La scultura lignea tra XVII e XIX secolo
18 Maggio 2019
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La scultura lignea tra XVII e XIX secolo

La statua in legno policromata al naturale era e continua ad essere più vicina alla sensibilità estetica del popolo in virtù della sua tridimensionalità, del suo realismo, della sua immediatezza comunicativa.

Caratteristiche di ‘veridicità’ che certo non avevano le più auliche, ma più ‘distanti’ sculture in argento o marmo o le pale d’altare dipinte. La produzione di immagini lignee destinate alla devozione popolare si inserisce nella dinamica dei rapporti tra il centro e le periferie laddove Napoli, antica capitale politica ed artistica del Regno meridionale, costituiva il fulcro generatore dei prototipi iconografici alla moda nonché luogo privilegiato per la formazione degli artisti; molti scultori molisani intrapresero la “via di Napoli” per apprendervi le arti e svolgere il proprio apprendistato nelle più affermate botteghe. Acquisiti fama e competenze essi generalmente tornavano nella loro terra d’origine, attratti dalle “potenzialità della piazza”.

La predilezione per la statuaria lignea non può essere motivata esclusivamente da ragioni economiche; al suo successo concorsero cause di carattere antropologico, legate alle esigenze devozionali della propaganda contro-riformistica che vedeva nelle processioni un momento centrale della “storia molisana” nonché consci di potervi “proporre con successo un prodotto artistico moderno, in linea con il gusto in voga nella capitale” (Catalano 2009).

Accato alla direttrice napoletana, tuttavia, va sottolineata l’importanza dei tratturi che congiungevano il Molise alla Capitanata. Lungo le arterie della transumanza “circolava non soltanto la pastorizia, ma anche un flusso di artigiani e fornitori di altri servizi” (Lattuada 1993), dunque artisti, disegni, incisioni, modelli iconografici di collaudata venerabilità. Il legame con la Puglia, ricca regione del Regno, dovette essere forte al punto che molta cultura figurativa napoletana giunse nel Sannio molisano più su mediazione degli esempi reperibili in Capitanata che per diretta discendenza da quelli osservati nella capitale e in Campania. E ciò è riscontrabile non solo nel XVIII secolo, ma anche nell’Ottocento.

Uno scultore a passo con i tempi

Paolo Emilio Labbate (Carovilli 1825-1919), scultore impegnato prevalentemente nell’arte sacra, sviluppò tuttavia anche una produzione che coglieva in modo originale i nuovi comportamenti di una società borghese tendenzialmente laica e disinibita, ma nell’intimo profondamente legata a tradizioni millenarie. Realizzò centinaia di opere e promosse una scuola di scultura in legno policromato e dorato.

L’attribuzione ad Emilio Labbate della Madonna Incoronata del Convento di Santa Maria di Loreto in Toro e il confronto con la scultura della stessa di Pescolanciano (Is), fanno riscontrare identica impostazione: trono-quercia, panneggio e dalmatica gloriosa, ma nella Madonna Incoronata di Toro risalta la maestà e la bellezza corporea ieratica, certamente culmine della maturità artistica di Emilio, tanto da attirare a contemplare l’accattivante fiducia dell’amore materno della Madre di Dio.

Si ravvisa nelle opere dello scultore carovillese, formatosi a Napoli (Gentile Lorusso 2010), alla bottega del Testa, una palpabile ascendenza del maestro. L’inedita proposta del discepolato del Labbate nell’accorsata bottega di Arcangelo Testa necessita di un approfondimento.

Forse proprio da San Severo il nome di Arcangelo Testa giunse in Molise. L’occasione della commissione dovette essere il bellissimo simulacro della Madonna degli Angeli che si venera nell’omonima chiesa di Carpinone. L’immagine rappresenta la Vergine, assisa su un nugolo di nuvole, nell’atto di sollevare un lembo del suo mantello azzurro, gesto inconsueto per tale titolo mariano, così come è insolita l’assenza del piccolo Gesù Bambino tra le braccia della Madre: Maria non è semplice mediatrice presso Dio, ma è vera dispensatrice di grazie. Quattro angioletti attorniano, con pose di composto giubilo, la Regina angelorum; restaurata una prima volta nel 1865, la statua conserva quasi integralmente la sua originaria bellezza e la delicata policromia. Le peculiarità stilistiche, compositive e decorative non lasciano dubbi sull’attribuzione dell’effige ad Arcangelo Testa. Stringenti, infatti, appaiono i confronti con altre opere certe del maestro, a partire dalla Santa Filomena (1830) in deposito presso la chiesa di S. Sebastiano a San Severo, accostabile per la qualità dell’intaglio dei panneggi, per la cintura che trattiene il vestito sotto i seni, per la decorazione della veste a racemi dorati e per le fisionomie degli angeli (d’Angelo 2001). Segnalo le sculture della chiesa del Purgatorio di Molfetta e le statue vestite, in tensione artistica con il Verzella.☺

 

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