La politica non è tifo
12 Febbraio 2026
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La politica non è tifo

Non serve essere esperti di comunicazione politica per accorgersi che il linguaggio della politica è profondamente cambiato. Negli ultimi anni si sono trasformati non solo i contenuti, ma anche i luoghi del confronto: dal circolo di quartiere alle piazze digitali, dai comizi ai feed dei social network.
La diffusione di internet e dei social, amplificata dall’uso costante degli smartphone, ha reso l’informazione più accessibile e immediata. Ma questa accessibilità ha un prezzo: per essere notato, un messaggio deve essere breve, accattivante, emotivamente coinvolgente. La comunicazione politica, oggi, non può permettersi di impegnare l’attenzione dell’elettore per più di tre minuti. Chi legge o ascolta è pronto a scrollare verso la prossima immagine, il prossimo video, il prossimo stimolo.
Non è lo strumento in sé a essere problematico, ma il modo in cui viene utilizzato. Un uso intelligente dei social può persino rafforzare la partecipazione democratica: basti pensare al ruolo del marketing politico nella vittoria di Zohran Mamdani, sostenuto dal 78% dei giovani newyorkesi tra i 18 e i 29 anni. Ma cosa accade quando la politica si comporta come se fosse in perenne campagna elettorale? Cosa succede quando chi governa adotta un linguaggio pensato non per informare, ma per consolidare il consenso?
Una parte importante della mia attività politica si è concentrata sul valore dell’informazione nei processi democratici, soprattutto in quelli di democrazia diretta. Ho sempre creduto che un cittadino ben informato sia un buon cittadino. Per questo, qualche tempo fa, mi ha colpito un carosello social che analizzava la comunicazione di Giorgia Meloni senza esprimere giudizi politici. In un primo momento mi era sembrato banale; poi, riflettendoci, ho riconosciuto quanto fosse efficace nel mostrare la dinamica del tifo politico e della disciplina di partito.
Il tifo politico si nutre di un pensiero dicotomico: amico o nemico, noi o loro, giusto o sbagliato. È un meccanismo che semplifica la complessità e riduce la realtà a due blocchi contrapposti. Non è un caso che molti commenti a sostegno dei leader politici – non solo della Presidente del Consiglio – siano privi di argomentazioni. Non esprimono un’idea: esprimono appartenenza. Non discutono: tifano.
Quando ci sentiamo parte di un “noi”, il cervello tende a proteggere il gruppo, a difenderlo da ogni critica percepita come attacco personale. Il dibattito politico si trasforma così in un’arena emotiva, dove non si confrontano idee ma identità.
In questo contesto, parole come “patria”, “identità”, “orgoglio”, “difesa dei nostri valori” funzionano come segnali emotivi. Non informano: aggregano. Non spiegano: evocano. Sono parole che parlano alla pancia più che alla testa.
Il problema emerge quando questa logica emotiva entra nei processi democratici più delicati. È grave, ad esempio, ignorare le 500.000 firme dei sottoscrittori del referendum confermativo sulla riforma della giustizia. È grave limitare una delle forme più importanti di manifestazione della sovranità popolare. È grave ridurre il tempo della campagna referendaria su un tema che riguarda direttamente la libertà dei cittadini.
Qualche giorno fa, scorrendo Facebook, mi sono imbattuta in un’immagine sul referendum che mi ha lasciata disarmata. Due poliziotti – un uomo e una donna – venivano rappresentati come eroi che rischiano la vita per arrestare criminali, mentre i giudici venivano descritti come coloro che “vanificano” il loro lavoro liberando gli arrestati. Il tutto accompagnato da un titolo semplice e potente: “Ecco perché votare Sì”.
Una narrazione così costruita non informa: manipola. Trasforma un tema complesso in un conflitto morale. Identifica un nemico – i giudici – e un’arma per combatterlo – il voto. È una comunicazione che semplifica, polarizza, divide e riduce un tema complesso a un frame emotivo.
Contrastare questo tipo di messaggi non è semplice. Richiede attivismo civico, competenze, tempo. Ma soprattutto richiede una nuova comunicazione politica: una comunicazione che non cerchi nemici immaginari, ma affronti i veri problemi del Paese. Il precariato. Lo sfruttamento. La violenza. L’ignoranza. La povertà. La sanità.
La politica ha il dovere di informare, non solo di emozionare. Ha il dovere di spiegare, non solo di aggregare. Ha il dovere di costruire cittadini consapevoli, non tifoserie.
Se la comunicazione politica continua a privilegiare il consenso immediato rispetto alla qualità del dibattito, la nostra democrazia rischia di diventare più fragile. Per questo è fondamentale promuovere una cultura politica che valorizzi la complessità, il confronto, la responsabilità e che crei alleati anziché nemici immaginari.
Perché una democrazia solida non si costruisce con slogan, ma con cittadini informati e liberi di pensare.☺

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