La marcia fiduciosa
18 Settembre 2020
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La marcia fiduciosa

Il realismo pittorico era sfociato in una sterile cronaca di avvenimenti. Il nascente industrialismo, la diffusione delle idee socialiste avevano creato un sentire nuovo nello spingere le coscienza a misurarsi con le classi subalterne di una società nuova che ormai era alle porte.

In campo pittorico, questo nuovo sentire veniva espresso nelle forme artistiche del divisionismo, che si esprimeva in parallelo al puntinismo di Seurat e Signac, entrambi nati dalle combinazioni di colore e luce rese possibili dall’applicazione scientifica dell’ ottica. Il divisionismo italiano non si esprime nei piccoli punti del puntinismo, ma si stendeva in pennellate filamentose ”pettinate e striate”.

Giuseppe Pellizza

Nato in piccolo centro dell’ Alessandrino, Volpedo, fu il protagonista della nuova tendenza pittorica, che riteneva particolarmente idonea per la rappresentazione di fenomeni luminosi, distinguendosi nell’ impegno per il riscatto della classe operaia. In una lettera del 1895 ad Angelo Morbelli, autore di una drammatica serie di dipinti sulla emarginazione degli anziani del “Pio Albergo Trivulzio”, Pellizza così si esprime: “Sento che ora non è più tempo di fare dell’arte per l’arte, ma dell’arte per l’umanità”. E altrove, in maniera enfatica: “…il mio scopo è il bene dell’umanità”. Comunque sia, che i tempi fossero maturi lo dimostra l’ampia produzione letteraria europea e l’approfondimento che la Chiesa andava facendo sulla tematica sociale.

Rerum novarum

L’anno 1891 l’ottantaduenne Leone XIII pubblicava l’enciclica Rerum Novarum, destinata a diventare la pietra miliare del cristianesimo sociale, rifiutando la lotta di classe e facendo leva sulla necessità di collaborazione tra le associazioni dei datori di lavoro e quelle dei lavoratori. È in questo clima che Pellizza inizia la sua impresa: lavorare alla tela Quarto Stato. I primi abbozzi risalgono proprio al 1891, in seguito l’idea passa attraverso una serie di elaborazioni a partire da Fiumara nel 1896, a il Cammino dei lavoratori 1897, al Quarto Stato 1901. La rappresentazione di un fatto di cronaca occasionale, li fa ravvisare la necessità di riconoscere un ruolo significativo ai lavoratori, come riscatto della loro condizione di miseria e marginalità. La critica del tempo fu molto dura, ma le classi rappresentate percepirono il significato ideologico profondo, al di là delle dispute accademiche.

Marcia dei braccianti

È una enorme tela (cm285x583) che coinvolge nelle sue dimensioni lo spettatore, come fosse dal vero, oggi diremmo “tridimensionale”, partecipe ad una marcia civile di braccianti che chiedono i loro diritti e il rispetto della dignità. Da una folla immensa che s’impicciolisce sullo sfondo, avanzano verso lo spettatore tre figure in primo piano, marciano compatti, non minacciosi. La figura della donna in primo piano che stringe al seno un bimbo, sembra vigilare sulla manifestazione perché non degeneri, ma è la spia di un malessere non più sopportabile. I braccianti non sono armati, mazze e forconi, hanno l’unica aspettativa di essere ascoltati.

Il Pellizza realizza una sintesi perfetta tra il fatto sociale e la tecnica pittorica permettendo l’avanzata del futuro, come disse: “…il Quarto Stato poté essere quello che io volli; un quadro sociale rappresentante il fatto più saliente dell’epoca nostra: l’ avanzarsi fatale dei lavoratori”. ☺

 

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