La sfida è amare
Diventa sempre più difficile parlare di pace in questo scenario mondiale che si delinea di giorno in giorno sotto i nostri occhi. È una guerra continua e non solo fatta di armi. L’appello di papa Leone ha sottolineato l’importanza di impegnarsi per l’integrazione, la salute e il lavoro dignitoso come parti essenziali per la pace.
Recentemente uno studio di tre università italiane ha segnalato che in un anno sono stati più di un milione i messaggi di odio sulla Rete. Nel mondo ci sono 56 conflitti armati con un numero altissimo di vittime civili. Ed è notizia di questi giorni delle atrocità vissute da donne e bambini nel Sudan dove chi è salito al potere cercherà di restarci e se ci riuscirà sarà una dittatura militare.
Ogni cuore, ogni anima ha bisogno di pace. Eppure sembra che la specie umana non ne sia più capace… nonostante la storia vissuta e gli sforzi fatti per ottenerla. Ci ritroviamo incapaci di essere “costruttori di pace”.
La parola pace deriva dal latino pax, pacis a sua volta legata alla radice indoeuropea pak che significa “fissare” o “pattuire”. È un concetto che sottolinea un accordo, un patto tra le parti, in armonia ed equilibrio. Perché non siamo più in grado di gestire patti e di “far cessare” conflitti? Perché tanto odio e tanta violenza? Una sera con amici discutevamo del valore dell’amicizia, del rapporto del buon vicinato e dei bei tempi andati dove ogni strada era una famiglia e in ogni casa di quella strada c’era una famiglia che si prendeva cura di chi in quel momento gli veniva affidato. Ora non è più così perché anche nei piccoli paesi c’è diffidenza, isolamento e liti con il vicinato. Come possiamo scuotere le coscienze per la pace nel mondo se la chiusura e l’isolamento sono “normalità” nella quotidianità?
Durante la pandemia, chiusi nelle nostre case, non vedevamo l’ora di uscire e di riabbracciare tutti. Ora la pandemia è finita da un po’, ma le nostre case sono volutamente chiuse come il nostro cuore.
Si è manifestato in piazza per la pace e la libertà del popolo palestinese ma molti di questi cortei sono finiti in guerriglia urbana con scontri tra i manifestanti e chi doveva garantire la sicurezza e l’incolumità. Per non parlare dei danni fatti a cose e persone. Dove sta la pace in tutto questo?
Credo che il primo patto da fare sia con noi stessi. Dovremmo prima trovare la strada della pace nelle nostri menti e nei nostri cuori e poi fissare un accordo nelle nostre case, con la nostra famiglia, con gli amici e con chi ci circonda. Ricominciando ogni volta a ricostruire rapporti, considerando le nostre diversità e quelle degli altri non come un limite ma come un’opportunità di crescita.
In Danimarca i bambini dai sei ai sedici anni, una volta a settimana insieme ai loro insegnanti, svolgono una lezione che non compare in nessun libro di testo. Si chiama klassentid, che significa “il tempo della classe”, uno spazio per parlare, ascoltare e imparare ad essere gentili. Durante quell’ora, dove non ci sono voti, gli alunni si siedono in cerchio, condividono ciò che provano e imparano a risolvere i piccoli conflitti prima che diventino grandi problemi. Gli insegnanti li aiutano a riconoscere le loro emozioni e a chiedere scusa e ad ascoltare non per rispondere ma per capire. Questa gentilezza non si limita solo alle persone. I bambini imparano a prendersi cura anche degli animali, comprendendo che la compassione non ha confini. Attraverso piccole storie ed esperienze reali, l’empatia diventa un’abitudine naturale, un modo di vivere. La gentilezza non è debolezza bensì una forza che rende il mondo migliore. La sfida è alta ma non impossibile.
Ogni giorno mi arriva un passaparola junior, una piccola riflessione rivolta ai bambini ma che mi sembra molto adatta anche per quelli “più cresciuti” come noi:
Il mondo ha bisogno del bianco e del nero,
di nubi imbronciate e di un cielo sereno.
Talvolta è un po’ strano tenersi per mano,
comprendere gli altri, parlar piano piano.
Siam tutti diversi, anche io e te:
la sfida è amare ciascuno com’è.☺
