La nonviolenza di gesù
Una caratteristica tipica dell’ evangelista Luca è il parallelismo tra due personaggi o situazioni. Un esempio è il racconto della morte di Stefano negli Atti degli Apostoli, che ricalca alcuni aspetti della morte di Gesù, come la richiesta di perdono per gli uccisori o la consegna della propria anima nelle mani di Dio. Questa modalità narrativa è evidente sin dall’inizio del vangelo di Luca, dove vengono messi a confronto Giovanni il Battista e Gesù: di entrambi c’è l’annuncio della nascita da parte dell’angelo Gabriele e di entrambi si racconta poi la nascita. Tutto questo serve a preparare il momento in cui entrambi i personaggi si presentano sulla scena pubblica in età adulta per portare un messaggio da parte di Dio: il contenuto, tuttavia, diverge perché, se Giovanni parla di giudizio imminente di Dio con toni minacciosi, Gesù parla di misericordia e di consolazione. Giovanni afferma: “La scure è posta alla radice degli alberi; perciò, ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco” (3,9). Gesù invece inaugura la sua predicazione leggendo il profeta Isaia: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore” (4,18-19), evitando di proseguire la lettura di quel passo dove il profeta aggiunge: “il giorno di vendetta del nostro Dio” (Is 61,2).
Questa diversità di contenuto e di toni nella predicazione di Giovanni e di Gesù è già anticipata dalle parole degli inni pronunciati da Zaccaria, il padre di Giovanni (il Benedictus che si recita nelle Lodi mattutine del breviario), e da Maria, la madre di Gesù (il Magnificat che si recita nei Vespri del breviario). Zaccaria descrive il compito del salvatore atteso con queste parole: “salvezza dai nostri nemici e dalle mani di quanti ci odiano” (1,71). Il popolo d’Israele, nella concezione di Zaccaria, è circondato da nemici che lo odiano perché fedele alla legge di Dio e siccome è oppresso in quel momento da Roma, attende un liberatore che riporterà Dio a capo, tramite il Messia, che è visto come un vero capo politico. Gli stessi discepoli, infatti, prima dell’Ascensione, fanno a Gesù questa domanda: “Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno d’Israele?” (At 1,8). La prospettiva di Maria, invece, è la stessa di quei poveri a cui Gesù si sente inviato: per loro, come per Maria, non c’è un nemico da combattere ma piuttosto l’attesa di un cambiamento radicale messo in atto da Dio stesso che si fa carico della loro situazione di debolezza: “Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote” (1,51-53). L’intervento di Dio non è contro un popolo nemico ma a favore delle vittime di un potere iniquo che schiaccia il resto dell’umanità ridotta alla fame. Maria afferma senza mezzi temini che Dio non sta dalla parte di chi opprime (come bestemmiano invece certi sedicenti pastori e pastore che benedicono un seminatore di morte e distruzione dicendo che è inviato da Dio), ma si impegna a fare giustizia per chi subisce la violenza e l’ingiustizia, non con la violenza ma, come Gesù chiede di fare ai discepoli: “amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male” (Lc 6,27-28).
Il vangelo impone un radicale rifiuto di ogni violenza non perché chi commette il male continui a prosperare, ma perché è l’unica strada veramente sensata per interrompere il ciclo della violenza stessa: il male non vince il male ma lo moltiplica. È questo che Gesù ha insegnato, fino all’ultimo momento della sua esistenza, quando ha pregato Dio così: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (23,34). Ed è questo messaggio che hanno continuato ad annunciare i suoi più importanti discepoli, Pietro e Paolo. In un contesto di persecuzione, infatti, Pietro così esorta i destinatari della sua lettera: “Se doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non sgomentatevi per paura di loro e non turbatevi, ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia, questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché, nel momento stesso in cui si parla male di voi, rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo” (1 Pt 3,14-16). E così Paolo, di fronte a chi usa violenza verso i credenti dice: “Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti. Non fatevi giustizia da voi stessi, carissimi, ma lasciate fare alla giustizia divina” (Rm 12,17-19).
L’agire nonviolento cristiano non significa infatti riconoscere la vittoria dei violenti, ma indica piuttosto la scelta di stare dalla parte del bene che è Dio e che alla fine, proprio perché Dio, vince, mentre il male verrà distrutto. Per questo motivo chi legge la bibbia e vuol dirsi cristiano non può usare l’istigazione alla violenza delle sue pagine come volontà di Dio, ma deve necessariamente neutralizzarne il contenuto alla luce di Gesù, unico motivo per cui si può riconoscere la bibbia come Parola di Dio; se si elimina Gesù e il suo messaggio, la bibbia rimane solo un testo antico zeppo di violenza con qualche sprazzo di etica, come lo sono, ad esempio, i grandi poemi di Omero. Lasciarsi ispirare da un libro antico pieno di miti, non illuminato dall’amore insegnato da Gesù Cristo, manifesta solo il delirio di chi lo fa.☺
