La politica del déjà-vu
4 Marzo 2015 Share

La politica del déjà-vu

Se per incanto risvegliassimo domattina politici di rango come Enrico Berlinguer e Aldo Moro, ci supplicherebbero di tornare al riposo eterno, inorriditi dall’attuale teatrino tragicomico di fantapolitica. Le immagini poco edificanti che si dispiegherebbero davanti ai loro occhi causerebbero nei due uno shock fulminante, dopo poche ore di continui e insopportabili déjà-vu. Non solo troverebbero ancora presidenti del consiglio e della repubblica democristiani (immaginate i loro volti sbigottiti), ma dovrebbero prendere atto, amaramente, che i mali della politica italiana si sono ripetuti nel tempo, sempre uguali a se stessi.

Con un eccesso di semplificazione, possiamo rivisitare l’esperienza parlamentare italiana seguendo due o tre tendenze: il trasformismo, l’ingovernabilità e i tentativi maldestri di porvi rimedio attraverso artifici quali revisioni costituzionali a maggioranza e leggi elettorali raccapriccianti. Il trasformismo ha origini remote, nell’Italia liberale di quelli che Weber chiamava partiti di notabili: ogni deputato vendeva in aula il proprio consenso per votare le leggi e il capo di governo cercava di cooptarli. Non rappresentando l’intera società, i notabili non avevano bisogno di ideologie, né tanto meno di programmi da sottoporre ad un elettorato ristretto. Bastava fare gli interessi dei pochi. È trascorso più di un secolo e il cambio di casacca per non perdere la seggiola (ora si chiama “responsabilità”) pare ancora lo sport preferito dai politici dello Stivale.

Le ricette per riadattare la più bella Costituzione del mondo al mutare della società sembrano sposarsi bene con un flute di scandali giudiziari, di propaganda antipartitica e di nuovi movimenti, che tendono a sgonfiarsi alla stessa velocità delle bolle finanziarie che di tanto in tanto, anch’esse ciclicamente, tornano ad allargare la forbice sociale. Il tutto è servito da giullari e ballerine che, danzando leggiadramente, convincono l’elettore medio che se non riescono a governare non è perché non lo rappresentano neanche lontanamente, bensì perché il sistema non lo consente. Come se i padri costituenti, notoriamente amanti del caos, ce l’avessero messa tutta per impedire a lorsignori di fare il bene della Repubblica!

Il primo tentativo degno di nota nel combattere il mostro dell’ingovernabilità fu senz’ombra di dubbio la “legge truffa” del ’53, quando la DC, sotto scacco dei partiti laici minori, pensò di correggere il proporzionale con un succulento premio di maggioranza che le garantisse i due terzi dei seggi. Fallito il tentativo degasperiano, i diccini tornarono a fare i conti con i partiti della coalizione, fino a morire tra le braccia dell’alleato-ricattatore PSI. Fu proprio il segretario socialista, Bettino Craxi, ad accompagnare l’Italia verso la fine della Prima Repubblica, al motto di “governabilità” e “grandi riforme”. Per raggiungere questi obiettivi, sposò la tesi di Luhmann: ridurre la complessità sociale a favore della governabilità. I partiti dovevano cioè farsi più leggeri, puntare sulla figura di un leader carismatico e scrollarsi di dosso il fardello dell’ideologia. La politica dei due forni di scuola andreottiana, che lo vedeva intessere alleanze diverse a seconda dei contesti, non era dissimile dalla logica del Patto del Nazareno dei giorni nostri. Ma il colpo del K.O. per i partiti tradizionali coincise con la fine dello stesso Garofano, al suono delle monetine scagliate dai cittadini inferociti all’indomani di Tangentopoli. Inutile dirlo, alla crisi della partitocrazia seguì una nuova legge elettorale, quella che porta il nome del presidente Mattarella. Ma se nel maggioritario erano riposte le speranze di risolvere il problema della governabilità, ben presto si dovette fare i conti con la moltiplicazione di partiti e movimenti che la frenavano. In un’anomalia tutta italiana, l’anti-partitocrazia ha finito col moltiplicare gli stessi partiti. Così, tra bicamerali che sognavano il premierato forte o il presidenzialismo alla francese e riforme costituzionali a maggioranza (nel 2001, nel 2005 e di nuovo in queste ore), i partiti si fanno sempre più snelli e anti-ideologici e si tengono impegnati nel disperato tentativo di sopravvivere, non potendo, giustamente, governare. Non sono mancate rivisitazioni fantasiose della “legge truffa” con il Porcellum di Calderoli e, più recentemente, con l’Italicum. Né altri movimenti populistici. Ma la nostra democrazia è ancora bloccata. Siamo sicuri, allora, che il problema si possa risolvere con altri tecnicismi e col superamento dei partiti? Se la Prima Repubblica era impantanata nella conventio ad excludendum, prassi che impediva ai partiti “estremisti”, PCI in primis, di governare, nella Seconda si è tornati all’idea di partito ottocentesca: il leader decisionista ha quali interlocutori i notabili seduti sugli scranni parlamentari, più che il Popolo sovrano. Se eliminassimo la funzione di cerniera dei partiti e continuassimo sulla strada della loro piena trasformazione in partiti “azienda” o “di cartello”, non ci sarebbe più – e forse già non c’è – la rappresentanza. Così, con partiti privi di visioni alternative della società, la vita politica continuerà caoticamente tra un popolo chiamato a scegliere lo slogan preferito e i suoi rappresentanti impreparati, che non avendo alle spalle un partito aperto alle istanze sociali saranno schiavi dei leader. Questi, invece, dovranno ricercare il consenso personale che, rispondendo alle logiche mediatiche, rincorre il sensazionalismo più che il buon senso. Anch’essi saranno a loro volta alla mercé dei gruppi di pressione che, soli, possono aiutarli ad affrontare una carriera in continua campagna elettorale.

La soluzione? Bisognerebbe ricostruire una classe politica consapevole, magari tornando alle scuole di partito. Perché solo un politico preparato, non scelto da un capo in base alla fedeltà alla ditta ma dall’ elettorato sulla scorta delle soluzioni offerte, garantite a loro volta da ideologie ben individuabili, può opporsi alle derive populistiche da un lato e al giogo di attori internazionali più scafati dall’altro. Ancora una volta, nel Belpaese, si è confusa la medicina con la malattia.☺

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