo – agli incontri con centinaia e centinaia di donne, uomini, bambini che arrivavano già allora in Europa in fuga da conflitti, persecuzioni, sfruttamento. Non siamo stati in grado, come collettività, di vedere e di comprendere le violenze di cui i loro corpi in movimento erano già allora espressione. Ora quelle violenze sono sempre più vicine, e noi occidentali non possiamo pensare di rimanerne immuni. Noi occidentali, i nostri Stati armati fino ai denti, che di quelle violenze siamo i principali responsabili.
Ma sono molti altri i segnali a cui, stanchi e indifferenti, non abbiamo badato. Solo per restare in Italia (un pezzo dell’ internazionale nera che sta facendo la guerra globale ai popoli e al pianeta): le politiche di riarmo, appunto; le norme contro le persone migranti e contro i soccorritori; la criminalizzazione del dissenso; l’attacco alla magistratura; la precarizzazione strutturale del mondo del lavoro, con il corollario drammatico di oltre mille morti all’anno; la legittimazione dei gruppi neofascisti; le posizioni contro il diritto all’autodeterminazione delle donne; lo smantellamento del servizio sanitario pubblico; l’attacco alla scuola pubblica; l’ abbandono delle persone e dei territori fragili; il controllo dell’informazione; la concentrazione del potere nel governo e i tentativi di modificare la legge elettorale.
Nel 2013, il gruppo JP Morgan (una multinazionale statunitense di servizi finanziari con sede a New York) ebbe a dire che le Carte Costituzionali sud-europee erano “troppo antifasciste”, cioè troppo democratiche. I nazionalisti oggi al potere in tante parti del mondo occidentale stanno portando a compimento la distruzione dei pilastri sociali della democrazia, già avviata nel modello neoliberista (“la società non esiste, esistono solo gli individui”), ed inaugurando la nuova fase delle democrazie illiberali, autoritarie. Le guerre sono per il potere, per le risorse energetiche, ma sono anche contro il modello sociale di democrazia. Quindi contro ognuna e ognuno di noi. Anche in questo senso, la guerra è già in casa.
Negli ultimi mesi ho partecipato a vari incontri promossi da gruppi civici del territorio, su questioni diverse. In tutti questi incontri, parlando della gravità della situazione generale in cui siamo sprofondati, è risuonata sempre la stessa domanda: “Che fare?”.☺
